Belgio, dopo la neutralizzazione della religione a scuola, l’esaltazione della laicità

I corsi di religione e morale aconfessionale diventeranno facoltativi nei curricula educativi, mentre il corso di educazione in filosofia e cittadinanza passerà da una a due ore settimanali

Una scuola cattolica in Belgio
Foto: Cathobel
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La rivoluzione è compiuta. In quattro anni in Belgio, i cosiddetti cours de rien sono arrivati a raddoppiare la loro presenza nei curricula scolastici (da una a due ore), mentre i corsi di religione sono stati definiti facoltativi e, di fatto, marginalizzati all’interno dell’istituzione scolastica. E questo senza nemmeno prendere in considerazione l’opinione dei vescovi, marginalizzati anche dall’opinione pubblica, come denunciato dal vescovo Guy Harpigny di Tournai.

La decisione dei parlamentari della maggioranza belga è stata stabilita in una risoluzione dello scorso 22 novembre dopo diversi mesi di lavoro.

In una proposta di risoluzione, raccomandano al governo della Federazione Vallonia-Bruxelles di attuare, in consultazione con le parti interessate all'istruzione, un corso obbligatorio di filosofia e cittadinanza di due ore settimanali come parte dell'orario. I corsi di religione ed etica aconfessionale diventeranno facoltativi. Alle scuole sarà tuttavia richiesto di continuare ad offrirli agli alunni che desiderano seguirli "a condizioni che rendano agevole agli alunni l'esercizio del loro diritto costituzionale all'educazione morale o religiosa".

Nella loro risoluzione, i deputati di maggioranza chiedono anche al governo di migliorare le condizioni per organizzare l'educazione in filosofia e cittadinanza in termini liberi confessionali e di sostenere l'estensione di un corso obbligatorio di filosofia e cittadinanza due ore a settimana in questa rete, con disposizioni che avrebbero il compito di “promuovere la convivenza, lo sviluppo del pensiero autonomo e critico”.

I corsi di cittadinanza (il nome completo è corso di filosofia e cittadinanza, sigla EPC) sono stati introdotti in Belgio con una decreto del 7 luglio 2016, dopo una lunga battaglia che aveva visto scendere in campo molte organizzazioni di professori. Venivano chiamati cours de rien (corsi del niente), ma in questo modo, più che scoraggiare i ragazzi a prendervi parte, li incoraggiavano.

Era cominciata così la transizione verso insegnamenti “neutrali”, e sviluppati da professori considerati “neutri”, ovvero senza alcun tipo di formazione religiosa.

Ma c’è un problema. La proposta di sopprimere i corsi di religione, sia gratuiti che ufficiali, violerebbe la Costituzione, e in particolare il Patto per la Scuola introdotto nella legge costituzionale nel 1988. I fiamminghi erano favorevoli che il corso fosse facoltativo, i francesi no. Si era arrivati ad un compromesso: corso obbligatorio con possibilità di esonero.

La Comunità Fiamminga ha questa possibilità di esonero, ma nel 2010 – 2011 ha riguardato solo 982 alunni della scuola primaria e 1676 della secondaria. Oggi, i leader francofoni hanno colto una opportunità politica, data dal fatto che l’accordo del 1988 è un accordo politico, ma non è stato legalmente tradotto. Significa che non c’è nessun obbligo perché i corsi di religione vengano offerti a scuola.

Faceva notare La Libre Belgique che le religioni sono state pionieri nel creare spazi di dialogo. Quando nel 2012 Marie-Dominique Simonet ha proposto una riforma dei corsi filosofici, aveva l’obiettivo di introdurre un nucleo comune durante tutta la durata obbligatoria tra i vari corsi filosofici. Fu una riforma che non vide mai la luce, mentre nel 2013 le norme del progetto di riforme dal 2012 sono state pubblicate senza base giuridica.

Sono questi i prodromi dei cosiddetti cours de rien, che dovrebbero essere neutri e che invece sono stati utilizzati anche per introdurre temi come l’ideologia del gender o l’educazione alla sessualità. Quando vennero introdotti i corsi EPC, i vescovi belgi semplicemente presero nota della decisione del governo, senza protestare, nemmeno considerando i molti professori di religione che andavano in questo modo a prendere lavoro.

