Cardinale Czerny: “Repressione e persecuzione non annientarono Mindszenty”

Nel giorno dell’anniversario della morte del Cardinale Mindszenty, una Messa a Santo Stefano Rotondo, la Chiesa nazionale degli ungheresi

Il cardinale Czerny celebra Messa in memoria del Cardinale Mindszenty
Foto: AG / ACI Group
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Il Cardinale Mindzenty “ha incarnato l’intero dramma del popolo ungherese”, non fu annientato da “persecuzione e repressione”, ma piuttosto la trascese. Il Cardinale Michael Czerny, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricorda la figura del Cardinale Jozef Mindszenty, che morì a Vienna, in esilio, il 6 maggio 1975. È stato recentemente proclamato venerabile, e ogni giorno si elevano per lui un milione e mezzo di preghiere per lui: il Cardinale Mindszenty è un martire della Chiesa del silenzio, un eroe che si oppose prima al nazismo (cambiò il suo cognome di origine tedesca e prese quello del villaggio da cui proveniva per non avere legami con la Germania) e poi al comunismo, e il cui esempio arrivò fino in Canada, nelle comunità di rifugiati di cui faceva parte anche il Cardinale Czerny, che lasciò la Cecoslovacchia da bambino con la sua famiglia nel 1948, subito dopo la guerra.

E lì, tra gli esuli, si vide con speranza anche alla rivoluzione ungherese del 1956. Il Cardinale Czerny ricorda che “a casa nostra, visse con noi, per sei mesi, un rifugiato ungherese, ‘Buba’. Il ragazzino di 10 anni che ero all’epoca rimase colpito dal coraggio dei rivoluzionari, che fu per me motivo di grande ispirazione. Ero inorridito dalla disperazione e dalla crudeltà con cui fu attuata la loro repressione”.

Aggiunge il Cardinale: “Quando ero giovane, il Cardinale Mindszenty personificava una figura coraggiosa, onesta e vera. La repressione e la persecuzione non lo annientarono; egli, piuttosto, le trascese. Non si preoccupò delle minacce che gli provenivano dal di fuori, ma attinse alla sua forza interiore umana, culturale e spirituale per restare libero, fedele alla sua chiamata e alla sua missione, per continuare a crescere e a evangelizzare”.

Il cardinale sottolinea che anche oggi “vi sono molti regimi che mostrano tendenze totalitarie e sopprimono le libertà”, mentre Milioni di persone cercano rifugio dalla guerra, dalla repressione, dalla povertà e dal degrado ambientale, mentre le voci che si alzano per invocare dignità e libertà vengono zittite con fredda violenza”.

Secondo il Cardinale Czerny “gli insegnamenti del 1949 e del 1956 ci interpellano”, e che di fronte ai nazionalismi che “sgretolano e dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa”, pagano il prezzo più alto “coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati che abitano le periferie esistenziali”.

Chi fu il Cardiinale Mindszenty? Nato nel 1892, nel 1918 il Cardinale – allora sacerdote – si era opposto alla rivoluzione comunista arrivata in Ungheria (fu arrestato nel 1919, in quanto sacerdote), mentre fu durissima la sua opposizione al nazismo, tanto che i nazisti lo imprigionarono tra il 1944 e il 1945.

Cardinale dal 1946, subì la persecuzione ad opera del regime sovietico che aveva preso il potere. Da arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria, Mindszenty era un simbolo da abbattere, perché rappresentava anche il collante tra Chiesa e società civile. Così il 26 dicembre 1948 fu arrestato, sottoposto a torture, picchiato per giorni, condannato all’ergastolo dopo un processo farsa e fu costretto a firmare l’accusa di aver cospirato contro il regime, ma pose dopo la firma la sigla C.F. (coactus feci, ovvero: "l’ho fatto perché costretto").

Dopo otto anni di prigionia durante i quali si ammalò di tubercolosi, il Cardinale fu liberato dall’insurrezione popolare, ma si rese conto che i carri armati sovietici avrebbero ristabilito il vecchio regime. Si rifugiò per questo nell’ambasciata USA di Budapest, e non poté partecipare ai conclavi del 1958 del 1963.

Il Cardinale Mindszenty fu uno dei principali oppositori della Ostpolitik, propiziata dall’allora monsignor Agostino Casaroli nel suo compito di “ministro degli Esteri” vaticano. Voleva che fosse chiaro che la Chiesa subiva una dura repressione e che non avrebbe accettato compromessi, e inviò una lettera di protesta indirizzata al Cardinale Jean Villot, segretario di Stato della Santa Sede, contro il metodo scelto per le nomine dei vescovi nei Paesi governati dai Paesi comunisti.

Nonostante le sue proteste, la politica della Ostpolitik continuò. Il 15 settembre del 1964 si firmò a Budapest un accordo che fece da modello tra la Santa Sede e i regimi comunisti dell’Est. Uno dei prezzi di questo dialogo era il silenzio sulle Chiese perseguitate e sui loro persecutori. Il dilemma era resistere o trattare. Rimanere su posizioni ferme oppure accettare compromessi per fare passi avanti. Alla fine, si trattava di scegliere un ideale o portare avanti una realpolitik, con tutti i rischi che questa comporta.

Nel 1971, il Cardinale Mindszenty poté finalmente lasciare l’ambasciata USA, e andò a Roma per poi stabilirsi a Vienna. Seppure ottantenne, cominciò a girare il mondo per dare conforto alle comunità ungheresi.

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