Diplomazia pontificia, tra la lezione del Profeta Giona e l’imparzialità

Il Cardinale Pietro Parolin riceve il volume "La storia di Giona" da Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia
Foto: Vatican News
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La storia di Giona, identità comune per le tre religioni del libro. Una basilica capolavoro che era centro di una Patriarcato che si estendeva dall’Ungheria al Veneto. E l’impegno per la pace, che si fa con la cultura, ma anche con la diplomazia.

Sono tutti questi gli ingredienti che hanno visto lo scorso 12 luglio il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, tenere una lectio magistralis per il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, dopo aver celebrato Messa nella Basilica di Aquileia, mentre si presentava un libro dedicato alla storia di Giona, rappresentata in uno dei mosaici più belli contenuti nella Basilica.

A guardare parole e simboli dell’iniziativa, tutto si tiene. A partire dal modello diplomatico della Santa Sede, di ieri e di oggi.

Enfatizzando la “imparzialità” della Santa Sede durante la Prima Guerra Mondiale lo scorso 12 luglio ad Aquileia, il Cardinale Pietro Parolin ha infatti anche delineato le linee guida della diplomazia che la Segreteria di Stato vaticana da lui diretta persegue.

Si tratta di una diplomazia prudente, basata sull’imparzialità, ma anche sulla necessità di una missione che non sia una colonizzazione. Tutte doti che furono di Benedetto XV, conosciuto per i suoi interventi durante la Grande Guerra, ma che fu in realtà un Papa che guardò all’Oriente con l’apertura del Pontificio Istituto Orientale e che lanciò un nuovo tipo di missione con l’enciclica Maximum Illud, di cui l’anno prossimo sarà celebrato il centenario con un mese missionario.

Con quella enciclica, Benedetto XV chiedeva – ha ricordato il Cardinale Parolin – di “superare il nazionalismo”, andando oltre l’idea della superiorità europea e di promuovere “le lingue locali in luogo delle lingue del conquistatore, e di formare e valorizzare il clero indigeno”.

Uno dei primi a mettere in pratica la Maximum Illud fu Celso Costantini, inviato in Cina, di cui di recente si è aperto il processo di canonizzazione. E fu proprio il Cardinale Costantini, da parroco ad Aquileia, a disvelare gli straordinari mosaici della Basilica, oggi conservati sotto una cappa di vetro.

Tra questi mosaici, svetta la storia di Giona, oggetto di un libro della Fondazione Aquileia che raccoglie le fotografie di Elio Ciol, fotografo friulano che nel 1974 si arrampicò sulle campate della Basilica per fotografare i mosaici nella loro interezza, con tutti i loro colori.

Giona non è solo il “profeta renitente”, ma è anche un profeta riconosciuto dal mondo ebraico, ovviamente, ma anche dal mondo musulmano, con il nome di Yunus. E non è un caso che la moschea e la tomba di Giona sia stata tra le prime ad essere distrutte a Mosul.

È un libro che include contributi del Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, dello Sheik Ibrahim Reda, imam di al Azhar, del rabbino Vittorio Riodati Bendaud, dello storico Carlo Ossola.

“Distruggere la Moschea e la tomba di Giona – spiega Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia - acquista dunque un significato chiarissimo, inequivocabile che fa capire anche a chi non è troppo esperto di storia del Vicino Oriente e dell’Africa Settentrionale qual è il vero e diretto obiettivo del terrorismo fondamentalista: cancellare i punti di unione che esistono, molto forti, tra le genti che abitano intorno al Mediterraneo, eliminare il ricordo di culture ed esperienze condivise, negare la possibilità stessa di una convivenza che invece è possibile, che ha perdurato per millenni e che ha generato frutti portatori di progresso e di pace a livello globale”.

Così, il volume “La Storia di Giona” si inserisce in quelle iniziative di “Archeologia ferita” della Fondazione Aquileia che punta a portare al Museo di Aquileia pezzi archeologici distrutti e rovinati dalla furia della guerra in Iraq. Lo ha fatto con i pezzi di Palmira, dopo la devastazione da parte dell’ISIS, insieme ad una mostra fotografica sempre di Elio Ciol, che fotografò Palmira nel 1996.

Ed è qui che entra in gioco la diplomazia della Santa Sede. Quali le sue linee guida? Come rispondere a questa guerra lanciata al cuore della civiltà occidentale? Come affrontare crisi come quelle che hanno portato alla distruzione della tomba di Giona?

Il Cardinale Parolin, con il suo testo, non commemora solo i 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Piuttosto, racconta di un approccio, quello che ha assunto alla guida della diplomazia pontificia, e di un obiettivo, quello che si pone in linea con il Pontificato.

L’approccio è quello dell’imparzialità. È l’approccio di Benedetto XV, ed è “l’unico approccio possibile”, specie in una epoca di forti nazionalismi come quello che precedette la prima Guerra Mondiale. Una imparzialità “senza sbilanciamenti da una parte né dall’altra”, per una linea che “appare oggi vincente, l’unica possibile in quel terreno ‘invivibile’, per una forza religiosa spirituale, che è la guerra moderna”.

L’obiettivo è quello della pace. La “Nota alle popolazioni belligeranti”, diffusa nell’agosto 1917 e di cui lo scorso anno si è celebrato il centenario, portava – nota il Segretario di Stato - soluzioni molto concrete. Ma, in nome del nazionalismo, persino alcuni vescovi non pubblicarono la nota nei loro bollettini parrocchiali, dicendo che non era un appello religioso, ma era stato inviato alle popolazioni in guerra, sottoliena il Segretario di Stato.

