Guerra in Ucraina, Shevchuk: “Si nega il diritto di un popolo di esistere”

Intervista esclusiva a tutto campo con l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina. Che guarda anche al futuro, alla necessaria riconciliazione, alla ricostruzione della nazione

L'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk durante la Divina Liturgia celebrata sulla tomba di San Giosafat in Basilica di San Pietro il 12 novembre 2022
Foto: Arcivescovado maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, segreteria di Roma
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La domanda aperta resta quella della ricostruzione. Perché dopo la guerra in Ucraina, la pace porterà con sé tante questioni da risolvere: il rapporto con il vicino russo, la ricostruzione della fiducia, l’eventuale riconciliazione che però non può avvenire incondizionatamente. Ma l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, padre e capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ha speranza. Una speranza che viene da Cristo, anche perché “il mondo senza Dio è destinato alla morte”.

ACI Stampa incontra Sua Beatitudine il 12 novembre, festa di San Giosafat. Al mattino, ha celebrato in Basilica di San Pietro, davanti alla tomba del santo di cui quest’anno si celebra il Giubileo (400 anni dal martirio). E intorno all’altare, insieme a lui, si sono trovati, per una rara coincidenza di eventi, una serie di presuli greco-cattolici ucraini che difficilmente si trovano tutti insieme nello stesso posto: dall’eparca di Philadelphia Borys Gudziak, a Roma per la plenaria del dicastero per la Comunicazione, all’esarca dei greco cattolici ucraini di Germania e Scandinavia Bohdan Dzyurakh; dal vescovo greco cattolico di Serbia Đura Džudžar dalla Serbia al vescovo greco cattolico di Odessa Mychajlo Bubnij, a Roma per la riunione dell’Unione dei Superiori Generali di Rito Orientale. E poi, l’esarca per l’Italia Dionisio Lachovicz e l’arcivescovo Gintaras Grušas, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee.

È stato un giorno di festa, di celebrazione, commemorando il 125esimo anniversario del Collegio Ruteno a Roma, il 90esimo anniversario del Collegio Ucraino e il nacio dell’anno Giubilare dedicato a San Giosafat. Ed è stato, per Sua Beatitudine, il culmine di una visita a Roma arrivata dopo otto mesi di guerra, con confronti in vari dicasteri romani per guardare alla situazione di oggi, ma anche per definire il futuro.

Con ACI Stampa, l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina fa un bilancio della sua settimana romana; ripercorre la storia della sua Chiesa e risponde alla propaganda russa sulla “denazificazione” dell’Ucraina; guarda, soprattutto, al futuro e alla ricostruzione della nazione.

È arrivato nei giorni della liberazione di Kherson, ma in una situazione ancora difficile. Come sono andati i suoi incontri in Vaticano?

Ho trovato una grande apertura, un grande ascolto da parte di tutti. Ho cominciato questa visita con un incontro con il Santo Padre, che conosco personalmente da molti anni – da quando lui era arcivescovo di Buenos Aires e io eparca per i fedeli greco cattolici di Argentina. Il Papa ha avuto nei miei confronti un calore paterno che mi ha commosso. Mi ha assicurato che sia lui che la Santa Sede sono disposti a fare tutto il possibile per alleviare i dolori del popolo ucraino e far finire questa ingiusta aggressione. Devo dire che oggi è difficile delineare come far finire questa guerra. Tutto il mondo è in cerca delle modalità, delle formule, anche dei possibili meccanismi di mediazione. C’è però la disponibilità della Santa Sede di fare tutto il possibile perché questa guerra finisca quanto prima.

Quali altri incontri ha avuto in agenda?

Ho visitato diversi dicasteri della Curia Romana. Con il Cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, abbiamo parlato della situazione ecumenica in Ucraina. Ho visitato il Dicastero per le Chiese Orientali, un dicastero di servizio molto particolare della Santa Sede cui la nostra Chiesa è direttamente soggetta. Conosco il Cardinale Leonardo Sandri, il prefetto, da molti anni e gli sono grato per quello che lui e la sua équipe hanno fatto per le nostre Chiesa. Ho anche visitato il Dicastero per l’Educazione cattolica, perché, nonostante la guerra, non si ferma il processo formativo presso i nostri seminari e anche l’università cattolica funziona. Ora siamo nel processo di aggiornare gli statuti, definire nuove norme per vedere il miglior modo di applicare le direttive della Chiesa universale in Ucraina.

