Coronavirus, il Vaticano lancia l’allarme anziani

Un messaggio del Dicastero Laici, Famiglia e Vita mette in luce il dramma degli anziani. “Chiarire che salvare la vita delle persone è una priorità tanto quanto salvare qualunque altra persona”

Papa Francesco durante uno dei suoi incontri con gli anziani
Foto: Archivio ACI
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Nel mezzo della pandemia di Covid 19, di fronte alle ipotesi di dare priorità nelle cure a quanti hanno più possibilità di salvarsi, il Dicastero Laici, Famiglia e Vita lancia un allarme e chiarisce: “Salvare la vita delle persone anziane che vivono all’interno di strutture residenziali o che sono sole o malate, è una priorità tanto quanto salvare qualunque altra persona”.

Il messaggio del dicastero è intitolato “Anziani, nella solitudine il coronavirus uccide ancora di più”, ed è parte di un lavoro che il dicastero aveva avviato sulla “rivoluzione della longevità” con un convegno che si era tenuto dal 29 al 31 gennaio scorso, i cui temi sembrano drammaticamente attuali oggi.

Il Dicastero sottolinea che anche gli anziani sono vittime della pandemia e loro, “come tutti, sono fragili e disorientati”.

In Italia, nota il dicastero, più dell’80 per cento delle persone che ha perso la vita a causa del coronavirus aveva più di 70 anni, e questi sono spesso soli. Il dicastero nota che “se è vero che il coronavirus è più letale quando incontra un corpo debilitato, in molti casi la patologia pregressa è la solitudine”.

Per questo, si legge nella nota, “non è un caso che stiamo assistendo alla morte, in proporzioni e modalità terribili, di tante persone che vivono lontane dal proprio nucleo familiare, in condizioni di solitudine davvero debilitanti e sconfortanti”.

Il dicastero chiede di “fare tutto quanto possibile per rimediare a questa condizione di abbandono”, cosa che “potrebbe significare salvare le vite umane”.

Si chiedono “nuove forme di presenza” nell’impossibilità di fare visite domiciliari, e si mette in luce il grande lavoro della Chiesa. “Spesso – si legge nella nota - le parrocchie sono impegnate nella consegna di cibo e medicinali a chi è costretto a non uscire di casa”, e “quasi ovunque, i sacerdoti continuano a visitare le case per dispensare i sacramenti”, mentre “molti volontari, soprattutto giovani, si stanno impegnando con generosità per non interrompere – o per iniziare a tessere – fondamentali reti di solidarietà”.

Il Dicastero guidato dal Cardinale Kevin J. Farrell, però, chiede a “tutti di fare di più”, come “singoli e come Chiese locali”, pregando, curando la malattia della solitudine, perché “di fronte allo scenario di una generazione colpita in maniera così pesante, abbiamo una responsabilità comune, che nasce dalla consapevolezza del valore inestimabile di ogni vita umana e dalla gratitudine verso i nostri padri e i nostri nonni”.

La nota chiede di “dedicare nuove energie” per difendere gli anziani da questa tempesta. “Non lasciamo soli gli anziani, perché nella solitudine il coronavirus uccide di più”, ammonisce la nota.

E si chiede “particolare attenzione per quanti vivono nelle strutture residenziali”, dove in migliaia hanno già perso la vita a causa “della concentrazione nello stesso luogo di così tante persone fragili e la difficoltà di reperire i dispositivi di protezione hanno creato situazioni difficilissime da gestire nonostante l’abnegazione e, in alcuni casi, il sacrificio del personale dedito all’assistenza”.

Il tutto, però, è parte di “un abbandono assistenziale e terapeutico che viene da lontano”. E così, il dicastero mette in chiaro che “pur nella complessità della situazione che viviamo”, salvare “la vita delle persone anziane che vivono all’interno di strutture residenziali o che sono sole o malate, è una priorità tanto quanto salvare qualunque altra persona”.

Il dicastero chiede ai Paesi in cui la pandemia ha dimensioni ancora limitate di “prendere delle misure preventive per proteggere gli anziani”, mentre “in quelli dove la situazione è più drammatica è necessario attivarsi per trovare soluzioni emergenziali”.

Si legge infine nella nota che “nella sofferenza di questi giorni, siamo chiamati a scorgere il futuro”, perché “nell’amore di tanti figli e nipoti e nella premura degli assistenti e dei volontari rivive la compassione delle donne che si recano al sepolcro per prendersi cura del corpo di Gesù”.

“Come loro – conclude la nota - siamo spaventati e, come loro, sappiamo che non possiamo fare a meno di vivere, pur mantenendo le distanze, la compassione che Lui ci ha insegnato. Come loro, presto comprenderemo che sarà stato necessario rimanere accanto, anche quando sembrava pericoloso o inutile, certi delle parole dell’angelo, che ci invita a non avere paura”.

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