I racconti del Buon Dio dal ghetto di Venezia

La copertina del libro
Foto: EDB
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Il vecchio orafo ebreo Melchisedec vive da sempre nel Ghetto di Venezia, dove, per editto della Serenissima, si deve abitare in spazi ridotti, in case strette e buie, senza poter vedere il mare e il cielo. Ma essendo l'uomo più saggio e rispettato del Ghetto, ha ottenuto un privilegio singolare: abitare nel piano più alto di qualsiasi palazzo costruito dalla sua gente. Così prima di morire potrà raggiungere il cielo e avere una visione che lo ricongiunge all' Infinito.

 

La vicenda poetica di Melchisedec,  e della sua giovane e bella nipote Esther, è al centro di un breve racconto, dal titolo "Una scena dal ghetto di Venezia", del grande scrittore, poeta e drammaturgo Rainer Maria Rilke. Il racconto  fa parte della bellissima raccolta "I racconti del Buon Dio", scritto nel 1900, e ora è stato ripubblicato dalle edizioni Dehoniane,  con una nota di Riccardo Calimani. 

 

Il racconto, unitamente alle pagine di Calimani,  oltre all'altissima qualità della scrittura, intessuta di colori, di poesia, di luci e di voci, permette di gettare uno sguardo incantato su questo luogo particolare e ricco di fascino, la cui storia antica si intreccia, nel bene e nel male, con quella di Venezia.  Ancora oggi, nel sestriere di Cannaregio,  centro del centro veneziano, se si percorrono le calli tortuose e si passeggia nel grande campo (piazza) che resta il suo cuore pulsante,  e dove ora si trova il bellissimo Museo Ebraico,  ci si siede all'aperto , mangiando una delle tante specialità della cucina ebraica coniugata alla veneziana, se ci si perde a  curiosare in una delle botteghe artigianali e artistiche di cui è ancora ricco il quartiere,  davvero se ne riconosce la peculiare qualità di "un quadro di nuvole bianche", come spiega Calimani nella sua nota, in cui ne racconta in chiave  quasi intimista la vita quotidiana.

 

Oggi il cielo si vede bene dalle strade e dai palazzi del Ghetto, un cielo che si specchia nell'acqua che scorre sotto i ponti e poi si allarga in canali che si insinuano tra rive, campi, campielli.  Il " confine" si scioglie nel riflesso fermo del Rio della Misericordia, e dall'altra parte la gente continua a camminare senza fretta sulla lunga e stretta striscia della Fondamenta degli Ormesini.  I colori spesso  tenui e velati sono ancora simili a quelli dei secoli scorsi, ma tutto è ovviamente cambiato  da quando, nel 1516, venne deciso che gli ebrei si stabilissero tutti qui, in una zona chiamata anticamente getto, per via delle fonderie che vi si trovavano.

 

Il termine si deformo' presto in ghetto e divenne sinonimo di segregazione, separazione, isolamento. Qui la comunità ebraica, in continua crescita, viveva stipata,  senza poter cambiare dimora, con l'obbligo di rientrare ogni sera. La popolazione dunque aumentava,  ma le case erano sempre le stesse, così si  aggiungevano piani su piani, fino a raggiungere altezze considerevoli. Ed è nella forza e nel limite di questo orizzonte che si radica il racconto di Rilke, il quale subito con poche righe riesce ad evocare lo splendore della storia veneziana, attraverso i colori dei suoi incomparabili artisti, da Carpaccio a Tiziano. Quando l'ormai anziano orafo Melchisedec raggiunge il piano più alto del Ghetto, quello che vede è il dono più straordinario che il destino ha in serbo: il cielo e il mare uniti in un bagliore misterioso,  che ha il sapore infinito della vera gioia.

 

Una scena dal ghetto di Venezia", Rainer Maria Rilke, edizioni Dehoniane,  pp.56, euro 6,50

 

 

 

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