Il Papa a Genova: "Un mondo che non capisce il lavoro, non capisce l’Eucaristia"

Il Papa allo stabilimento ILVA di Genova
Foto: L'Osservatore Romano - ACI Group
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La prima tappa della visita pastorale a Genova Papa Francesco la riserva all’incontro con il mondo del lavoro. Come già fatto a Torino, questa volta il Pontefice incontra i lavoratori dello stabilimento dell’ILVA dando vita ad un dialogo con la realtà del mondo del lavoro. Accompagnato dal Cardinale Arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, il Papa ha risposto alle domande di 4 tra operai, imprenditori, disoccupati e sindacalisti.

“E’ la prima volta - ha esordito il Papa - che vengo a Genova ed essere così vicino al porto mi ricorda da dove è uscito il mio papà e questo mi da emozione. Grazie della vostra accoglienza. Oggi il lavoro è a rischio, è un mondo dove il lavoro non si considera con la dignità che ha e che dà. Il mondo del lavoro è una priorità umana e pertanto è priorità cristiana. E’ anche del Papa. Perché è quel primo comandamento che Dio ha dato: va e lavora la terra, dominala. C’è sempre stata amicizia tra Chiesa e lavoro, a partire da Gesù. Dove c’è lavoratore, lì c’è lo sguardo d’amore del Signore della Chiesa.  Creatività e passione per l’impresa sono tipiche dell’imprenditore, figura fondamentale di una buona economia. Non c’è buona economia, senza buoni imprenditori. Importante riconoscere le virtù dei lavoratori: il loro bisogno è di fare il lavoro bene, perché va fatto bene. Il lavoratore non lavora bene solo perché pagato, questa è disistima del lavoro e del lavoratore perché nega la dignità del lavoro. Il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori perché lavora con loro. L’imprenditore deve essere prima di tutto un lavoratore, se non ha questa esperienza non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e le gioie… Quando deve licenziare qualcuno è una scelta dolorosa, nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente. Chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando è un commerciante! Oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità. Soffre e dalla sofferenza nascono idee per evitare licenziamenti, questo è il buon imprenditore. Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione dell’imprenditore in speculatore. L’imprenditore non va confuso con lo speculatore che è una figura simile al mercenario contrapposto al buon pastore. Non ama la sua azienda e i lavoratori, li vede solo come mezzi di profitto. Li usa per il profitto. Licenziare, chiudere, non gli crea problemi perché lo speculatore mangia persone e mezzi per il suo profitto. Quando ci sono buoni imprenditori, le imprese sono amiche della gente e dei poveri. Con lo speculatore l’economia perde il volto e i volti: è una economia senza volti, astratta. Dietro le sue decisioni non ci sono persone… quando l’economia perde contatto con le persone concrete diventa una economia spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori. Qualche volta il sistema politico aiuta chi specula e non chi investe sul lavoro perché crea burocrazia ipotizzando che tutti siano speculatori e chi non lo è rimane svantaggiato… Regolamenti e leggi pensati per i disonesti finiscono per penalizzare gli onesti. E oggi ci sono tanti veri imprenditori onesti svantaggiati per queste politiche… L’imprenditore onesto alla fine va avanti. State attenti voi imprenditori e lavoratori con gli speculatori, e anche con le regole e le leggi che alla fine favoriscono chi specula e non i veri imprenditori”.