Infine, l’incontro con il Cardinale Parolin, il Segretario di Stato vaticano…

Sì. Sua Eminenza ha parlato dettagliatamente degli sforzi della diplomazia pontificia a favore della pace, e soprattutto degli sforzi per assistere il popolo ucraino. Io ho portato la gratitudine dei famigliari dei nostri prigionieri riscattati grazie al Santo Padre, il quale si è impegnato affinché tutti quelli che subiscono maltrattamenti e torture della prigionia russa possano veramente tornare a casa. E ho portato anche nuovi casi, raccolti mentre visitavo le nostre parrocchie e le nostre eparchie. Siamo grati alla Santa Sede che veramente ha fatto di tutto per asciugare le lacrime dei genitori che aspettano il ritorno dei figli.

Quale può essere il ruolo della Santa Sede?

Al di là dell’impegno per la pace, c’è bisogno di affrontare una grande sfida umanitaria. Abbiamo quasi 10 milioni di sfollati interni e profughi. Alcuni sono rimasti in Ucraina, altri hanno attraversato il confine e sono nei Paesi europei, perché la Chiesa in Europa ha aperto il suo cuore, le sue case, le sue chiese e le sue parrocchie per i nostri profughi. Con il cardinale Parolin abbiamo anche parlato a lungo dell’inverno che si avvicina e di come vivere questo periodo freddo. Come si sa, la Russia sistematicamente distrugge l’infrastruttura critica della nostra città. Adesso Kyiv vive praticamene senza luce, e se in un grande condominio non c’è la luce allora non c’è l’acqua, non c’è riscaldamento, non c’è la possibilità di cucinare perché tutte le cucine funzionano con l’elettricità. I grandi condomini e i grattacieli diventano trappole fredde. Abbiamo pensato anche a dei passi concreti di come aiutare questa popolazione che soffre. Alcuni prevedono un’altra ondata di sfollati o profughi, e li chiamano “profughi termici”, perché si muoveranno cercando un posto in cui scaldarsi per rimanere vivi.

Quando la Russia ha cominciato la guerra, o come viene chiamata a Mosca “l’operazione militare speciale”, Putin ha parlato di una denazificazione dell’Ucraina. C’è una vasta narrativa che punta a mostrare anche l’ideologia nazista del nazionalismo ucraino. Quale è la storia della sua Chiesa? Quanto queste letture russe della storia sono vere?

La nostra Chiesa ha una storia veramente travagliata. Se c’è un popolo in Europa che ha sofferto per le divisioni tra Oriente e Occidente è il popolo ucraino. Siamo figli del Battesimo della Rus’ di Kyiv, siamo nati nelle acque del fiume Dnepr, che viene spesso soprannominato “il Giordano ucraino”, quando il santo principe Volodymyr battezzò nel fiume Dnipro il popolo della Rus’ di Kyiv. Kyiv è stata la culla della civiltà cristiana dell’Europa orientale. Tutti gli altri Paesi sono nati dopo. Anche la Chiesa di Mosca è figlia della Chiesa di Kyiv.

Quali sono le caratteristiche della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, la più grande delle 23 chiese sui iuris?

Noi siamo l’unica Chiesa che porta in sé la memoria mistica della Chiesa del cristianesimo indiviso, perché tutte le altre Chiese slave sono nate dopo il cosiddetto scisma di oriente. La Chiesa di Kyiv era invece al crocevia tra Paesi Balcanici e Costantinopoli, tra Europa Orientale e l’Asia. Una società davvero aperta, che ha formato una visione, un clima di incontro. Per questo, da sempre la Chiesa di Kyiv ha considerato la divisione tra Roma e Costantinopoli come qualcosa contro la natura stessa della Chiesa. I primi secoli della divisione sono stati vissuti come un litigio tra Roma e Costantinopoli. Il metropolita Isidoro di Kyiv partecipò al Concilio di Firenze del 1451, partecipando alle discussioni teologiche per ricomporre lo scisma, e firmò la dichiarazione che avrebbe dovuto portare alla grande riconciliazione tra Orienet e Occidente. Quando nel 2019 con il nostro Sinodo abbiamo visitato la città di Firenze, abbiamo visto gli atti del Concilio di Firenze, firmati anche dal nostro Metropolita. Ne abbiamo una copia a Kyiv.Nel 1596, la Chiesa di Kyiv decise di entrare in comunione con Roma. Siamo una Chiesa di mille anni, che ha vissuto passi storici sempre lottando per la comunione e per l’unità.

