Armenia, l'appello del Catholicos Karekin II: l’Europa difenda le sue radici cristiane

Papa Francesco e il Catholicos Karekin II durante il viaggio di Papa Francesco in Armenia, 25 giugno 2016
Foto: Edward Pentin / ACI Group
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Una amicizia di lunga data, quella del Catholicos di tutti gli armeni Karekin II e Papa
Francesco, certificata dal lungo abbraccio che c’è stato quando si sono incontrati lo scorso 5 aprile, prima dell’inaugurazione di una statua di San Gregorio di Narek nei Giardini Vaticani. Di questa amicizia, ma anche delle radici cristiane armene e del genocidio, Karekin II ha parlato in una intervista esclusiva con ACI Stampa, per una sorta di bilancio e sguardo sul futuro della “Giornata armena” di Papa Francesco.

Cosa stava a significare il lungo abbraccio tra lei e Papa Francesco quando il Papa le è venuto incontro nella Sala del Tronetto, prima dell’incontro privato nella Biblioteca?
Conosciamo bene Papa Francesco da tempo. Quando era Cardinale arcivescovo di Buenos Aires, abbiamo avuto due volte l’occasione di incontrarlo. Per questo, abbiamo fraterne e calorose relazione dai tempi in cui lui era arcivescovo in Argentina, e, dopo la sua elezione, abbiamo avuto diverse opportunità di venire in Vaticano a visitarlo.

Quale è stata la visita più importante?
È stato molto importante quando Papa Francesco ha partecipato alla liturgia in memoria del genocidio armeno nella Basilica Vaticana, il 12 aprile 2015. In quell’occasione, Papa Francesco ha proclamato San Gregorio di Narek “dottore della Chiesa” oppure Dottore della Chiesa Cattolica. Da quel momento in poi, il fatto che San Gregorio di Narek fosse dottore della Chiesa cattolica è rimasto dentro di noi, lo abbiamo coltivato. Il presidente Sargsyan ha donato al Papa una piccola statua di San Gregorio quando il Papa ha visitato l'Armenia. Ora la sua copia più grande ha finalmente trovato riposo in Vaticano: è stata una gioia pregare davanti la sua statua tutti insieme con il Papa.

Al termine dell’incontro con Papa Francesco a Etchmiadzin avete pubblicato una dichiarazione comune. Un passaggio di questa dichiarazione sottolineava: “Sono più le cose che uniscono di quelle che dividono”. Oggi, a che punto è il dialogo ecumenico?
Il dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Apostolica è andato avanti per diverso tempo, e oggi continua. È questo il motivo per cui le cose che uniscono sono più di quelle che dividono. C’è un messaggio che è alla base della creazione delle nostre relazioni ecumeniche, e le sue linee guida sono la nostra ispirazione. Si chiede unità nelle cose primarie, libertà nelle cose secondarie e amore in tutte le cose. Sono concetti che devono guidare le cose della nostra Chiesa e oggi stanno costantemente guidando i nostri passi.

In che modo si definisce la relazione?
C’è una cooperazione pratica tra le nostre due Chiese. Per esempio, i nostri giovani studiano in istituzioni e università della Chiesa Cattolica, e abbiamo molti amici della Chiesa cattolica con i quali facciamo insieme un servizio.

Dopo l’incontro con Papa Francesco, ha avuto molti incontri in Vaticano. Quali sono stati i temi dell’incontro?
Abbiamo voluto sottolineare l’importanza della cooperazione. Abbiamo proposto al Papa di unire i nostri sforzi nella sfera sociale per le comunità cristiane del Medio Oriente, ma abbiamo anche parlato di educazione cristiana. Tra le idee, quella – stabilita insieme ai michitaristi – di cooperare e fare qualche passo per stabilire una via monastica comune.

Quando Papa Francesco andò in Armenia, nel 2016, il motto del viaggio ricordava che l’Armenia era la prima nazione che si era proclamata cristiana. Cosa può dare l’Armenia oggi all’Europa?
L’Armenia e l’Europa condividono i valori cristiani. Sono valori comuni, e crediamo che l’Europa debba prendere misure e fare passi per recuperare quei valori e mantenerli vivi. I leader cristiani e della Chiesa hanno realizzato la necessità di unire gli sforzi in questo senso, e sono certo che ci saranno buoni risultati da questa cooperazione.

Quanto è stato importante, nelle cooperazione con la Santa Sede, che i Papi abbiano riconosciuto il genocidio armeno?
Il riconoscimento del genocidio armeno da parte dei pontefici di Roma è stato un grande contributo, perché per 100 anni il genocidio armeno non è stato riconosciuto dal governo che è succeduto ai perpetratori. È importante comprendere e condannare questo grave crimine. Mettendole in luce, queste tragedie non saranno mai dimenticate, e la loro condanna contribuisce a prevenire altre tragiche situazioni analoghe. Per questo, la nostra nazione ha accettato con gratitudine quanto fatto e detto dai pontefici di Roma sul genocidio.

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