Cina, la dottrina sociale per costruire ponti. Il lavoro dei Fratelli della Carità

Il lavoro dei Fratelli della Carità in Cina. Dalla cura dei malati all’insegnamento della Dottrina Sociale, un modo di gettare un ponte verso la difficile realtà cinese

Fratel Stockman (al centro), superiore dei Fratelli della Carità, durante uno dei suoi viaggi in Cina
Foto: Brothers of Charity
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Non dimenticheremo mai che alla fine di una ampia visita ai nostri centri psichiatrici di Flanders, uno psichiatra cinese scrisse nella sua valutazione che noi avevamo qualcosa che a loro mancava nei loro centri in Cina: Dio”. Fratel René Stockman, superiore dei Fratelli della Carità, lo racconta nel resoconto del suo ultimo viaggio in Cina, avvenuto tra fine febbraio ed inizio marzo. Non manca di notare le difficoltà di fare missione nel Paese. Allo stesso tempo, sottolinea che è necessario costruire ponti, anche se questi sono “piccoli ponti di corda”.

I Fratelli della Carità sono una Congregazione religiosa composta da fratelli (non sacerdoti), nata in Belgio alla fine del XIX secolo, con la vocazione di praticare la carità in maniera professionale, e in particolare nella cura delle persone, con una specializzazione nella cura dei malati psichiatrici. Hanno centri psichiatrici in tutto il mondo, anche nella Repubblica Centrafricana. Sono arrivati per la prima volta in Cina nel 1991, su richiesta della Verbiest Foundation.

La Verbiest Foundation è una fondazione intitolata a Teofilo Verbiest, che fu missionario in Cina, e che da tempo lavora nel gettare ponti di dialogo con la Cina. Guidata attualmente da padre Jeroom Heyndrickx, ha promosso anche lo scorso luglio una visita dei vescovi cinesi in Belgio.

Nel suo ricordo, Fratel Stockman guarda indietro alla prima volta che è stato in Cina, nel 1991. Si vedevano ancora “i resti della vecchia Cina”, con uomini “in vestiti di Mao, le strade di Pechino piene di ciclisti, desolate costruzioni in stile comunista, vecchi quartieri dove il tempo sembrava essersi fermati”.

Tutto sarebbe cambiato presto - aggiunge - e “ogni volta che siamo tornati in Cina, li abbiamo visti fare innovazioni che hanno prima di tutto eguagliato il nostro stile di vita, e poi lo avrebbe sorpassato”.

Fratel Stockamn sottolinea che i Fratelli della Carità erano andati in Cina perché padre Heyndrickx, su richiesta di Giovanni Paolo II, aveva cercato in che modo poter sviluppare legami con la Chiesa cinese attraverso progetti sociali. E così “furono portati avanti un numero di progetti, specialmente nel campo della salute mentale, con scambi e programmi di addestramento. Il governo cinese arrivò a ringraziarci per i servizi resi. Forse era diventato troppo ovvio per loro che c’era una dimensione religiosa dietro questi progetti”.

Successivamente, i Fratelli della Carità cercarono nuovi modi di essere presenti in Cina con persone della Congregazione, e questo portò a “un numero di vocazioni e professioni di voto. Ora c’è un gruppo di Fratelli cinesi che vive e lavora a Taiyuan (nello Shianxi) e speriamo di sviluppare ulteriormente”.

Tra gli obiettivi, anche quello di “costruire ponti con la Chiesa locale, supportando lo sviluppo di un gruppo Caritas locale, che attualmente è guidato da un sacerdote / membro associato della Congregazione”.

I Fratelli della Carità in Cina “lavorano anche con le suore in un progetto per i bambini con disabilità mentali”, e stanno costruendo ponti con la Chiesa locale attraverso l’Istituto Internazionale Canon Triest (il fondatore della Congregazione), con corsi di formazione sulla dottrina sociale offerta a un numero di sacerdoti e religiosi dalla Cina.

Fratel Stockman ammette che lavorare con la Cina come Chiesa e Congregazione non è facile, che la situazione è complessa, anche dopo l’accordo fondamentale sulla nomina dei vescovi. Questo da una parte ha portato tutti i vescovi in Cina ad essere in comunione con il Papa, dall’altro ci vogliono ancora altri passi concreti per raggiungere “la piena unione tra Chiesa ufficiale e Chiesa sotterranea, entrambe parte della sola Chiesa Cattolica in Cina”. Restano le difficoltà dell’Associazione Patriottica e della Conferenze Episcopale non riconosciuta, e il fatto che la Cina non accetta che alcuna identità venga messa prima di quella cinese, anche quando si tratta di una identità religiosa, e si obbligano i vescovi e sacerdoti e firmare un documento che lo conferma.

“Questo – nota Fratel Stockman – è un problema di coscienza per molti vescovi e preti per i quali il Vaticano non sembra trovare parole per formulare un orientamento”. A questo si aggiungono le azioni del governo cinese, che non solo tendono a controllare la pratica dei credenti cattolici, ma puntano anche ad imporre ulteriore restrizioni per boicottarli, e così “le croci sono rimosse dalla chiese, luoghi di pellegrinaggio vengono chiusi, diventa obbligatorio mettere la bandiera cinese nelle chiese, in alcuni posti l’immagine del presidente Xi Jinping sono poste a copertura dell’immagine della Vergine.”

In aggiunta a ciò, “ai bambini sotto i 18 anni è proibito entrare negli edifici della chiesa, alle suore è proibito insegnare nelle scuole dell’infanzia, case per anziani gestite da suore sono chiuse, e alle famiglie cattoliche è proibito avere immagini religiose nei loro soggiorni. Il crocifisso può essere tenuto solo in camera da letto, perché, secondo il governo cinese, la fede è un tema strettamente privato”.

Fratel Stockman nota che in molti, a partire dal Cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, mettono in discussione l’accordo, che deve tra l’altro essere rinnovato tra breve.

Ma, per i Fratelli della Carità, il punto è che si deve comunque “continuare a costruire ponti, continuare a mantenere la conversazione”, e questa è la tattica del Vaticano “laddove è difficile rimanere fedeli agli accordi presi”, perché molti “sentono che sono state fatte troppe concessioni”, come se fosse una Ostpolitik sul modello di quella avuta oltre la Cortina di Ferro. Ma la Cina “non è l’Unione Sovietica, dove il comunismo è durato a malapena sessanta anni. La Cina ha radicato il suo comunismo in una cultura vecchia di secoli”.

I Fratelli della Carità – aggiunge Fratel Stockman – attraverso i loro contatti “possono incoraggiare e supportare i cattolici in Cina, mostrando che siamo una Chiesa universale dove la fedeltà a Roma non deve essere considerata controversa in Chiesa”. E lo possono fare “portando un importante aspetto del messaggio evangelico” attraverso la dottrina sociale. Un buon risultato è stato il fatto che gli ex studenti ora stanno dando corsi ai cattolici in Cina, portando avanti una tradizione di costruzione di ponti.

“A volte – dice Fratel Stockman – si tratta di piccoli ponti di corda, per aiutare i cattolici in Cina a non cadere in acque tempestose. Ma soprattutto è importante continuare coraggiosamente e non cadere nelle disillusione che si tratta di una battaglia persa”.

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