Ora, in un contesto difficile per il futuro dei corsi di religione, il sito della Conferenza Episcopale Belga Cathobel ha cominciato una offensiva forse tardiva, ricordando che già nel 2015 era stata istituita dalla Conferenza Episcopale Belga una Autorità per vigilare su questi corsi, composta da delegati episcopali per l’educazione, dal consigliere emerito dell’ex ministro dell’Istruzione e dal portavoce della Conferenza Episcopale, con le missioni di fare ricerca, di comunicare l’importanza dei corsi di religione e di partecipare alle strutture di consultazione relative ai corsi di religione.

Cathobel nota che “fin dalla sua creazione, l'Autorità ha lavorato attivamente per sostenere gli insegnanti di religione nelle varie reti educative e garantisce che sia argomentata l'attualità di questo corso così come viene offerto oggi. In buona sinergia con altri Culti riconosciuti in Belgio, sottolinea le sfide essenziali di mantenere un tale corso nella formazione degli studenti”.

Il vescovo Guy Harpigny di Tournai, delegato della Conferenza Episcopale per i corsi di religione, nota che nel nuovo testo di riferimento “Missione della Scuola Cristiana”, i corsi di religione (due ore settimanali) sono “parte integranti dei curricula degli studenti” nell’educazione cattolica gratuita, mentre nota che “per quanto riguarda le reti educative ufficiali (educazione Vallonia-Bruxelles, educazione provinciale, educazione cittadina e municipale), l'articolo 24 della Costituzione è particolarmente esplicito sul fatto che la scelta dell'educazione in una delle religioni riconosciute o nella morale non confessionale deve essere offerti agli studenti che frequentano le scuole nelle reti educative ufficiali, dall'inizio alla fine della scuola dell'obbligo”, anzi questo viene considerato un diritto.

Il vescovo Harpigny ha notato come l’80 – 90 per cento dei genitori continui a scegliere corsi di religione, segno di un attaccamento almeno culturale alla materia o comunque di una condivisione degli obiettivi dei corsi, che erano di lavorare su questioni di senso, costruire convivenza, lavorare al dialogo tra cultura e religione. Dal 2015, il corso di cittadinanza è stato gradualmente introdotto al ritmo di una ora a settimana a scapito di una ora di religione o morale. I genitori potevano chiedere l’esenzione dell’ora di religione, e questo portava ad una altra ora di insegnamento filosofico.

“Per più di 6 anni, i genitori o i responsabili di un alunno così come gli alunni adulti sono stati quindi consultati nell'istruzione ufficiale”, sottolinea il vescovo Haprigny. Ora, denuncia, “portare l'insegnamento della religione nella sfera privata non è senza pericoli”, e mette in luce che il lavoro dei gruppi parlamentari si sta svolgendo a porte chiuse, senza la possibilità che l’autorità della Conferenza Episcopale fosse consultata.

“Nonostante le nostre ripetute richieste – afferma il vescovo Harpigny questo gruppo di lavoro parlamentare non ha dato seguito al nostro desiderio di essere associato, almeno ascoltato, a queste domande e riflessioni che hanno un tale impatto sul futuro delle classi di religione”.

E ancora:  “Se sono stati ascoltati gruppi rappresentativi di insegnanti di religione o filosofia e cittadinanza, sembra che l'unica autorità ‘di culto’ che sia stata è il Centre d'Action Laïque! Inoltre, a diversi costituzionalisti è stato chiesto di fare luce sul lavoro di questo gruppo parlamentare e, secondo un membro del gabinetto del ministro, solo due di loro, entrambi professori dell'ULB, hanno accettato di parlare”. 

Il vescovo di Tournai è netto: “Questi rifiuti e osservazioni ci portano a mettere in discussione, fin d'ora, l'imparzialità delle conclusioni che il gruppo di lavoro parlamentare sarà chiamato a trarre”. E accusa la stampa che “non ci permette di portare la nostra luce su queste domande e questioni… e non è per mancanza di cercare di far sentire la nostra voce! Ma non ci arrendiamo”.

Sarà troppo tardi?

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