Diplomazia pontificia: Cina, Oceania, Africa

Il Cardinale John Tong Hon alla conferenza in Gregoriana su "Cristianesimo in Cina. Impatto, interazione ed inculturazione", 22 marzo 2018
Foto: AG / ACI Stampa
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Un intervento dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano ad un convegno sulla Cina ha dato il tono al dibattito sui dialoghi in corso tra Cina e Santa Sede, sebbene un possibile accordo sulle nomine episcopali non sia stato nemmeno nominato. In generale, la diplomazia pontificia questa settimana ha guardato ai continenti meno conosciuti: è stato annunciato il viaggio del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano in Oceania, mentre un rappresentante della Conferenza Episcopale del Congo ha parlato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E prosegue, all’ONU, l’impegno della Santa Sede alla Conferenza sullo status della donna.

La Santa Sede e la Cina

Il Cardinale John Tong Hong, vescovo emerito di Hong Kong, non ha dubbi che c’è bisogno di “dialogare”, anche per quanto riguarda la questione cinese. E dialogo è la parola più usata nel discorso di apertura di un convegno su Cristianesimo in Cina. Impatto, interazione ed inculturazione” organizzato dalla facoltà di Missiologia della Pontificia Università Gregoriana, che si è tenuto tra il 22 e il 23 marzo presso la stessa università.

 Il Cardinale ha in particolare sottolineato la necessità di avere la mano tesa verso “coloro che vogliono conoscere la fede in Cristo e cercano dialogo”, perché “lo speciale futuro di questi cristiani nella società cinese” dipende da come ci si arricchirà nell’incontro tra i cristiani con la società cinese. Di fronte a quanti cercano di separare la società, il dialogo si rivela “questione indispensabile”, cosicché attraverso questa esperienza di dialogo “ci troveremo sempre più vicini gli uni agli altri e diventeremo amici”.

A dare il tono dell’incontro è stato però l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, che è intervenuto in apertura di convegno. Focalizzando la sua relazione sull’attuale centralità della Cina nel mondo, il “ministro degli Esteri vaticano” ha sottolineato come “la Cina stia affrontando la sfida globale preservando la sua identità”, e ha posto come modello proprio i gesuiti che provarono ad evangelizzare il territorio cinese nel XVII secolo.

L’arcivescovo Gallagher ha anche parlato della “sinizzazione”, vale a dire della necessità di avere una Chiesa cattolica sempre più cinese in Cina, e ha sottolineato come “l’universalità della Chiesa cattolica, con la sua naturale apertura alla persona umana, può essere di ispirazione per il dialogo tra Cina e mondo contemporaneo”.

In questo modo, l’arcivescovo Gallagher ha posto la comunità cattolica, “pienamente integrata” nel vissuto del popolo cinese, come tramite del dialogo tra la Cina e il mondo, sottolineando come la sinizzazione sia da definire come inculturazione, perché né il proselitismo né la proclamazione disincarnata delle verità di fede possono annunciare il Vangelo. 

L’arcivescovo Gallagher ha anche messo in luce come i rapporti tra Cina e Santa Sede sono passati “attraverso fasi diverse”, tra “incomprensioni e collaborazione”, facendo riferimento anche alle “grandi sofferenze” sperimentate dai cristiani in Cina.

Il convegno ha avuto luogo proprio nei giorni in cui il presidente cinese Xi Jinping aboliva il dipartimento di Affari Religiosi e trasferiva le sue competenze direttamente al partito. La libertà religiosa è uno dei temi scottanti sulle relazioni tra Santa Sede e Cina. Un possibile accordo con Pechino sulla nomina dei vescovi è stato appoggiato dal Cardinale Tong e fortemente contestato dal suo successore, il Cardinale Zen, ed è oggetto di un dibattito molto forte. L’accordo non dovrebbe comunque andare a toccare le relazioni diplomatiche, e dunque Taiwan non dovrebbe per ora perdere la sua relazione privilegiata con la Santa Sede che dura da 75 anni.

