Gesù è presente ovunque si fa qualcosa di buono. XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Gesù con i discepoli
Foto: pubblico dominio
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Troviamo nel brano di Vangelo due parole chiave: “nel mio nome” e “scandalo”. Gesù indirizza il suo discorso ai suoi discepoli. Le sue parole sono motivate da un episodio. Giovanni si lamenta con Gesù perché un estraneo al gruppo dei dodici caccia un demonio nel tuo [di Gesù] nome. Ha paura della concorrenza perché è chiuso entro una logica di egoismo di gruppo, così frequente all’interno della comunità cristiana.

Un egoismo che spesso si vuole fare passare per fede. L’intervento di Giovanni sembra volere tutelare la gloria di Dio, ma in realtà esso è motivato dal fatto che non sopporta che lo Spirito possa operare anche al di fuori del ristretto gruppo di appartenenza, del proprio recinto chiuso ed esclusivo. L’invidia, la grettezza spirituale, l’insicurezza generano la pretesa di ritenere che i doni di Dio appartengano esclusivamente a pochi. Si tratta di un atteggiamento sempre ricorrente all’interno della comunità cristiana.

Oggi, Gesù, ci dice che i veri amici di Dio godono della liberalità dello Spirito. Il motivo è dato dal fatto che essi amano Dio e non loro stessi e che la presenza salvifica di Cristo è per tutti gli uomini. La Chiesa non è composta da chi segue noi, ma da chi segue Cristo, con noi o senza di noi. Il vero cristiano, che è figlio di Dio, non vede negli altri dei nemici da combattere, ma dei fratelli da accogliere e da amare. Tuttavia, il Signore precisa che non ogni azione, ogni opera, ogni gesto è di Cristo. Non ogni tentativo di liberazione e di guarigione gli appartiene: gli appartiene solo ciò che viene fatto nel suo nome.

Il rapporto con Cristo è anche la ragione per la quale trova ricompensa colui che accoglie e aiuta il discepolo che annuncia il Vangelo.  Gesù Cristo è presente ovunque si fa qualcosa di buono, dentro o fuori della Chiesa visibile. Anche il più piccolo gesto, - un bicchiere d’acqua – compiuto per amore del Signore e del fratello avrà il suo premio perché è grande agli occhi di Dio. Si tratta di una parola che dona grande conforto e consolazione perché è di gesti per lo più insignificanti è intessuta la nostra vita.

Lo scandalo di cui parla Gesù nel vangelo è tutto ciò che impedisce a qualcuno di seguirLo per giungere alla salvezza. Si crea scandalo, ad esempio, quando una persona a causa del suo atteggiamento allontana qualcuno dalla fede. Si tratta di un’affermazione che serve a far capire meglio la mostruosità dell'azione. Nell'applicare queste parole di Gesù, la comunità cristiana non intese limitarle solo ai fanciulli, ma a tutti i fedeli della comunità che venivano tentati a rinunciare alla fede a causa dei comportamenti non evangelici dei cristiani o dei responsabili della comunità.

Da ultimo, la serie di sentenze riguardanti le membra del corpo divenute occasione di caduta morale, mostra quanto sia radicale l'esigenza di Gesù dal punto di vista etico. Per lui l'argomento della salvezza è così grave, che bisogna compiere ogni sforzo per entrare nel regno di Dio (cfr Lc 13,24). Quando è in gioco la nostra salvezza eterna, non ci si può accontentare delle mezze misure. Infatti, "non entrare nella vita", "non entrare nel regno di Dio", non entrare nella vita eterna di Dio rappresenta il fallimento totale della vita. Significa diventare "rifiuti" da gettare nella discarica per essere bruciati, perché inutili, ingombranti e maleodoranti.

Attraverso immagini crude il Signore ci invita a scoprire l'assoluta importanza di seguire Gesù per non perdere irrimediabilmente il dono della vita presente e futura.

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