Al Meeting di Rimini le religioni per un possibile dialogo

Un momento della conferenza
Foto: meetingrimini.org
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Al Meeting dell’Amicizia tra i popoli continua il dialogo ‘politico-religioso’ tra intellettuali sulla convivenza tra i cristiani ed i mussulmani. Aziz Hasanović, è il Gran Muftì di Croazia, autorità riconosciuta dallo Stato e dai Governi del mondo, portatore di un modello di convivenza tra musulmani e cristiani, trasferitosi da Srebrenica dove ha avuto 38 membri della famiglia sterminati.

Hasanović ha ringraziato il pubblico per l’accoglienza, mentre sul maxischermo è apparsa la foto dell’incontro sul sagrato di san Pietro tra lui e papa Francesco: “Il dramma è la forza che si dà alla religione come fonte di legittimità della violenza e le persone che usano la religione per giustificare le guerre.

Le stragi colpiscono noi per primi insieme alle persone innocenti che muoiono”. Chiarita la differenza tra Islam e mussulmani, il Gran Muftì ha ribadito che occorre combattere l’ignoranza: “La persona è condizionata dal contesto in cui cresce, alcuni musulmani rifiutano costumi credendoli contrari al proprio credo, riducono la religione invece di viverla pienamente e questo porta a un’introversione. L’Islam vieta solo i costumi che contraddicono la religione e molti sono incapaci di vivere l’anima e il tempo in cui si trovano”. Dopo alcune testimonianze di integrazione ha preso la parola Wael Farouq, vicepresidente del Meeting del Cairo e docente presso l’Istituto di Lingua Araba all’Università Americana del Cairo e dell’Università Cattolica di Milano, che si è detto “grato per il Meeting dove vedo una proposta. Il mondo è diviso tra chi condanna e chi dice ‘ma che te ne importa’.

Qui si cerca, con la certezza di trovare un bene e un bene per me”. Il docente universitario ha spiegato anche l’assenza dei musulmani dalla scena politica e sociale italiana: “Vengono da paesi dove regnano dittature. Questa assenza non ha a che fare con la modernità”. Infine ha risposto alla domanda fondamentale a cui il Meeting invita da alcuni anni gli intellettuali a rispondere: quale Europa e quale cultura? “Viviamo nella cultura del nulla. Provate a chiedere a qualcuno cosa significhi libertà. La risposta sarà quella di Caino dopo aver ucciso il fratello: a me che importa? I grandi valori occidentali sono stati svuotati del loro significato. Sono occidentali quelli che acquistano petrolio dall’Isis, che gli vendono le armi: sono i Caino, dicono a me che importa?. Invece il cuore pulsante è alla ricerca dell’amore e l’amore è la condizione della fede”.

Poi il professore ha ribadito che occorre che cresca un Islam ‘europeo’, come quello tracciato dal Gran Muftì: “L’unica soluzione al problema dell’islam in Europa è un islam europeo. L’islam non è una religione araba, ma uno spazio aperto a tutte le culture che possono arricchirlo e allargare i suoi orizzonti. I precetti dell’islam hanno sempre subito mutazioni con il tempo e lo spazio, è il solido fondamento alla base di tutti i contributi che l’islam ha dato alla civiltà umana. Il musulmano europeo, oggi, deve dunque restituire all’islam il suo spirito pluralista. Le società europee, dal canto loro, devono aprire lo spazio pubblico a un vero pluralismo, moralmente fondato sull’amore per il prossimo e non sul ‘che me ne importa’… Quale identità ha un giovane di 18 anni; quale cultura ha, a quali modelli si può ispirare?. Queste sono le vere domande e non si può parlare di accidente, ma bisogna analizzare le cause nel profondo, partendo dal laicismo che spinge a considerare sacra qualsiasi ideologia, dove il potere diventa esso stesso una religione”.

Poi spiega quale è la natura della sfida del terrorismo per un mussulmano: “La grande sfida dell’Isis è la sua ideologia, il terrorismo è soltanto una conseguenza. Questa ideologia diventa ogni giorno più diffusa sia nel mondo islamico sia in quello occidentale. La responsabilità è sia di quelli che difendono l’islamismo, sia di quanti riducono tutti i musulmani agli islamisti. I musulmani sono le persone di fede islamica. Gli islamisti sono quelli che trasformano la religione in ideologia e sono pronti a morire e uccidere per renderla dominante. Una persona che prega, digiuna e rispetta la propria tradizione religiosa è un musulmano, ma una persona che considera la propria tradizione religiosa come un progetto politico per purificare le altre tradizioni (che ritiene corrotte) è un islamista. L’islam politico non è una scelta che si fa per se stessi, è una scelta che si cerca in tutti i modi di imporre agli altri. Cogliere questa grande differenza è il primo passo per affrontare l’ideologia dell’Isis”.

