Abusi, la risposta della Chiesa in Australia

Una delle conferenze stampa della Royal Commission into Institutional Response to Child Sexual Abuse
Foto: Royal Commission
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L’ultima nota ufficia della Chiesa Australiana sul tema degli abusi è stata una articolata risposta alle richieste della Royal Commission, che, tra le raccomandazioni, aveva incluso quella che la Chiesa abbandonasse il segreto della confessione per denunciare i casi di abuso. Raccomandazioni che era state seguite da due leggi federali che chiedevano di rendere obbligatoria la denuncia degli abusi anche qualora questi venissero appresi in confessionale.

In quelle 57 pagine dell’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Australiana del 31 agosto 2018 si trovano tutte le linee guida che i vescovi in Australia hanno messo in campo per fermare la cultura dell’abuso.

“Vedrete in questo documento – si legge nella presentazione del testo – che i vescovi e i leaders religiosi hanno accettato o accettato in linea di principio o supportato il 98 per cento delle raccomandazioni della commissione. L’unica raccomandazione che non possiamo accettare è la raccomandazione 7.4, che si riferisce al sigillo del Sacramento della Penitenza”.

Ci state altre raccomandazioni che la Conferenza Episcopale Australiana ha rinviato direttamente alla Santa Sede, e che riguardano le pratiche sulle nomine dei vescovi, la possibilità del celibato volontario per i sacerdoti diocesani, l’emendamento delle legge canonica perché includa dei canoni riguardanti gli abusi sessuali e la modifica del segreto pontificio sui casi di abusi sessuali, la procedura canonica sugli abusi sessuali riguardanti l’approccio e i limiti di tempo, e lo stabilimento di un tribunale canonico in Australia capace di giudicare casi contro il clero.

Quest’ultima raccomandazione era stata, in realtà, parte di una delle riunioni del Consiglio dei Cardinali, che pensava di istituire tribunali regionali della Congregazione della Dottrina della Fede. Ma le altre raccomandazioni sono attacchi alla dottrina cattolica.

In realtà, è da tempo che la Chiesa australiana ha cominciato il suo percorso di riparazione. Negli Anni Novanta del secolo scorso, il Comitato Nazionale per gli Standard professionali delineava un documento in cui si stabilivano i principi professionali standard, condannando ovviamente gli abusi. Mentre i tre volumi di Integrity in Ministry (integrità nel ministero) hanno stabilito i principi cui attenersi per avere un integro ministero sacerdotale.

Nel 1996, l’arcidiocesi di Melbourne ha stabilito uno schema di risarcimento chiamato “Melbourne Response”, in cui si chiedeva alle vittime di non appellarsi alla giustizia in cambio di risarcimento. Altre diocesi hanno delineato schemi simili, chiamati “Verso la guarigione”.

L’esempio viene fornito dall’Irlanda. Il governo dello Stato di Victoria commissione nel 2010 il Cummins Report, una inchiesta nei problemi sistematici del sistema di protezione dei fanciulli del Victoria. Ann Baker, membro del Parlamento, va in Irlanda, studia l’efficacia delle inchieste di Stato e comincia a chiedere lo stabilimento di una Royal Commission.

Nel 2012, si decide di stabilire la Commissione Reale, mentre si preparano i primi due volumi Betrayal of Trust, tradimento della fiducia.

E si arriva ad oggi. La Royal Commission ha tenuto 57 udienze pubbliche, pubblicato 59 rapporti di ricerca, condotto 35 tavole rotonde sulle poliicies, e tenuto sessioni private per ascoltare le storie di più di 8 mila persone. Infine, ha valutato le accuse di abuso sessuale nelle sedi istituzionali.

La proposta più accettata è quello di uno “schema di risarcimento” per le vittime, che fornisce supporto, counselling e risarcimenti. La Chiesa Cattolica, lo Stato e i governi locali, così come la Chiesa Anglicana, l’Esercito della Salvezza e gli Scout australiani si sono uniti allo schema. Il limite massimo del risarcimento è di 109200 dollari statunitensi da parte dell’istituzione responsabile della loro sofferenza.

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