Il Cardinale Parolin in Oceania

Dal 12 al 16 aprile, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, sarà a Port Moresby, in Papua Nuova Guinea, per partecipare all’Assemblea della Federazione dei Vescovi dell’Oceania e discutere di cambiamenti climatici e diritti umani.

La Federazone delle Conferenze Episcopali è composta da vescovi di Australia, Papua Nuova Guinea, Isole Salomon, Nuova Zelanda e altre nazioni dell'Oceano Pacifico, e il tema di questa assemblea è “Cura per la nostra casa comune di Oceania: un mare di possibilità”.

Il Cardinale Pietro Parolin terrà una conferenza dell’enciclica Laudato Si, che è in pratica la linea guida dell’intera assemblea. Sarà affrontato anche il tema dei rifugiati.

Un viaggio del Papa in India?

Si attendeva il viaggio del Papa in India lo scorso anno, ma questo non è avvenuto, soprattutto perché non c’è stato l’invito del governo indiano. La Chiesa indiana è comunque tornata alla carica. Il Cardinale Oswald Gracias, presidente della Conferenza Episcopale Indiana, ha avuto un incontro con il Primo Ministro indiano Narendra Modi, e ha chiesto di nuovo di invitare il Papa nel Paese. L’incontro è stato il primo del Cardinale Gracias con il premier nel suo nuovo incarico di presidente dei vescovi.

La Conferenza Episcopale Indiana, in un comunicato, ha sottolineato che il Cardinale ha messo in luce quali sarebbero i “benefici ad ampio raggio” che porterebbe la visita del Papa in India.

I vescovi indiani hanno più volte denunciato la discriminazione che vivono i cattolici nel Paese, mentre gli attacchi a sfondo religioso si sono moltiplicati

Tornando dal viaggio in Myanmar e Bangladesh, Papa Francesco ha detto di sperare di poter compiere il viaggio in India nel 2018. L’ultimo Papa a viaggiare in India fu San Giovanni Paolo II nel 1999.

Perché la Santa Sede si occupa di proprietà intellettuale?

Il 21 marzo, a Ginevra, c’è stata una seduta del WIPO (World Intellectual Property Organization) dedicata a Proprietà Intellettuale e le Risorse Genetiche, la Conoscenza Tradizionale e il Folklore.

Quello della proprietà intellettuale è uno dei campi più importanti e nascosti in cui lavora la diplomazia della Santa Sede. Il tema riguarda svariati ambiti, dall’accesso ai farmaci, i cui costi sono resi proibitivi anche a causa dei brevetti, fino ai diritti d’autore – e in questo la Santa Sede ha avuto un ruolo importante nell’accordo di Marrakech, che favorisce la possibilità di stampare libri per ipovedenti senza pagare esorbitanti diritti alle case editrici.

Il tema di questa sessione riguardava, appunto, i brevetti sulle forme di vita. L’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra, ha sottolineato che “brevettare le forme di vita può essere un mezzo per supportare biotecnologie impegnative, si a da un punto di vista etico che da un punto di vista di un sistema di proprietà intellettuale favorevole allo sviluppo”.

L’arcivescovo ha però rimarcato che sia la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sia la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Protezione dei diritti umani e la dignità dell’essere umano riguardo l’applicazione di Biologia e medicine si sono espressi contro la possibilità di brevettare e fare guadagni su genoma e corpo umano.

Il tema – nota l’arcivescovo – è stato ampiamente dibattuto. Nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla Clonazione – ha sottolinea – sono riconosciuti sia i problemi etici nati da nuove tecnologie che toccano il corpo umano, e per questo si insiste che gli Stati adottino tutte le misure necessarie per proteggere la vita umana nell’applicazione scientifica.

Non si tratta solo di esercitare un controllo commerciale, perché la stessa distribuzione di nuove forme di vita potrebbe colpire sia la sicurezza del cibo che le prospettive di sviluppo delle nazioni più indietro.

L’arcivescovo Jurkovic ha affermato che “non si dovrebbe permettere ad interessi monopolistici privati” di imporsi sopra “le risorse biologiche”, mentre ci vuole un approccio che non ignori “le più grandi preoccupazioni economiche, ambientali ed etiche riguardo il brevettare la vita”. La richiesta finale è che i documenti sul tema presentino un linguaggio che “garantisca che non ci sia nessun brevetto sulle forme di vita, inclusi gli esseri umani”.