“Mi viene in mente - ha proseguito Francesco - un gioco di parole: tra riscatto e ricatto sociale. C’erano disoccupati in coda, e il lavoro è interessante… la ragazza che me lo ha raccontato era colta. Sì può andare, le hanno detto, saranno 10-11 ore al giorno… Si incomincia con 800 euro al mese e lei ha detto, ma 800 per 11 ore? E lo speculatore le ha detto, signorina guardi la coda, se non le piace se ne vada. Questo è ricatto! Questo incontro qui perché sono luoghi del popolo di Dio. Il dialogo nel luogo di lavoro sono importanti come nelle solenni sale convegni. I luoghi della Chiesa sono i luoghi della vita, quindi anche le fabbriche. Siamo tutti popolo di Dio. Molti incontri tra Dio e gli uomini sono avvenuti mentre le persone lavoravano. La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di un reddito per vivere, il lavoro è molto di più: lavorando diventiamo più persone. LA dottrina sociale della chiesa ha visto il lavoro come partecipazione alla creazione. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che si sperimentano lavorando. Pochi sono i dolori come quelli del lavoro che sfrutta, umilia e uccide. Il lavoro è amico dell’uomo e viceversa. Per questo non è facile riconoscerlo come nemico. Gli uomini si nutrono del lavoro, con il lavoro sono unti dalla dignità. Attorno al lavoro si edifica il patto sociale. Quando non si lavora o si lavora troppo è la democrazia che entra in crisi. E anche questo è il senso della art. 1 della Costituzione Italiana. Togliere il lavoro o sfruttare la gente è anticostituzionale… Se non fosse fondata sul lavoro l’Italia non sarebbe una democrazia. Bisogna guardare senza paura alle trasformazioni tecnologiche e non rassegnarsi alla ideologia che immagina un mondo dove solo metà dei lavoratori lavoreranno e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. L’obiettivo non è il reddito, ma il lavoro per tutti. perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro sarà diverso, ma dovrà essere lavoro e non pensione. Si va in pensione all’età giusta, è un atto di giustizia: non si va a 35-40 anni. Senza lavoro si può sopravvivere ma per vivere occorre il lavoro. E la scelta è tra vivere e sopravvivere e ci vuole il lavoro per tutti, per i giovani. I giovani crescono senza dignità perché non sono unti dal lavoro. Un assegno mensile statale non risolve i problemi. Il problema va risolto con il lavoro per tutti”.

“I valori del lavoro - ha detto ancora Francesco -  cambiano velocemente e non sono valori in linea con la dimensione umana. L’accento sulla competizione oltre ad essere errore cristiano è anche economico perché dimentica anche l’impresa è cooperazione. Un altro valore che è disvalore è la meritocrazia che affascina molto ma viene strumentalizzata. Sta diventando una legittimazione etica della disuguaglianza. Ne da una veste morale. Una seconda conseguenza, è il cambiamento della cultura della povertà: il povero è un demeritevole quindi colpevole. Quindi i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa non è la logica del Vangelo, la meritocrazia la troviamo nella figura del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo…”.

“Chi perde il lavoro e non ne trova un altro - è la quarta e ultima risposta del Papa - sente che perde la dignità così come chi è costretto a accettare lavori cattivi… traffico di armi, pornografia, giochi di azzardo, nelle imprese che non rispettano i valori della natura. Un paradosso è la co-presenza di persone che vogliono lavorare e non possono e chi lavora troppo e non può lavorare meno perché sono stati comprati dalle imprese. Diventa fratello lavoro quando c’è anche il tempo della festa. Per poter far festa dobbiamo lavorare, dove ci sono disoccupati non è mai veramente domenica. Per celebrare la festa è necessario poter celebrare il lavoro. Il consumo è un idolo del nostro tempo… Anche questa è la radice della crisi del lavoro. E’ fatica, è sudore… ma una società edonista non capisce il valore della fatica e quindi non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo. Il lavoro sono doglie per generare gioia. Serve una cultura che stima fatica e sudore. Il lavoro è il centro di ogni patto sociale, non un mezzo per poter consumare. Se svendiamo il lavoro al consumo, svenderemo dignità. onore, rispetto e libertà. Dobbiamo amare il lavoro, anche pregarlo. Il lavoro è amico della preghiera, è presente nella Eucaristia. Un mondo che non capisce il lavoro, non capisce l’Eucaristia. Voglio concludere questo dialogo pregando con il Vieni Santo Spirito, una preghiera del e per il lavoro”. 

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