Due anni fa, il giorno dei quattro Papi. Con due santi che hanno buttato giù i muri

27 aprile 2014, la Canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II
Foto: Garrett Johnson / CNA
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È passato alla storia come il giorno dei “quattro papi”: sull’altare, Papa Francesco, e poco discostato, come primo dei cardinali, il Papa emerito Benedetto XVI. Agli altari, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Una canonizzazione celebrata insieme, per due Papi che hanno buttato giù i muri. E che sono intimamente legati: l’uno è la continuità dell’altra.

Cosa accomunava Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II? Innanzitutto, sono entrambi Papi, e sono entrambi Papi santi. Hanno vissuto fino in fondo la loro spiritualità sacerdotale, come testimoniato dai loro motti episcopali. Giovanni XXIII aveva scelto “Oboedientia et pax”, Giovanni Paolo II “Totus tuus”, un atto di affidamento a Maria.

Hanno storie differenti. Giovanni Paolo II è rimasto presto solo, perde i fratelli, i genitori, forgia la sua fede in un seminario clandestino, e poi la sviluppa sotto il regime comunista. Una devozione popolare, condita da una grande personalità che gli dava il coraggio di mostrare la forza e la presenza della Chiesa anche in quei tempi difficili.

Giovanni XXIII è cresciuto in una famiglia numerosa, e poi è stato inviato dalla Santa Sede in Turchia, Bulgaria, Francia, come legato pontificio, come nunzio apostolico. Il suo lavoro diplomatico ne ha forgiato la fede e la visione della Chiesa. Una Chiesa inclusiva, ecumenica, dialogante con il mondo. L’omelia della Messa di Pentecoste in Turchia del 1944, l’ultima che pronuncia nel Paese prima di essere inviata in Bulgaria, è un esempio vivo del pensiero di Angelo Giuseppe Roncalli.

In quell’occasione, Roncalli disse che i cristiani, di tutte le confessioni, amano “distinguersi da quanti non professano la nostra fede, da ortodossi, protestanti, giudei, musulmani, credenti e non credenti”. Ma – continuò – anche se la “diversità di razza, lingua, educazione, contrasti dolorosi di un passato triste ci tengono a distanza reciproca, nella luce del Vangelo Cristo è venuto per buttare giù i muri; è morto per proclamare la nostra fraternità universale; il centro del suo insegnamento è l’amore che lega ogni uomo a lui come il primo dei fratelli, e che lega lui con noi al Padre”.

Buttare giù i muri: è questa la parola che accomuna più di tutte i due Papi santi. L’impegno ecumenico fu portato avanti da Giovanni Paolo II, con vigore, andando oltre le diplomazie, rispondendo a suon di gesti profetici alla politica delle religioni.

Quando andò in Grecia nel 2001, il primo Papa dopo oltre 1281 anni, ascoltò senza una piega la lista di accuse che gli ortodossi greci lanciavano alla Chiesa Cattolica. Poi chiese scusa. E infine, in uno storico incontro sull’Aereopago, lesse con l’arcivescovo Christodoulos l’impegno per difendere le radici cristiane d’Europa, e poi spezzò il taboo della preghiera agli ortodossi, recitando un “Padre Nostro” insieme all’arcivescovo greco.

D’altro canto, Giovanni XXIII aveva cominciato a buttare giù il muro invisibile della Cortina di Ferro. L’Unione Sovietica già viveva le prime crepe, tanto che fu l’allora segretario del Partito Comunista Kruscev a fare la prima mossa, inviando un messaggio di auguri a Giovanni XXIII per l’ottantesimo compleanno. Giovanni XXIII rispose, e si avviò uno scambio di contatti informale.

Quando nel 1962 scoppiò la crisi dei missili a Cuba, Giovanni XXIII era l’unica autorità morale riconosciuta da entrambe le parti. Il suo intervento, che da diplomatico esperto il Papa scrisse e riscrisse, fu pubblicato persino sulla “Pravda”, il giornale ufficiale comunista. La crisi dei missili rientrò.

Il risultato di quell’iniziativa convinse Giovanni XXIII a scrivere una enciclica, la “Pacem in Terris”. Una enciclica basata su quattro pilastri, una utopia ancora attuale del Papa. Il quale aveva delineato l’enciclica in maniera innovativa: si parte dai segni dei tempi, dalle aspirazioni degli uomini alla dignità, alla libertà, alla pace. E da lì si legge il tutto con una prospettiva evangelica, e si cercano soluzioni per perseguire quell’umanesimo integrale che diventerà la parola d’ordine di Paolo VI.