Era una Chiesa di Stato?

È sempre stata una Chiesa del popolo. Inizialmente, Kyiv era nel Granducato di Polonia e Lituania, poi la nostra nazione ha perso il proprio Stato, è stata incorporata in territori diversi, e così abbiamo vissuto la situazione di essere un popolo che vive nella propria terra, ma in Stati alieni. Spesso la nostra Chiesa esercitava alcune funzioni dello Stato per aiutare il popolo. Talvolta, sacerdoti e vescovi erano l’unica voce che si alzava per questo popolo oppresso e la nostra Chiesa era unica istituzione alla quale il popolo ucraino poteva fare riferimento. Tutti hanno voluto sottomettere, distruggere, assimilare, cancellare l’esistenza del nostro popolo. La Chiesa, con la sua intellighentsia, è stata invece l’unica ad essere sempre con il popolo.

Una Chiesa di morti e resurrezioni continue…

Negli anni dell’Unione Sovietica, siamo stati veramente liquidati del regime di Stalin. Siamo stati costretti a vivere in clandestinità, costituendo il più grande gruppo di resistenza contro il Comunismo del XX secolo. Ma nemmeno Stalin è riuscito ad eliminarci. E, con la caduta dell’Unione Sovietica, la nostra Chiesa è rinata, è uscita dalle catacombe. Io ero un giovane sacerdote e ho visto la resurrezione della nostra Chiesa. È stata una esperienza veramente pasquale. Siamo discepoli di quei sacerdoti che sono stati per tanti anni in carcere e riportavano sulla loro carne i segni sofferti per la loro Chiesa.

Qual è il ruolo della Chiesa Greco Cattolica in questa guerra?

Noi, come ho detto, siamo sempre stati a fianco del nostro popolo, qualunque fossero le condizioni. È così ancora oggi. Per questo, per tornare alla domanda iniziale, tutti quelli che affermano che l’Ucraina deve essere denazificata, affermano in qualche modo che il popolo ucraino non esiste. Che non esiste una origine etnica del popolo ucraino. La Russia allora cosa deve fare con questa denazificazione? O – si dice – deve educare questi “russi un po’ sottosviluppati”, o li deve eliminare. Questa guerra, e la propaganda che la alimenta, è frutto di una ideologia genocida.

È una Chiesa davvero nazionalista, come viene detto?

Una pura propaganda di Cremlino. Siamo sempre stati una Chiesa aperta che apprezza tutti i popoli e che oggi vive in tutto il mondo. La Chiesa Greco Cattolica Ucraina non può essere accusata di nazionalismo, perché oggi abbiamo greco cattolici ucraini di origine cinese a Vancouver, e abbiamo tantissimi parrocchiani che non sono di etnia ucraina in Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Australia… Non siamo una Chiesa ucraina solo per gli ucraini. Sì, siamo di origine ucraina, e vogliamo condividere il nostro tesoro, la nostra tradizione liturgica, teologica e spirituale con tutto il mondo. Ma siamo aperti a tutti. Lo abbiamo dimostrato concretamente soprattutto negli ultimi mesi della guerra. La nostra cattedrale a Kyiv è stata rifugio per tutti. Nessuno ha mai chiesto “che lingua parli” o “in quale chiesa vai”. Abbiamo semplicemente accolto tutti quelli che ne avevano bisogno, fornendo cibo, medicine e tutto quello che potevano per salvare vite umane. Questa è la nostra identità: siamo una Chiesa orientale, di tradizione bizantina, che considera la Chiesa di Costantinopoli come Chiesa madre, ma che resta in piena comunione con il successore di Pietro e respira questa mentalità.

