I Patriarchi cattolici continuano a chiedere pace e dignità per il Medio Oriente

Il Consiglio dei Patriarchi Cattolici di Oriente
Foto: www.lpj.org
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

“Tutti, cristiani e musulmani, veniamo uccisi o costretti a emigrare, in Iraq, Siria, Palestina e Libia. Nessun paese arabo conosce la pace o la stabilità”.

La lettera dei patriarchi delle Chiese Orientali è chiara. Arriva ora la pubblicazione in italiano grazie al Patriarcato Latino di Gerusalemme, ma la firma è del 20 maggio e si riferisce al 2017. Ma la situazione non è di fatto cambiata. Povertà e terrorismo sono le cause  e patriarchi scrivono: “L’Oriente sarà rinnovato dai suoi popoli senza che l’Occidente imponga loro i suoi piani. Un Oriente fatto dai suoi figli, padroni a casa loro, musulmani, cristiani e drusi. Tutti uguali, senza che nessuno imponga il suo dominio sull’altro a livello religioso, politico o militare”.

Nonostante la fuga di molti cristiani, scrivono i religiosi, “Noi continuiamo a credere in Dio, Signore della storia, che veglia su di noi e sulla sua Chiesa in Oriente”.

Ai fedeli i patriarchi scrivono: “Circondati dal sangue e dalla distruzione, dispersi nel mondo, noi meditiamo le parole di Cristo, il quale ci ha preannunciato difficoltà e persecuzioni”. E poi i martiri: “ Nelle molteplici difficoltà, i nostri corpi vengono uccisi, ma il messaggio rimane” per cui “non fuggiamo lontano da un mondo nel quale regna la morte. Anche coloro che uccidono hanno bisogno di sale e di luce, per riuscire ad aprire gli occhi e uscire dalla loro cecità e dalla loro disumanità”.

Nella lettera c’è una vera foto della realtà del Medio Oriente segnato “da un lato da prosperità, ricchezza, grandi edifici e una parvenza di pace, con molto benessere, molta religione, molta scienza e molto denaro; dall’altro da molta povertà e, in alcuni dei nostri paesi, molti senzatetto. Nel campo della religione, per molti i nostri metodi di educazione religiosa sono un terreno fertile per l’estremismo o il confessionalismo chiuso e settario. Sul terreno, come nelle anime, domina una situazione di guerra e di sedizione. In alcuni dei nostri regimi politici si ha paura della libertà delle persone. I nostri paesi sono in cammino verso una stabilità non ancora realizzata. Dall’esterno e dall’interno ci sono state imposte delle guerre. E il nostro futuro rimane ignoto”.

L’appello è ai capi politici perché lo scopo deve essere “quello di assicurare a ogni cittadino una vita degna e libera, a livello sia materiale, sia spirituale, sia sul piano delle libertà. Siamo in grado di raggiungere tutto questo. Ma ne siamo ancora molto lontani” anche a causa di un distacco dalla voce della gente, dei poveri: “La povertà esiste quando un fratello non vede il proprio fratello. Essa è la conseguenza inevitabile di un governante che cerca il proprio interesse e non quello della comunità”. Occorre ascoltare la voce di chi ha perso la libertà: “Un buon governante si dimostra tale proprio attraverso la sua capacità di trattare la libertà delle persone e dei gruppi, fra cui i partiti politici e tutti coloro che si oppongono a lui con le loro idee. Non ha diritto di gettare in prigione gli intellettuali e le persone libere del popolo per il solo fatto di appartenere all’opposizione”.

I patriarchi chiedono anche una vera indipendenza “dalle pressioni e dai piani esterni” e “vogliamo capi liberi, con le mani pulite, che possano far uscire la regione dalle sue molteplici guerre e stabilirvi una pace stabile e definitiva”.

La richiesta è della realizzazione di “uno stato laico, basato sull’uguaglianza di tutti i suoi cittadini, senza discriminazione sulla base della religione o di qualsiasi altra ragione. Uno stato nel quale ogni cittadino si senta a casa propria, uguale a tutti gli altri e con le stesse opportunità di vita, governo o lavoro, indipendentemente dalla sua religione”.

I vescovi condannano “le guerre religiose del passato, le lasciamo alla storia e per esse chiediamo perdono a Dio”.

Ma denunciano le “correnti religiose contrarie alla collaborazione e all’uguaglianza fra i credenti di religioni diverse”. Il Medio Oriente ha “bisogno anche di capi religiosi che abbiano il coraggio di resistere a tutte le forze di discriminazione e di morte, che ancora operano nelle nostre società, sia che provengano da noi stessi sia che provengano dall’esterno o da correnti che hanno un grande potere di distruzione”.

La sfida è quella educativa: “Abbiamo bisogno di una nuova educazione religiosa e civile che dica a ognuno: tu sei anzitutto una persona umana, creata da Dio, e ogni altra persona diversa da te è, come te, creatura di Dio. Per la creazione noi siamo tutti fratelli e sorelle. E in patria siamo tutti uguali”.

Infine i vescovi si rivolgono ad Occidente, dove “esistono anche responsabili politici che prendono decisioni, che riguardano il Medio Oriente e tutti i nostri paesi, basate sui loro interessi economici e strategici a spese degli interessi dei nostri paesi. Indubbiamente i nostri popoli esigono delle riforme e un modo di vivere migliore, ma tra le loro attese non vi sono certamente le distruzioni causate in questi ultimi anni dalle ingerenze esterne”.

Senza mezze misure i pastori della Chiesa in Oriente scrivono che “quasi tutti i nostri paesi sono passati per una fase di distruzione dovuta a forze interne, ma sostenute o pianificate anche da forze esterne”. 

E ancora “Il terrorismo è nato perché coloro che fanno la politica in Occidente sono ricorsi a esso come strumento efficace per cambiare il volto dell’Oriente”.  E se anche “Occidente i popoli amici hanno alzato la voce ed espresso la loro solidarietà con noi, e lo stesso hanno fatto le Chiese, ma per coloro che fanno la politica del Medio Oriente, noi, i cristiani, non esistiamo”.

I Patriarchi e i vescovi chiedono ai responsabili dell’ Occidente “di cambiare la vostra visione e i vostri metodi d’azione. Invece di indebolire e distruggere la regione, trattate con i popoli, rispettando la loro dignità e la loro libertà, e imboccate la strada della vita e non della morte”.

Su Gerusalemme aggiungono: “ Considerate Gerusalemme città santa. Non trasformatela in una città di guerra”.

Il messaggio è rivolto anche ai capi religiosi musulmani e drusi che “devono lavorare per porre rimedio alle cause della mentalità religiosa estremista e per rinnovare il discorso religioso”.

La conclusione è piena di dignità e di speranza: “Noi abbiamo bisogno di un Medio Oriente nuovo, non fatto da altri ma da noi stessi e che non consiste nel cambiare o spostare i confini o i popoli, ma nel rinnovare i cuori”.

E seguono le firme.

@ Ibrahim Isaac Sedrak, patriarca di Alessandria dei copti; @ Mar Béchara Boutros card. RAI, patriarca di Antiochia dei maroniti; @ Ignace Youssif III Younan, patriarca di Antiochia dei siri; @ Joseph Absi, patriarca di Antiochia dei greco-melkiti; @ Mar Louis Raphaël Sako, patriarca di Baghdad (Babilonia) dei caldei; @ Grégoire Pierre XX Ghabroyan, patriarca di Cilicia degli armeni; @ William Shomali, rappresentante di mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme.

Ti potrebbe interessare