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Benedetto XVI e l'ebraismo, un dialogo da approfondire

Un dettaglio della copertina della edizione di Communio in francese con il testo integrale del Papa emerito  |  | Communio.fr Un dettaglio della copertina della edizione di Communio in francese con il testo integrale del Papa emerito | | Communio.fr

La scorsa estate alcuni lettori avranno notato il tentativo di sollevare una polemica per uno scritto del Papa emerito Benedetto XVI sul dialogo ebraico- cristiano.  In Italia tutto si è spento in poco tempo perché il testo in questione era scritto in tedesco e, ancora oggi, non c’è una traduzione ufficiale.

Si tratta di un riflessione che Benedetto XVI ha scritto come contributo e commento al documento pubblicato a 50 anni dalla Nostra Aetate, il testo del Concilio Vaticano II sulle religioni non cristiane. 

Il documento della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo: "Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili"  un passo della lettera ai romani di San Paolo, è stato pubblicato nel 2015. Senza grande clamore. Il testo stesso non si pone come “magisteriale” ma piuttosto come una riflessione.

Non è certo questa la sede per un approfondimento teologico, piuttosto per una sintesi che possa indirizzare ad una lettura completa del testo di Papa Benedetto.

Il testo originale in tedesco, pubblicato nel numero luglio- agosto del 2018 di Communio , è oggi tradotto anche in francese grazie alla edizione di Communio e Parole et silence (casa editrice che cura l’Opera Omnia di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI in francese). E forse più accessibile ad un pubblico più vasto.

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Le pagine scritte dal Papa emerito non erano nate per la pubblicazione, ma destinate al cardinale Koch, presidente della Commissione, che ha ottenuto da Benedetto il permesso di pubblicarle. Non è un particolare senza importanza. Il dibattito è certamente naturale a seguito di un testo teologico su un tema così sensibile.

Nella prima parte del testo Benedetto XVI ripercorre il significato teologico del dialogo tra ebrei e cristiani. E parte dall’idea che nella storia ci sono due risposte alla distruzione del Tempio di Gerusalemme e al radicale esilio di Israele: il giudaismo e il cristianesimo.

Convergenze fondamentali e differenze di interpretazione sono la base teologica del dialogo tra le due comunità.  Benedetto XVI arriva così alla novità del Concilio Vaticano II e all’articolo 4 della Nostra Aetate e infine al testo del 2015.

Due le tesi che il Papa emerito analizza: che la Chiesa non si sostituisce ad Israele e che l’ Alleanza non è stata mai revocata. Fondamentalmente giuste, scrive, ma che devono continuare ad essere elaborate in maniera critica.

Ma ci tiene a premettere che la “ teoria della sostituzione” come tale è un termine mai usato prima del Concilio. Anche se la teologia non aveva una visione uniforme sullo “status” di Israele di quella teoria come tale non c’è traccia.

Benedetto inizia spiegando gli elementi della promessa ai quali il concetto di sostituzione potrebbe essere applicato: il culto del Tempio, la legge del culto, il diritto e la morale, il Messia, la promessa della terra.

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In particolare a proposito del Messia riporta le riflessioni già fatte nel secondo volume del suo Gesù di Nazaret, nell’analisi del discorso escatologico di Gesù.

E a proposito della “promessa della terra” ricorda le diverse anime del sionismo, quella laica e secolarizzata da cui il movimento nasce, al fianco di quelle religiose che hanno coinvolto le nuove generazioni sorprendendo gli stessi padri fondatori agnostici.

Benedetto afferma che dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948 si è formata una dottrina teologica che ha finalmente permesso il riconoscimento politico dello Stato da parte del Vaticano.

Lo stato come luogo cui il popolo ha diritto si, ma che non ha un senso teologico, e quindi non un compimento delle Scritture. Anzi, gli Ebrei hanno aperto le loro porte a Dio precisamente con la loro dispersione nel mondo. La loro diaspora non sarebbe quindi una punizione, ma significa una missione.  La sostituzione non è quindi una “teoria appropriata”.

Si arriva alla “Alleanza mai revocata” una frase usata da Giovanni Paolo II nel 1980 (il testo italiano del discorso riporta “denunziata” ) e poi inserita nel Catechismo della Chiesa Cattolica. 

Una affermazione che ha bisogno di approfondimento, scrive Benedetto.

Non si deve parlare di “ Alleanza” al singolare ma piuttosto al plurale. Nell’ Antico Testamento l’alleanza è una realtà dinamica.

Benedetto rilegge le “alleanze” vetero testamentarie e arriva ad un punto. La trasformazione dell’ Alleanza del Sinai in una Nuova alleanza nel sangue di Gesù, cioè nel suo amore che supera la morte, dona alla Alleanza una nuova forma che vale per sempre.

Gesù risponde in anticipo a due avvenimenti che hanno cambiato l’Alleanza del Sinai: la distruzione del Tempio e la diaspora. Ecco allora la domanda che ha diviso la realtà concreta dell’ Antico Testamento in due cammini, giudaismo e cristianesimo: come si può vivere l’ Alleanza oggi?

La formula “mai revocata” è quindi un primo passo nel dialogo, ma non basta per esprimere la grandezza della realtà.

E Benedetto conclude con una proposta. Le formule brevi però sono necessarie, e propone un passo di San Paolo a Timoteo: “se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

 

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