Quindi, c’è l’idea della Prima Guerra Mondiale come “suicidio dell’Europa”, anche questa espressione di Benedetto XV. Ma l’idea è da considerarsi ancora valida, ed è per questo che la Santa Sede, con Papa Francesco, ha guardato moltissimo al continente europeo, fino ad ospitare il convegno Ripensare l’Europa, per cercare di ovviare alla cronaca di un suicidio annunciato già durante la Prima Guerra Mondiale.

Il Cardinale Parolin poi dice della “profezia” di Benedetto XV, che già aveva visto le conseguenze della guerra e del dopoguerra: la dissoluzione dell’ordine internazionale centrato sull’Europa “senza riuscire a sostituirlo in maniera equa e duratura”; la sepoltura di quattro imperi (tedesco, asutro-ungarico, russo e ottomano) che aveva aperto “una voragine territoriale e politica che ancora non si è riusciti a colmare”; senza contare la strada aperta per il comunismo in Russia, e dalla crisi permanente in cui si è sprofondato il Medio Oriente, che dura ancora oggi.

Ma, soprattutto, la caduta degli imperi ebbe tra le tante conseguenze il nuovo nazionalismo esasperato di cui anche Gorizia fu vittima dopo la Guerra, ha portato all’inizio delle stragi di massa, di cui rimase vittima allora la popolazione armena – in soccorso della quale si mosse allora quasi soltanto la Santa Sede – tanto da rendere indispensabile il conio di una parola fino a quel momento inesistente in tutti i vocabolari: la parola ‘genocidio’, che oggi fa parte, purtroppo, del nostro

linguaggio corrente”.

Il Cardinale ha esaltato il ruolo dei nunzi, notando che da figure prettamente politiche recuperarono “la loro natura più autentica” di “rappresentanti del Papa presso i governi, ma anche presso le Chiese locali e le loro istituzioni”, collegamento del centro romano con la periferia.

Quest’ultimo tema è ulteriormente sviluppato: caduti gli imperi, cade anche il rapporto Chiesa – Stato che, per esempio, faceva sì che i seminari gestiti dallo Stato, come il Frintaneum di Vienna, scomparissero, e la formazione dei sacerdoti avvenisse a Roma, sostituendo “il vecchio clero di Stato fu sostituito da un clero romanizzato, nel quale il senso della cattolicità della Chiesa si sostituì gradatamente al sentimento di appartenenza nazionale prima prevalente”.

Tutti temi che rappresentano segnali precisi: la romanità come necessità di imparzialità e come indipendenza dalla formazione Statale, il ripudio del nazionalismo, la volontà di mantenere la Santa Sede imparziale, sempre e comunque, ma allo stesso tempo impegnata in opere di mediazione, senza mancare di denunciare gli orrori del mondo, come fece con il metz yegern degli armeni.

A questi temi si aggiunge quello della missione, che Benedetto XV smarca da ogni nazionalismo, e quindi da ogni pretesa di colonizzazione, chiedendo la formazione di clero locale e vescovi locali, anche se questi non erano ancora pronti. Una strada che Pio XI seguì, consacrando negli anni Trenta i primi vescovi cinesi, giapponesi, vietnamiti e africani.

Ma il Cardinale Parolin ha uno sguardo equilibrato. La Chiesa fu obbligata dalla guerra ad andare oltre, ma è anche vero che “il lealismo patriottico dimostrato nei vari Paesi europei dal mondo cattolico e dalle strutture ecclesiastiche” decretò la fine del pregiudizio anti-cristiano che aveva portato alla legge della separazione tra Chiesa e Stato del 1905 in Francia e alla legge analoga in Portogallo del 1911 – lì dove, sei anni più tardi, l’evento di Fatima sarebbe arrivato a scatenare la coscienza cattolica del Paese, così come fece Lourdes pochi anni prima.

Non si tratta di guardare però solo al passato. Tutto accade anche oggi, in forme diverse, ma seguendo sempre le stesse logiche. Il progetto di portare ad Aquileia l’archeologia ferita dell’Iraq è un segno visibile di quello che è accaduto e che accade tutt’oggi, ed è un segnale di allarme, che il Cardinale Parolin ha voluto lanciare a 100 anni dalla fine della guerra.

Facile leggere in tutto questo anche un necessario martirio, che è testimonianza, e che a volte è cruento. Celebrando la Messa nella cattedrale di Aquileia nella solennità di Ermacora e Fortunato, il cardinale Parolin ha ricordato che “nel martirio il mistero del male esplode con tutta la sua insensatezza: insensata è la persecuzione, ma anche ogni altra manifestazione della cattiveria umana, a cominciare dalla guerra”.

Ma aveva anche sottolineato che “nel martirio, per nostra fortuna, si rende visibile anche l’altro e più grande mistero: quello dell’amore. I martiri, anche questi nostri Santi martiri, ci indicano con la loro vita e la loro morte la croce di Gesù. Lì è la fonte dell’impegno cristiano, della testimonianza, di ogni vocazione, di ogni vero amore, e di ogni autentico progetto di pace. Guardando al crocifisso possiamo amare,

possiamo vivere le beatitudini, possiamo, anzi dobbiamo, diventare santi. Ermacora e Fortunato, nostri intercessori presso il Padre, ci ottengano questa grazia”.

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