Giovanni Paolo II, il Papa della parola e della comunicazione

Il 2020 si celebra il centenario della nascita di Karol Wojtyła, una rilettura del pontificato a tappe

Giovanni Paolo II nel suo studio nel Palazzo Apostolico nel 1988
Foto: CPP
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Il prossimo anno, il 2020, la Polonia ha deciso di dedicarlo a Giovanni Paolo II a cento anni dalla nascita.

Del Papa polacco, il primo e per il momento unico della storia, non tutti ricordano i primi anni di pontificato e il grande impatto mediatico che ebbe il suo stile diretto e informale sui cattolici di tutto il mondo.

Il suo Magistero, quasi 27 anni di pontificato, è un bene prezioso che ci vorrà tempo a studiare e capire soprattutto per la sua profeticità.

Ma c’è una caratteristica che va sottolineata: il suo modo di comunicare.

Chi cercasse in una biblioteca i volumi che raccolgono i documenti e i discorsi di Giovanni Paolo II, seguendo magari un percorso tematico, trascorrerebbe degli anni. E certamente una delle caratteristiche del pontificato di Giovanni Paolo II è proprio aver dato tanti testi e documenti al mondo come chiave di lettura per il Concilio Vaticano II.

Il pontificato di Karol Wojtyła si è sviluppato però anche attraverso quegli atti e quelle parole, che meno erano stati programmati, studiati, e che spesso non sono neanche mai stati scritti; nati, insomma, da moti spontanei dell’anima e da situazioni particolari.

Alcuni di questi testi sono stati pubblicati in libri che raccolgono tematicamente le “improvvisazioni” di Giovanni Paolo II. Altri sono un tesoro prezioso degli archivi della Radio Vaticana.

Un breve saggio di questo “magistero improvvisato” inizia oggi e vi accompagnerò a rileggere alcuni di quei discorsi che hanno fatto lo “stile Wojtyła”.

Più che una scelta una attitudine quella di Giovanni Paolo II che nasce dalla sua giovinezza, un uomo di teatro. Karol Wojtyla passa dal palcoscenico senza scena del teatro clandestino nella Polonia occupata, al più ampio palcoscenico del mondo: la Cattedra di Pietro. Non più solo la difesa della identità polacca, ma della fede cristiana oppressa da un secolarismo che sembra dominare l’uomo.

Occorre combattere contro la violenza degli estremismi, ricordare al mondo che la Chiesa cattolica è parte in causa in ogni evento sociale e politico che riguarda l'uomo.

I testi ufficiali non bastano più. L'arma della parola è forte se legata ai gesti, ai luoghi, ai momenti. Una volta i Papi parlavano dal Vaticano. Giovanni Paolo II aggiunge la presenza. Andando in giro per il mondo ha trasformato il suo ministero pontificale, in un magistero legato alla parola e alla presenza. Unirle è una delle caratteristiche fondamentali del pontificato di Karol Wojtyla. Un Papa che prima di tutto è un uomo, che si confronta con chi gli sta davanti.

Oggi a noi sembrano scontati certi gesti, i tanti viaggi del Papa, il modo informale. Ma nel 1978 il mondo, anche per i Pontefici, era molto diverso.

E’ il concetto di Patria  amata e difesa, da avere sempre presente nel Magistero di Wojtyła. La Polonia e la Chiesa. E’ un concetto assoluto.

Lo si vede subito nel suo rientro in Polonia nel 1979. Giovanni Paolo II, eletto da poco al soglio di Pietro, così saluta la sua patria adottiva, l’Italia.

Al momento di lasciare l’amato suolo d’Italia per dirigermi verso l’amato suolo di Polonia, ho la viva impressione che il viaggio si svolga come tra due patrie, e quasi per un contatto fisico serva a congiungerle ancor di più nel mio cuore.  E questo io dico per la mia consolazione.

I suoi otto viaggi in Polonia sono la prova di questo amore per la Patria. E nel Magistero, nei libri di Giovanni Paolo II la storia e la cultura polacca ritornano continuamente.

Non solo. Nei discorsi che il Papa faceva spesso con i vescovi in visita in un paese, spesso la storia della Polonia di intrecciava con la storia del mondo.

Fin da subito ci fu chi gli contestava di essere “troppo polacco”.

Una risposta arrivò proprio nel primo viaggio in Polonia al termine di una celebrazione eucaristica.

Ovviamente, già parecchie volte mi hanno criticato, dicendo che voglio governare tutto alla polacca nella Chiesa universale. Io non voglio organizzare alla polacca, penso che la Polonia in questa universalità della Chiesa si ritrovi bene. Che in questo momento esprime bene sia la preoccupazione di Cristo sia quella di Paolo su cosa bisogna annunciare e professare e di che cosa veramente bisogna avere paura. Perché sicuramente ci sono oggi tante cose nella Chiesa di cui bisogna avere paura, però non bisogna entrare nel panico. Guardiamo la Chiesa nella sua dimensione universale – io guardo oramai questa Chiesa da molti anni – perché è l’obbligo prima di un cardinale e del Papa. Perché ci sono tantissime cose di cui bisogna avere paura, ma non bisogna andare nel panico.

Lette oggi queste parole hanno tutto il sapore della profezia.

 

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