Benedetto XVI, la teologia come catechesi. Così lo raccontava il suo antico assistente

Padre Stephan Horn, salvatoriano, è stato assistente di Benedetto XVI e poi ha coordinato il circolo di ex studenti per anni. È tra coloro che conoscono più a fondo il pensiero del suo antico maestro

Benedetto XVI con padre Stephan Horn
Foto: BenedettoXVIBlog - goo.gl/5BSCTm
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Benedetto XVI è “un professore, ma anche un uomo di Chiesa. E non è banalmente un uomo di Chiesa, ma vive pienamente nella fede. La sua teologia è molto sensibile alle novità, è consapevole che bisogna anche saper guardare avanti, vedere come si sviluppano i dibattiti. È un teologo, ma anche un uomo umile, timido. Sa comprendere le nuove situazioni e le sa accettare. Lavora per poter trovare le soluzioni adeguate per la fede e la ragione. Noi eravamo i suoi studenti, ma non solo. Lui sapeva imparare da noi, valorizzare le nostre ricerche”. Lo descrisse così nel 2017 padre Stephan Horn, salvatoriano, che di Ratzinger fu assistente a Ratisbona e che per diversi anni è stato il coordinatore del Ratzinger Schuelerkreis.

Benedetto XVI non ha mai voluto raccogliere una scuola teologica intorno a sé. Eppure, sin dagli anni di Regensburg, i suoi studenti si erano costituiti in un circolo, che poi si è incontrato ogni anno, anche quando divenne arcivescovo di Monaco, quando divenne prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e infine quando divenne Papa.

Il Ratzinger Schuelerkreis, oramai una sorta di laboratorio ecumenico, con il tempo ha allargato gli orizzonti, ha incluso un secondo Circolo, il nuovo Schuelerkreis, composto non dagli studenti di Ratzinger ma da coloro che studiavano Ratzinger, e si era costituito in una struttura che organizza simposi in tutto il mondo.

Quale è il ritratto di Benedetto XVI che traspira dalle parole di Padre Horn, nelle diverse interviste che ha rilasciato ad ACI Stampa?

“Quando il professore Ratzinger- raccontò in una intervista del 2020 - venne ad insegnare a Ratisbona, io sarei dovuto partire per Monaco per ottenere l’abilitazione. Il mio professore, però, mi disse che Ratzinger era una persona molto intelligente e molto buona. Andai da lui, che mi ricevette cordialmente. Il mio relatore di dottorato era il professore Michael Schmaus, che aveva idee contrapposte a quelle di Ratzinger. Nonostante questo, Ratzinger mi ha accettato senza difficoltà. Per il mio dottorato avevo fatto una ricerca su ‘Concilio di Trento. Fede e salvezza’, e abbiamo parlato di quello. Fu in quel momento che mi chiese se conoscevo Paul Hacker, indologo, protestante che poi era divenuto cattolico, un suo amico. Io avevo letto di Hacker, e abbiamo discusso un po’ e trovato una sintonia. Abbiamo ricordato insieme questo nostro primo incontro solo quaranta anni dopo. Ho capito in quel momento che era una grande figura. Fu un incontro veramente gentile, bello e scientifico”.

Padre Horn poi spiegò cosa colpiva di Benedetto XVI quando insegnava. Ad esempio, all’inizio del suo primo semestre a Ratisbona, il professor Ratzinger delineò uno scenario della situazione della cristologia negli ultimi decenni, spiegando tesi e contro tesi. Era affascinante e interessante. Parlava senza quasi vedere gli appunti. E quella lezione non è stata solamente una lezione di tipo scientifico. Ratzinger voleva toccare il cuore degli studenti. Ha saputo di averli conquistati, perché mentre parlava scese un grande silenzio. Successe anche a Bonn, all’inizio della sua carriera da insegnante. Era molto giovane, quasi dell’età degli studenti, ma quando arrivò in cattedra ci fu un grande silenzio”.