Secondo il professore occorre una ‘nuova’ Europa, che ritrovi le sue radici per un’integrazione tra le fedi: “Il mio non è un invito a censurare la fede dei cittadini e nemmeno un appello affinché l’Europa rinunci a ciò che più caratterizza la sua cultura oggi, cioè il pluralismo. Al contrario, è un appello a proteggere il pluralismo da ciò che ha iniziato ad assumere le sembianze del ‘comunitarismo’, cioè il ripiegarsi di una comunità culturale su se stessa, attraverso la creazione di confini invisibili che la separano dalla società, della quale occupa uno spazio senza tuttavia condividerne il significato, l’identità e il futuro. Una società, d’altra parte, che non si preoccupa più di generare significato e in cui la persona è diventata individuo, cioè persona senza relazioni umane, mentre la conoscenza è diventata informazione, cioè conoscenza senza esperienza umana… Lo spazio pubblico è la presenza degli altri, con la loro identità e cultura. Non è l’assenza dell’Io e dell’Altro, senza i quali resterebbero solo il vuoto e il nulla. E’ in questo nulla che invitiamo gli immigrati di seconda e terza generazione a integrarsi”.

Anche il dialogo tra cristiani ed ebrei è un leitmotiv storico della manifestazione riminese. Ignacio Carbajosa Pérez, docente di Antico testamento della facoltà di Teologia dell’Università ‘San Dámaso’ di Madrid e Eugene B. Korn, direttore accademico del Centro per la cooperazione e l’intesa ebraico-cristiana, si sono confrontati sulla dichiarazione ‘Fare la volontà del Padre Nostro in cielo: verso un partenariato tra ebrei e cristiani’, redatta lo scorso dicembre da 28 rabbini, in cui si è affermato che il Cristianesimo non è stato un incidente, ma è parte del piano divino di Dio.

Il rabbino Korn ha spiegato il motivo, per cui ci sono voluti cinquant’anni perché i rabbini prendessero una tale iniziativa: “Prima della Nostra Aetate i sentimenti verso la Chiesa cattolica erano molto negativi… Dominava il pensiero diffuso che il cristianesimo avesse sostituito l’ebraismo, che l’ebraismo fosse quindi una religione falsa. Si pensava che gli ebrei fossero ciechi al messaggio del messia, maledetti perché considerati i responsabili della morte di Gesù”. Ma il tempo è stato necessario per riflettere e con la pubblicazione della dichiarazione ‘Nostra Aetate’ si è affermato che la Chiesa condanna tutte le forme dell’antisemitismo, che gli ebrei non sono responsabili della morte di Gesù e che l’ebraismo non è stato sostituito dalla Chiesa: “Cristiani ed ebrei devono lavorare insieme. Il cristianesimo non è un incidente e un errore, ci sono solo importanti differenze teologiche. Né la Chiesa né la Sinagoga possono realizzare da sole il grande disegno di Dio nel mondo. Abbiamo in comune molto di più di ciò che ci divide: servizio verso il prossimo, amore, famiglia, pace nel mondo, sono i principi che condividiamo”.

Il prof. Carbajosa ha ripercorso il processo storico di svalutazione dell’Antico Testamento che ha portato a promuovere il discorso antisemita, iniziato da Gioacchino da Fiore lungo un asse che comprende la scolastica posteriore a Tommaso d’Aquino, Lessing, Harnack: “E’ evidente il legame che c’è tra noi per la dinamica religiosa conosciuta nella storia dell’umanità: la primissima alleanza di questo cuore che cerca Dio, la prima mossa di Dio nella storia da cui nasce il popolo di Israele: è la vocazione di Abramo. Quella parola abita all’interno del popolo ebraico e per noi non è un’altra religione. Gesù era ebreo, nato da una donna ebrea. Dobbiamo entrare nel mistero delle nostre radici”.

Anche nel dialogo tra ebrei e cristiani i relatori hanno ribadito la necessità di non usare il nome di Dio per uccidere: “Dobbiamo rafforzare le religioni e combattere l’idolatria, creare un posto in terra per Dio… L’uomo veramente religioso arriva a un livello di coscienza di una profonda dipendenza e nella misura in cui il cuore dell’uomo è soddisfatto vince la pretesa sull’altro. Il grande gesto di Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 nasce da questa libertà: possiamo guardare con simpatia tutti i movimenti dell’uomo che cercano Dio. Occorre un’educazione che essenzialmente è non violenta”.

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