Giovanni Paolo I: un Museo per il Papa della misericordia

Il Museo dedicato a Giovanni Paolo I a Canale d'Agordo
Foto: Genteveneta.it
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L’accenno costante e fiducioso alla misericordia di Dio; la semplicità delle omelie, che gli era stata raccomandata da Giovanni XXIII in persona; la capacità letteraria che si univa a una grande sapienza popolare. Tutto questo era Giovanni Paolo I. E lo racconta, in una serie di articoli nel numero speciale della rivista “Le Tre Venezie”, Stefania Falasca, vicepostulatore della causa di beatificazione. Che non manca di notare come Papa Francesco conosca a fondo il pensiero di Giovanni Paolo I. Tanto da averle dato consigli nella tesi di dottorato che lei scrisse su “Illustrissimi”, una delle opere letterarie del Papa del sorriso. Tanto da citare per ben cinque volte Giovanni Paolo I ne Il Nome di Dio è misericordia.

Il numero speciale viene pubblicato al culmine di una tre giorni di celebrazioni, durante i quali a Canale d’Agordo, luogo di nascita di Albino Luciani, viene inaugurato il primo museo dedicato a Giovanni Paolo I alla presenza del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Un percorso nel palazzo del Quattrocento che sorge accanto alla casa parrocchiale di San Giovanni Battista, fatto di filmati, registrazioni audio, foto. Un percorso in quattro piani per far comprendere fino in fondo il percorso umano di quello che fu chiamato “il Papa del Sorriso”.

Ecco come sarà sviluppato il Museo: nel seminterrato saranno illustrate la storia e la realtà culturale della valle del Biois, presentando anche la vita di altre personalità del campo artistico, culturale e religioso. Al primo piano la storia di Canale d’Agordo e la vita di Luciani dalla nascita all’ordinazione. Vent’anni di vita pastorale saranno documentati al secondo piano, dove si attraverseranno gli 11 anni di episcopato nella diocesi di Vittorio Veneto (dal gennaio del 1959 al dicembre del 1969), con l’esperienza del Concilio Vaticano II, e i nove poi trascorsi a Venezia come patriarca. Infine l’ultima tappa: in un piccolo locale sarà ricostruito il conclave del 1978 che lo vide eletto e in una stanza saranno ripercorsi tutti i momenti più toccanti del breve pontificato. Il museo potrà avvalersi anche di un centro studi con annesso archivio e biblioteca.

Ora che la positio per la beatificazione è completata e si avvia al giudizio definitivo della Congregazione delle Cause dei Santi; ora che anche il postulatore della causa è cambiato (dall’arcivescovo Enrico dal Covolo al Cardinale Beniamino Stella, che deve a Giovanni Paolo I l’ingresso nell’Accademia Ecclesiastica che forma i diplomatici); con un Papa che prende dal suo predecessore il tema della misericordia e un Papa emerito che – cosa eccezionale nella storia della Chiesa – ha testimoniato per la causa di beatificazione; ora che tutto questo è successo, è il tempo di dare la sterzata finale alla causa di beatificazione di un Papa che durò solo 33 giorni, e che pure molto ha lasciato nell’immaginario collettivo.

 

Merito, probabilmente, di quel suo approccio tutto particolare al tema della misericordia, poi sviluppato da Giovanni Paolo II che del concetto era stato permeato dalle rivelazioni di Santa Faustina, e poi ulteriormente sviluppato da Benedetto XVI – “il nome di Dio è misericordia” è una sua frase – fino a Papa Francesco, che ne ha fatto il centro del Pontificato proclamando questo Giubileo tutto dedicato al tema.

Stefania Falasca nota – appunti di Giovanni Paolo I alla mano – che il magistero di Papa Luciani è costellato da “leit motiv attualissimi”: dall’essere “Servi e non padroni della verità”; l’idea della Chiesa come “mysterium lunae”, ovvero di una Chiesa che non brilla della luce propria, ma di luce riflessa di Cristo; il rileggere le parole dei profeti come appello pieno di amorevolezza per la conversione.

Falasca ricorda anche l’influenza che il gesuita Felice Cappello ha avuto sul giovane Luciani, un canonista “profondo conoscitore della dottrina ferma e dei saldi principi – scrive Falasca – ma che poi in confessionale affidava tutto alla grazia di Dio”.

E poi, il tema della povertà, un abito “non usato come slogan, non ostentato e non occasionale” che ha dato alla parola di Giovanni Paolo I “il senso della concretezza, delle realtà vissute, delle cose come sono, conferendo alla sua personalità di vescovo credibilità nelle manifeste qualità di indulgenza e severità, di comprensione umana e del saper attendere, unite alla fermezza nella custodia del depositum fidei”.

Questo tema della povertà è particolarmente attuale, perché il percorso della trasparenza finanziaria portato avanti da Benedetto XVI e Papa Francesco è in realtà un percorso che affonda le radici molto lontano, indietro negli Anni Settanta quando Albino Luciani è prima vescovo di Vittorio Veneto e Patriarca di Venezia. Sono gli anni delle “relazioni pericolose” tra IOR e Ambrosiano che poi sfoceranno nel ben noto scandalo, gli anni in cui il Banco di San Marco e la Banca Cattolica del Veneto vengono cedute alla banca di Calvi – una cessione cui il Patriarca Luciani si oppose.

Nelle riflessioni di Papa Giovanni Paolo I si trovano degli accenni al tema, in un intervento a riflessione del decreto conciliare Presbyterium Ordinis. Si legge che “gli uomini, specie quelli che guardano la Chiesa dal di fuori, non la vogliono potenza economica, rivestita di apparenze agiate, dedita a speculazioni finanziarie, insensibile ai bisogni delle persone, delle categorie, delle nazioni dell’indigenza”.

E così, Luciani plaudiva alle riforme di Paolo VI, fatto “con graduale, ma timide riforme, con il rispetto dovuto a legittime situazioni di fatto, ma con la fiducia d’essere compresi e aiutati dal popolo fedele”. Il criterio – aggiunge – è che la necessità di mezzi “non soverchi mai il concetto dei fini”. Quindi, il futuro Giovanni Paolo I parla proprio delle finanze del Vaticano, che “non sono quelle che ci si immagina. Se però fosse possibile che l’amministrazione delle medesime diventasse una casa di vetro, ne verrebbe probabilmente un vantaggio”.

Falasca ricorda anche l’influenza che il gesuita Felice Cappello ha avuto sul giovane Luciani, un canonista “profondo conoscitore della dottrina ferma e dei saldi principi – scrive Falasca – ma che poi in confessionale affidava tutto alla grazia di Dio”.

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