Il dibattito sull'Accordo Globale sui Rifugiati

Continuano i negoziati sui due global compacts su migranti e rifugiati alle Nazioni Unite. A Ginevra si è discusso lo scorso 21 marzo della bozza sui rifugiati e in particolare della terza parte del documento.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite di Ginevra, ha sottolineato che “accogliere e proteggere i rifugiati sono comuni responsabilità della comunità internazionali”, sebbene si sappia che questa “solidiarietà non avviene senza sacrifice”, perché in alcuni casi i rifugiati superano in numero la popolazione locale.

L’arcivescovo Jurkovic loda le nazioni che ricevono e ospitano i rifugiati, perché danno “un immense contributo al bene collettivo e alla causa dell’umanità”.

Tra le cose positive del testo in discussione – nota il nunzio – c’è “la distribuzione delle risorse finanziarie per lo sviluppo da parte delle istituzioni internazionali, con una speciale considerazione a progetti di cui possano beneficiare i rifugiati e che premino la generosità delle famiglie e comunità locali”.

La Santa Sede chiede di tenere a mente che “i rifugiati non sono numeri da distribuire e selezionare, ma anche persone con un nome, una storia, speranze e aspirazioni per il loro sviluppo umano integrale che sono stati forzati a lasciare la loro nazione e hanno bisogno di protezione e assistenza”.

L’arcivescovo Jurkovic sottolinea quindi che “la distribuzione di fondi non deve essere un pretesto per ‘subaffittare’ la responsabilità di protezione di certe nazioni semplicemente a causa della loro vicinanza a certe aree geografiche”, e nemmeno deve essere una giustificazione per “il contenimento del movimento dei rifugiati, ma davvero una genuine espressione di cooperazione internazionale e solidarietà”.

In particolare, la Santa Sede loda il passaggio del rapporto in cui le Nazioni Unite propongono un ampio impegno per terminare la discriminazione basata su razza, colore della pelle, religione o credo”, perché “è importante che l’accordo globale sia fermamente centrato sulla persona umana, evitando ogni considerazione ideological, incluse quelle definite con il nome di ‘età, gender e diversità’.”

L’arcivescovo Auza alla Fondazione Centesimus Annus

La fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice ha organizzato un convegno di tre giorni sull’Etica negli Affari Internazionali e nella Finanza presso la Fordham University. Il 15 marzo, l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di New York, ha tenuto il discorso inaugurale.

Nel discorso, l’arcivescovo Auza ha messo in discussione la possibilità di vivere una sorta di “tumulto globale”, questione che era il tema della relazione. L’arcivescovo ha messo in luce dati e cifre delle diseguaglianze globali, dai Paesi più ricchi del mondo agli uomini più ricchi del mondo, e ha detto che questo potrebbe essere parte dell’agitazione globale di cui si parla. Ma ha anche invitato anche a guardare oltre l’aspetto economico, allargando l’orizzonte alle conseguenze di questa situazione.

Il primo tema è quello dei rifugiati: ci sono “258 milioni di persone che attraversano i confini internazionali”, mentre altri 40 milioni sono “sfollati nelle loro città”, e si stima che 41 milioni di persone siano invece vittime di traffico di esseri umani.

Quindi, i conflitti: ce ne sono più oggi che in tutta la storia dell’umanità. L’arcivescovo Auza nota che “poco meno di 20 anni fa, il Consiglio di Sicurezza si è incontrato per 52 volte”, mentre nel 2017 ha tenuto 292 incontri su conflitti sparsi nel mondo.

Terzo punto: il tema del terrorismo, favorito anche da gruppi non statali di terroristi che hanno creato le cosiddette guerre asimmetriche.

E ancora: i diritti umani minacciati in tutti i modi e a tutte le età, dai non nati ai vecchi; la distruzione della famiglia; la crescente polarizzazione del discorso politico; la colonizzazione ideologica; lo sfruttamento del pianeta.