Da poco più di 25 anni, c’è in Ucraina il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose, che mette insieme tutte le confessioni religiose ucraine e che è diventata una voce autorevole oggi. In che modo la guerra ha colpito il vostro lavoro ecumenico?

Il Consiglio è nato veramente per affrontare alcune sfide comuni in Ucraina, scaturite con la rinascita della libertà religiosa, che riportò alla luce presenze che in Unione Sovietica erano vietate e cancellate. In Ucraina abbiamo ortodossi, cattolici delle due tradizioni bizantina e latina, diverse denominazioni protestanti, una antica presenza di comunità ebraiche e una presenza islamica di varia origine. Il Consiglio nacque per vigilare sulla libertà religiosa e per sviluppare rapporti corretti tra Chiesa e Stato.

Quanto il consiglio è ascoltato?

Il Consiglio è diventato una imprescindibile autorità morale, tanto che, ogni volta che c’è stata una crisi forte e anche le autorità civili perdevano la stima, i cittadini andavano a cercare le dichiarazioni del Consiglio Pan-Ucraino. Così, con la nostra autorità morale, abbiamo provato a mediare tutti i conflitti sociali per servire la pace e lo sviluppo dell’Ucraina.

Quali sono state le iniziative del Consiglio?

Da quando è scoppiata la guerra, il nostro Consiglio si è dimostrato un organismo molto efficiente per preparare nuove sfide. Quasi ogni mese pubblichiamo una lettera, un appello, un testo. L’ultimo documento, che viene ora diffuso a tutti i centri intellettuali del mondo, riguarda la richiesta di studiare il Russkiy Mir, l’ideologia del mondo russo. Questa è una ideologia nata nel seno della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, dove la Chiesa si è auto-offerta alla predicazione di questa ideologia. Ciò che stiamo vedendo nei sermoni dei più alti rappresentanti della Chiesa del Patriarcato di Mosca. È io da testimone posso affermare che è una ideologia che porta la morte e distruzione in Ucraina.

Questa lettera è stata concordata anche con la Chiesa Ortodossa Ucraina che ha come riferimento il patriarcato di Mosca. È ampiamente condivisa. Il mondo deve capire che si tratta di una manipolazione e strumentalizzazione del messaggio cristiano molto pericoloso. Prima si comprende, prima si può prevenire la morte di tante persone.

E nella guerra, quali sono gli appelli?

Abbiamo chiesto di aiutare l’Ucraina a proteggere il nostro cielo. È una richiesta che non sembra essere di carattere religioso. Ma noi sottolineiamo che quando un drone o un missile sono intercettati, nessuno viene ucciso, ma se invece questo drone colpisce un villaggio o una città ci sono tante vittime. Quindi noi abbiamo chiesto semplicemente di salvare vite umane.

Per lo stesso motivo, alla vigilia della guerra ci siamo rivolti direttamente al presidente Putin chiedendo di non compiere l’invasione. E abbiamo scritto una lettera agli uomini di Chiesa e ai rappresentanti religiosi della Russia di fare di tutto per fermare questa guerra, abbiamo scritto al popolo bielorusso di non entrare in questa guerra. È un servizio che facciamo in nome del bene comune, e questo amore per il nostro popolo ci ha fatto superare tante discordie tra le nostre Chiese.

Ogni giorno, dal primo giorno di guerra, lei invia un videomessaggio al popolo ucraino e alla comunità internazionale. Sono, di fatto, un esempio di dottrina sociale in tempo di guerra. Ad agosto, in una serie di interventi successivi, lei affrontò il tema della ricostruzione della nazione ucraina dopo la guerra a partire dai principi cristiani. La domanda, in effetti, riguarda proprio il dopoguerra: i russi continueranno ad abitare anche in Ucraina, la Russia continuerà a confinare con l’Ucraina. Come sviluppare una nuova nazione che superi queste divisioni?

È una domanda aperta. Noi vediamo che senza precisi fondamenti morali una società non funziona, ed è veramente malata. E vediamo che questa guerra è stata provocata dalle malattie di una società post-sovietica cresciuta all’interno della Russia.