E dunque, concluse Padre Horn, “ripensando a queste lezioni dopo quaranta anni, sono arrivato alla conclusione che quelle lezioni erano state, per Benedetto XVI, anche un modo di indirizzare le persone verso Cristo. Era uno sforzo catechetico. La teologia diventava evangelizzazione, veramente".

Lo Schuelerkreis, continuò padre Horn, nacque “in maniera insolita. Già nella università di Tubinga, dove Ratzinger aveva insegnato in precedenza si erano riuniti gruppi di studenti (i suoi dottorandi), i quali vistavano con lui professori prestigiosi come Karl Barth e Hans Urs Balthasar. Noi da Ratisbona, nella primavera del 1977, avevamo invitato anche Karl Rahner, e abbiamo discusso a lungo, in maniera viva, della sua Cristologia”.

Quindi, “sollecitati anche da un giornalista tedesco che volveva fare un servizio in cui parlassero gli ex allievi di Ratzinger, abbiamo espanso la rete di ex studenti, includendo nello Schuelerkreis anche gli ex studenti di dottorato di Benedetto XVI provenienti dalle università di Bonn, Munster e Tuebinga, dove aveva insegnato. E ci siamo strutturati: andavamo in monasteri, case di educazione, invitando uno o due professori ogni anno per discutere di un tema”.

Ad inizio anni Novanta, per ragioni di salute, Benedetto XVI non partecipò ad alcuni incontri, e per un po’ di tempo le riunioni furono guidate da Christoph Schoenborn, che poi sarebbe diventato arcivescovo di Vienna e Cardinale. Ma poi, rivela Horn, “abbiamo cominciato ad organizzare gli incontri a Regensburg, non lontani dalla casa in cui Ratzinger passava le vacanze a studiare e a scrivere, così che lui potesse venire”.

Con l’elezione a Papa, nel 2005, è Benedetto XVI stesso che chiede di proseguire gli incontri. “C’erano sette di noi presenti all’annuncio della creazione a Papa di Benedetto XVI – racconta padre Horn - Siamo poi andati all’incontro del nuovo pontefice con i tedeschi, specialmente della Baviera, da dove il Papa proveniva, e lì ci siamo messi in fila per il baciamano. Quando è arrivato il nostro turno, Benedetto XVI mi ha parlato nell’orecchio e ha detto: ‘Forse possiamo trovarci una volta a Castel Gandolfo?’. Mi indicò anche la località giusta a Castel Gandolfo per poter fare al meglio lezione”.

Secondo padre Horn, la più grande eredità di Benedetto XVI è data dalla “Introduzione al cristianesimo” e la trilogia sul Gesù di Nazareth, che rappresentano “forse la summa della sua vita intellettuale e spirituale. Da una parte, la ricerca di Cristo nella fede come è confessata nel simbolo apostolico. Dall’altra, la ricerca sul Gesù storico, per rispondere alla grande sfida della teologia di oggi di riunire il Gesù di Nazareth descritto nei Vangeli col Cristo della fede visto nei primi concili. Descrive dunque una cristologia fondata sui Vangeli non solo con una ermeneutica critica, ma con una visione più ampia, ‘canonica’”.

E da qui, aggiunse, nacque “anche lo studio dei Padri del primo Millennio: Benedetto XVI voleva studiare la fede cattolica nel suo insieme, guardando al primo posto a ciò che tutti hanno in comune. Non aveva alcuna chiusura nel prendere ciò che è vero e fecondo dei teologi protestanti e ortodossi, anzi, direi il contrario. Si può dire che la sua è una teologia cattolica in senso ampio, non ristretta ad un manipolo di teologi. E, guardando alla sua esperienza alla nostra esperienza con lui potrei dire che Joseph Ratzinger - Benedetto XVI ha sempre cercato di vivere come ha creduto e pensato. Ci ha lasciato come tesoro una teologia molto ampia basata sulle Sante Scritture e sui padri di chiesa e i grandi teologi e dunque una teologia ecclesiale che cerca di rispondere alle sfide del tempo”.