Dal punto di vista economico, l’Osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York nota che c’è più di un miliardo di persone che vive in estrema povertà, mentre la rivoluzione tecnologica sta cambiando il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri.

Cosa allora devono fare i cattolici? Al di là delle spiegazioni tecniche, l’arcivescovo Auza afferma che la Dottrina Sociale della Chiesa può offrire principi e linee guida per trovare una efficace “bussola etica” in tempi di difficoltà, perché tutte le categorie della Dottrina Sociale sono in grado di rispondere ai nuovi fenomeni, dato che il tutto deriva da un non rispetto della dimensione umana.

L’arcivescovo Auza mette in luce che la Dottrina Sociale della Chiesa ci impegna prima di tutto a praticare la solidarietà .

Quindi, ricorda che la Dottrina Sociale, per evitare le ineguaglianze sociali non ci si può affidare a forze di mercato non regolamentate. Ma in generale, la Dottrina Sociale Cattolica non “raccomanda esplicitamente uno specifico sistema economico”, ma considera piuttosto in che modo elementi e modelli economici sono più o meno in consonanza con la visione della Chiesa della persona umana e del lavoro”.

In particolare, l’arcivescovo Auza fa riferimento al principio della “interconnessione”, che ispira a “cercare altri modi di comprendere l’economia e il progresso, e di moderare la sempre presente tentazione dell’accumulazione della ricchezza con chiarezza, generosità, gratuità, e soprattutto amore”.

Nazioni Unite, la settimana sullo status delle donne

Continua alle Nazioni Unite la discussione della Commissione sullo Status delle donne, che quest’anno si concentra particolarmente sulle donne nelle zone rurali.

Il 19 marzo, la Missione della Santa Sede presso le Nazioni Unite ha promosso un evento su “Promuovere lo sviluppo integrale di donne e ragazze in Africa nell’era della colonizzazione ideologica”:

Aprendo l’evento, l’arcivescovo Bernardito Auza ha sottolineato che Papa Francesco ha messo in luce più volte il problema della “colonizzazione ideologica”, definito come il momento in cui le nazioni, agenzie e fondazioni più potenti e ricche costringono le nazioni che una volta erano colonizzate per via militare o economica ad accettare come condizione per assistenza allo sviluppo alcune pratiche, in particolare riguardo la sessualità, la vita, la famiglia e la antropologia. E questo è successo soprattutto in Africa, dove è stata diminuita l’assistenza per salute, acqua, sanità ed educazione.

Un altro “side event” è stato sponsorizzato dalla Santa Sede il 20 marzo, in occasione della 13esima Giornata Mondiale per la Sindrome di Down. Il tema dell’evento era “Non c’è posto nei villaggi rurali, nella città e nelle case per quelli con disabilità? Ragazzi e ragazze con la Sindrome di Down sono lasciati indietro?

L’Osservatore Auza ha detto che alle Nazioni Unite si parla molto di non lasciare nessuno indietro, così come si parla di terminare l’ingiusta discriminazione contro donne e persone con disabilità. Eppure, sebbene questi impegni siano fermi nei principi, molti Stati, così come agenzie delle Nazioni Unite e membri della società civile tollerano grandi violazioni nella pratica, in particolare la discriminazione contro le donne effettuata attraverso l’esame genetico pre-natale seguito da un aborto selettivo sula base del sesso, cosa che ha fatto perdere 160 milioni di donne nel mondo.

“Quanto sono rimasti silenti quelli che dicono di portare avanti la causa delle donne nel mondo?”, ha domandato l’arcivescovo Auza. E questo – ha aggiunto il nunzio – accade sempre più anche con quanti sono diagnosticati della Sindrome di Down, dato che “la grande maggioranza di loro sono selezionati per l’aborto, ad una percentuale che in molti dicono sia paragonabile a un genocidio”.

Una pratica ingiustificata, ha notato l’arcivescovo Auza, tanto più che gli studi “mostrano in maniera schiacciante che le persone con la Sindrome di Down, i loro genitori e i loro figli sono felici”.