Questo metodo induttivo fu poi applicato nella costituzione pastorale del Concilio Gaudium et Spes. Per la prima volta, una enciclica non partiva dalla rivelazione, ma dai segni dei tempi, e dava una risposta ai segni dei tempi.

L’ispirazione della Pacem in Terris coglie anche il giovane vescovo Karol Wojtyla, che partecipa al Concilio Vaticano II. L’uomo che ha vissuto entrambi i totalitarismi, quello nazista e quello comunista, ha sviluppato una particolare opposizione al regime comunista. Non con le proteste, non con gli attacchi frontali, ma con la formazione intellettuale, l’educazione alla libertà, alla dignità dell’essere umano. È l’umanesimo che salva il mondo.

Il documento conciliare “Dignitatis Humanae”, alla cui stesura Wojtyla partecipa, rappresenta uno strumento incredibile per tutti i vescovi che si trovano di là della Cortina di Ferro, che ormai hanno gli strumenti per creare una opposizione silenziosa. Karol Wojtyla lega la difesa della dignità umana al concetto della nazione, e lo contrappone al concetto dello Stato.

Nel frattempo, è cominciata la Ostpolitik vaticana. Agostino Casaroli viene inviato, prima da Giovanni XXIII, poi da Paolo VI, di là nei paesi della Cortina di Ferro, a cominciare un difficile dialogo, una politica di piccoli passi. Casaroli lo chiama “il martirio della pazienza”. Ma costruisce rapporti, riesce sensibilmente ad alleviare le condizioni dei cristiani.

Giovanni Paolo II sceglie Casaroli come suo segretario di Stato. Mentre lui, con i suoi pronunciamenti sulla libertà e sulla dignità della persona umana scuote i popoli del Patto di Varsavia, la diplomazia del cardinal Casaroli garantisce una copertura, e provvede a mantenere le relazioni calde.

Nel frattempo, Paul Poupard, che era stato in Segreteria di Stato sotto Giovanni XXIII e Paolo II, viene chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere il Segretariato per i non credenti, e in quel ruolo comincia un dialogo con i filosofi e gli intellettuali dei paesi oltre-cortina, tutto basato sulla cultura.

Da una parte i pronunciamenti di Giovanni Paolo II, dall’altra la diplomazia del Cardinal Casaroli, e sottotraccia il dibattito culturale: è così che un altro muro viene tirato giù, il Muro di Berlino. L’immagine della caduta del Muro rappresenta la caduta del Comunismo in Europa, e anche un po’ il trionfo dei cattolici.  

Non ci sarebbe stato tutto questo senza l’impegno di Giovanni XXIII. Il Papa pastore è stato in realtà anche un diplomatico fine. Da lui in poi, il peso della Santa Sede nello scacchiere internazionale è considerevolmente aumentato.

Giovanni Paolo II ha preso questa sfida in eredità. Ha sfidato le Nazioni Unite in più occasioni, parlando di libertà religiosa sullo scranno più alto del Palazzo di Vetro dell’ONU, ma anche contestando l’ideologia del gender e della salute riproduttiva nelle conferenze del Cairo e di Pechino negli anni Novanta. E nel frattempo, i diplomatici vaticani, con finezza, riuscivano a far inserire nel preambolo di un documento dell’ONU del 1985 una menzione all’ “Umanesimo integrale”.

In fondo, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II erano simili anche per il metodo portato avanti. Un metodo di conversazione con il mondo. Ma anche di azione. Lo testimonia Giovanni Paolo II, raccontando a braccio la nascita dell’idea della Giornata Mondiale della Gioventù. “Era il 1984, e un nostro grande amico, l’Onu, ha istituito un anno della gioventù. Loro hanno annunciato, loro hanno organizzato. Noi abbiamo fatto!”

È anche questa spontaneità a tirare giù i muri. Giovanni XXIII apre una finestra sul Concilio aprendo la finestra del Palazzo Apostolico, e pronunciando il famoso discorso della luna, chiedendo a tutti di “dare una carezza ai loro bambini”. Giovanni Paolo II apre una finestra sul pontificato chiedendo, nella sua messa di inizio del ministero petrino: “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”

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