Il cardinale Piacenza: i presepi nelle piazze e le polemiche inutili sui simboli cristiani

Il presepe di Piazza San Pietro
Foto: Alexey Gotovsky /CNA
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Anche se il tempo liturgico del Natale è finito, in molte piazze del mondo come a Piazza San Pietro, il presepe è ancora allestito e in molti si fermano a pregare davanti alla santa famiglia.

Eppure prima di Natale ogni anno si creano polemiche proprio a proposito del presepe. Anche quest’anno ci sono state parecchie tensioni, polemiche sui simboli religiosi legati alla tradizione cristiana,  e il presepe è sempre il primo ad essere preso di mira.

Abbiamo chiesto al cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore, che senso hanno queste polemiche e come un cristiano deve orientarsi:

Questo tipo di polemica secondo me è sciocca ovunque sia e in qualsiasi contesto. È chiaro che l’uomo è fatto di anima e di corpo, ed è altresì chiaro che aderendo ad una fede vi si aderisce con l’anima e con il corpo. Con l’anima, è chiaro. Con il corpo abbiamo bisogno di piccoli richiami. Proprio perché siamo nella carne, un richiamo, un simbolo aiuta a rimanere in sintonia con la propria fede e a richiamare sempre se stessi alla sintonia con la propria fede, e in fondo anche quell’aspetto sociale per cui una fede non la si vive soltanto privatamente, ma la si vive anche comunitariamente, quindi dà anche un senso di appartenenza ad un popolo, ad una aggregazione, ad una comunità, ad una famiglia religiosa.

In generale io sarei molto severo sulla difesa dei simboli religiosi, perché dire: “Sì, è lo stesso, simboli o no l’importante è che ci sia la pace...” non basta perché la pace non si può avere facendola scontare alla verità e ai grandi valori. La pace si fa perché c’è un dialogo, un dialogo costruttivo, ci si capisce, si gettano dei ponti come dice sempre il Santo Padre, non si erigono dei muri di divisione, ci si rispetta innanzitutto.  Se rispetto un simbolo di un’altra fede, pretendo giustamente che anche verso la mia fede si usino segni di rispetto. E non è soltanto tolleranza, è qualcosa di più.

Il Presepe è appunto uno di questi simboli...

“Il Presepe canta non solo la poesia, ma la realtà di un Dio che si fa uomo, che viene nella nostra realtà, nella nostra carne, che stipula in questo senso una alleanza, una amicizia con l’uomo che è la più straordinaria che possa esistere. Non si può – anche inventandola, non si riesce ad inventare qualcosa di più dell’incarnazione del verbo per dire che Dio c’è vicino. Il cristianesimo che sgorga dal Presepe è evidentemente una religione di amicizia – non dico di tolleranza, perché la tolleranza la considero un po’ negativa – di amicizia perché ci porta a riconoscerci tutti fratelli, non soltanto a parole, ma nella realtà teologica del bambino Gesù, nella carne del Cristo, ecco lì si cementa l’alleanza.

Se uno non aderisce per fede a questo, non può capire quale valore ha per il cristiano, quale valore ha questo anche per l’umanità intera. È un patrimonio di pace. Poi il cristianesimo, guardando il Presepe, non ha nel suo Dna nulla di violento. Non è che nella storia lunga della Chiesa non ci siano stati momenti, situazioni ed episodi anche di violenza,  però questo succede quando la Chiesa nei suoi uomini si è allontanata dalla retta via. Non è che Gesù Cristo abbia chiesto questo. Questo deve essere molto chiaro, e non lo si sottolinea mai”.

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