Un terzo evento è stato sponsorizzato dalla missione delle Nazioni Unite con la World Youth Alliance e la Fertility Education and Medical Management Foundation, sul tema “Affermare la dignità umana delle Donne Rurali attraverso la cura sanitaria e l’educazione.

L’arcivescovo Auza ha aperto i lavori notando che rispettare la dignità della donna significa darle valore per la sua totale umanità, incluso il significato materno della sua femminilità e i cicli naturali di fertilità. L’arcivescovo ha messo in luce che in alcuni casi il concetto di “salute riproduttiva” o “diritti riproduttivi” non rispettano la dignità della donna proprio perché trattano la maternità e la fertilità come oggetti da aggiustare, o da sopprimere.

Infine, il 23 marzo, l’arcivescovo Auza ha parlato all’evento di Alto Livello che ha lanciato il “Decennio Internazionale di Azione: l’acqua per lo sviluppo sostenibile 2018-2028.”

L’Osservatore della Santa Sede presso l’ufficio ONU di New York si è focalizzato sulla qualità dell’acqua disponibile per i poveri, perché “l’acqua non sicura porta a morte e alla diffusione di malattie relazionate all’acqua”. L’arcivescovo Auza ha anche chiesto di far crescere i fondi per assicurare accesso universale all’acqua necessaria e alla potabilizzazione dell’acqua, sforzandosi di ridurre lo spreco e il consumo inappropriato .

L’appello del Congo alle Nazioni Unite

Padre Donatien Nshole, segretario generale della Conferenza Episcopale del Congo, ha partecipato il 19 marzo ad una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nell’occasione, il numero due della conferenza episcopale ha chiesto alle Nazioni Unite di fare di più per affrontare la crisi politica e umanitaria della Repubblica Democratica del Congo.

“L’episcopato – ha detto padre Nshole – è convinto che solo elezioni credibili, trasparenti e pacifiche possano dare al popolo congolese governanti legittimi, in grado di far fronte alla crisi multiforme che sta divorando il Paese”.

I cattolici sono stati in prima linea nell’affrontare la situazione di emergenza che si è creata del Paese dopo che lo scorso dicembre sono state annullate le elezioni libere previste dall’accordo di Capodanno.

La situazione umanitaria è sempre peggiorata. Il Comitato di Coordinamento dei Laici (CLC) ha organizzato varie marce per chiedere il rispetto del dialogo, che è nato dalla moderazione degli stessi vescovi. Le ultime manifestazioni hanno causato dozzine di morti, e la polizia è stata considerata responsabile di diverse violazioni dei diritti umani secondo il rapporto di una commissione d’inchiesta congiunta avviata dal Ministero dei Diritti Umani.

Il Papa ha fatto diversi appelli per il Congo, e ha anche proclamato una giornata di preghiera per la pace in Congo e Sud Sudan lo scorso 23 febbraio.

Il 10 marzo, il CLC ha inviato una lettera ad Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, chiedendo il suo coinvolgimento nella risoluzione della crisi del Paese, sospendendo tutte le manifestazioni fino al 30 aprile per concedere alla comunità internazionale il tempo necessario per trovare una soluzione alla crisi.

Le Nazioni Unite hanno anche una missione in Congo, la MONUSCO, che dovrebbe essere rinnovata il 27 marzo attraverso una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Dalle nunziature

Dal settembre 2017 nunzio apostolico in Indonesia, l’arcivescovo Piero Pioppo è stato nominato lo scorso 19 marzo anche nunzio apostolico presso l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN).

La Santa Sede e l’ASEAN intrattengono relazioni bilatera dal 18 giugno 2011. Organizzazione di tipo politico, economico e culturale per le nazioni situate nel Sud Est Asiatico, è stata fondata nel 1967 con lo scopo di promuovere la cooperazione e l’assistenza tra gli Stati membri. Le nazioni che ne fanno parte si incontrano ogni anno nel mese di novembre.

Il 24 marzo, papa Francesco ha nominato l'arcivescovo Julio Murat come nunzio apostolico in Camerum. Lascia così l'incarico precedente di nunzio apostolico in Zambia e in Malawi

 

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