Con questa guerra, i russi vogliono risolvere i loro problemi interni con una aggressione esterna. Noi siamo chiamati ad evitare questa tentazione.

Quali saranno le sfide?

Le sfide riguarderanno il risanamento delle ferite di questa terra. Ma si tratterà anche di ricostruire la fiducia del popolo ucraino nei valori democratici. Oggi, c’è la grande tentazione di dire che “forse la democrazia si è dimostrata come un sistema troppo debole per proteggerci dalla guerra, forse è meglio un despota e una autocrazia”.

Oggi, le Chiese in Ucraina lottano per il futuro della democrazia, affinché rimaniamo un Paese democratico. Come diceva Giovanni Paolo II una democrazia senza valori diventa o anarchia o autocrazia.

Ricostruire la democrazia è forse solo un passo…

Noi, come popolo, vogliamo ricostruire i valori della democrazia. Ma ovviamente abbiamo anche da affrontare la grossa sfida di ricostruire le relazioni umane e sociali. Oltre alle relazioni internazionali, il tema è come guarire le ferite causate dalla guerra tra ucraini e russi. Cerchiamo risposte. Vediamo che questo sarà un processo lungo… di riconciliazione. E ci sono delle condizioni per la riconciliazione, che sono comprensibili. La popolazione ucraina è molto sensibile ad una imposizione della pace dal di fuori o ad una riconciliazione forzata. La Russia ha usato questa tattica, per esempio in Georgia. Ma questa non è pace. È solo annientamento di uno Stato più piccolo da parte di un Stato più forte.

Quali allora le precondizioni per la pace?

Il popolo russo deve rendersi conto che l’Ucraina esiste, ammettere il diritto alla resistenza dello Stato ucraino, riconciliarsi con la realtà che il popolo ucraino ha una sua storia, lingua e cultura e anche la Chiesa. Abbiamo il diritto di esistere conservando la nostra identità come nazione politica, non esclusiva, ma inclusiva, come si vede dal fatto che le comunità ebraiche si autoproclamano cittadine ucraine e, ad esempio, il capo dell’amministrazione civile e militare di Mykolaiv è un coreano, il famoso Kim… La Russia deve riconoscere l’esistenza di questa realtà. Se invece la Russia parlerà all’Ucraina con il linguaggio dell’ultimatum o della forza, non ci potrà essere alcun processo di pace.

Se tutte queste condizioni dovessero verificarsi?

Manca ancora un passaggio: dobbiamo veramente cercare la giustizia perché una autentica pace senza giustizia non esiste. Dobbiamo scoprire tutta la verità, anche se è cruda, e parlo anche delle violenze che sono avvenute ad opera russa nelle città martiri. La giustizia basata sulla verità, anche in questi ultimi avvenimenti, è un passo per la costruzione di una pace giusta, perché solo così si arriverà ad una vera riconciliazione. Il punto è che non dobbiamo riconciliare le idee o le visioni geopolitiche o le formule proposte di una pace illusoria. Dobbiamo riconciliare cuori e persone e sappiamo che riconciliazione tra le persone richiede un lavoro costante spirituale e anche morale. Si tratta di un lavoro che veramente durerà per un tempo lungo e non possiamo dire di quanto tempo avremo bisogno per sanare i cuori. Le due parti saranno così aperte ad una riconciliazione, perché l’apertura verso l’altro mostra l’integrità del cuore. Questa strada sarà lunga, ma dobbiamo cominciare a percorrerla già ora. 

Ma lei ha speranza o è costretto ad avere speranza?

Io ho speranza. La mia speranza non è una illusione o la fuga da una realtà crudele. È una speranza nel Signore. Quando non sappiamo cosa sarà di noi, possiamo attingere alla forza di Dio che è il più forte di tutti, e che è Sapienza stessa. Quando non sappiamo come vivremo tra due o tre mesi non dobbiamo essere troppo agitati, perché non l’uomo ma Dio è il padrone del tempo e dello spazio. Se noi viviamo con la speranza in Dio viviamo la speranza. Il mondo senza Dio è destinato alla morte. Le malattie, le guerre, sono segni visibili della morte presenti nella carne di un mondo che ha rifiutato Dio. Noi dobbiamo riportare Dio dentro questo mondo

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