Nel 2018, Padre Horn, alla vigilia dell’incontro dello Schuelerkreis che avrebbe avuto come tema “Chiesa e Stato, Chiesa e Società”, sottolineò che “Benedetto XVI non ha una teologia politica, ma una teologia della politica. Il Papa emerito pensa che non si possa fare direttamente politica a partire dalla fede, perché la politica deve prendere in considerazione la società, le possibilità del momento e la situazione sociale. La fede può dare orientamenti fondamentali, ma non può essere direttamente parte della politica”.

Durante il suo viaggio in Germania nel 2011, Benedetto XVI parlò dei provvidenziali movimenti di secolarizzazione, che permisero alla Chiesa di liberarsi. Padre Horn confermò che “questa è la sua linea. Lui pensa che la Chiesa è troppo adattata al mondo, troppo piegata alle onde del momento. Benedetto XVI invece propone un cattolicesimo come minoranza creativa, forte. L’assenza di questa minoranza creativa credo manchi a Benedetto XVI oggi. Ma questo si lega anche ad una considerazione che riguarda la coscienza. C’è una coscienza in Europa che si va affermando, e che sostiene che si possa valutare volta per volta cosa è meglio. Ma questo non è il modo di Benedetto XVI, che pensa che il fondo di coscienza, la etica profonda dell’essere umano, debba rimanere intatto nonostante le conseguenze, perché questi valori hanno in loro il bello e il buono, e hanno il fondamento in Dio che è la verità”.

Nel 2017, i membri dello Schuelerkreis si incontrarono per parlare di “Persecuzione dei cristiani e martirio”.

Padre Horn commentò che “per Benedetto XVI, la fede è una esperienza di vita fatta con gli altri, un cammino di famiglia. Questo vuol dire che l’esistenza cristiana vive dell’esempio degli altri. Si tratta di una cosa che riguarda tutta l’esistenza, non è una astrazione mentale. Per questo, la famiglia è il luogo naturale di questa testimonianza, così come lo sono gli amici. E poi c’è l’esempio dei santi, e specialmente quello dei santi che hanno dato la vita per questa esperienza cristiana. Già con il Battesimo noi diventiamo di Dio. Tutta la nostra esistenza comporta, in fondo, un martirio quotidiano, una testimonianza costante”.

E aggiunse che, per il Papa emerito, le sofferenze della Chiesa provengono anche dalla secolarizzazione. Il che porta però all’antidoto: la secolarizzazione può essere vinta con una nuova testimonianza di fede, che cerchi di fare ponti nella diversità. Quando i cristiani sono più uniti, o lavorano insieme per l’unità, lì c’è l’antidoto alla secolarizzazione. Perché il martirio non è solo dei cattolici, ma anche delle altre confessioni cristiane. Per questo l’unità, per Benedetto XVI, è una questione centrale”.

Anzi, padre Horn rivendicò che il tema dell’ecumenismo del sangue, oltre che da Papa Francesco, era stato sviluppato anche da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. “Noi, in Germania – aggiunse - lo abbiamo vissuto in maniera concreta durante il nazismo, quando sacerdoti cattolici e protestanti, e anche ortodossi, si sono ritrovati insieme nei campi di concentramento. E, in quella situazione così terribile, hanno vissuto insieme, hanno pregato insieme, si sono scambiati le loro esperienze di fede”.

L’ex assistente del professor Ratzinger notò che già nella teologia di Benedetto XVI c’era una ricetta per l’unità, perché questa “vive in primo luogo di esegesi biblica. Questo lo avvicina al mondo protestante, così come al mondo ortodosso per il suo riferimento costante ai Padri della Chiesa. La sua teologia, dunque, è veramente cattolica, unisce, comprende bene il pensiero e le ricchezze delle altre confessioni cristiane”.

 (L’articolo colleziona diverse interviste fatte a padre Horn nel corso degli anni. Per tutta la copertura sul Ratzinger Schuelerkreis, si possono leggere tutti gli articoli sotto questo tag: https://www.acistampa.com/tag/ratzinger-schuelerkreis)

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