Il Papa in Armenia, per esplorare il filo rosso tra il Grande Male ed Echmiadzin

Memoriale del Genocidio, Erevan: la fiamma eterna in ricordo delle vittime
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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Il vuoto di intere generazioni: è questo il segno più profondo che ha lasciato il Metz Yeghern, il “Grande Male”, come gli armeni chiamano l’uccisione sistematica del loro popolo che a più ondate si è scatenato a partire dal XIX secolo. Ma è anche il segno profondo che hanno lasciato 70 anni di regime comunista. Prima la distruzione di un popolo, poi il tentativo di distruggere la loro religiosità: è una qualcosa che va ben oltre la definizione del genocidio.

Un vuoto che si percepisce percorrendo il viale che dalla porta di pietra porta ad Echmiadzin, la prima cattedrale del mondo nata da una visione di Gregorio l’Illuminatore, colui che battezzò il popolo armeno. Proprio in quel luogo, lui vide sarebbe sceso l’Unigenito, e volle che fosse costruita una chiesa. Echmiadzin significa, appunto, la discesa dell’unigenito.

Attorno alla cattedrale, si è creato un complesso che viene chiamato anche “il vaticano armeno”. Nei tempi del comunismo, non era così grande. C’era solo un palazzo appena dietro la chiesa, dove risiedeva il catholicos, il capo della Chiesa apostolica. Poi il complesso è stato ampliato, c’è una nuova sede del catholicossato, e lì Giovanni Paolo II aveva dormito quando era venuto in visita nel 2001.

Ora è inagibile, per via di lavori di ristrutturazione. Papa Francesco dunque risiederà nel vecchio catholicossato, nell’appartamento che Karekin II cederà per lui, e che per una casualità provvidenziale è l’unica parte dell’edificio che appare all’esterno verniciata di bianco. Si sveglierà ogni mattina guardando la chiesa di Echmiadzin, mentre i fedeli che continueranno ad entrare, a pregare, a inginocchiarsi e toccare le icone là dove Gregorio l’Illuminatore aveva visto scendere Cristo.

Il posto è pieno di significati. Ad Echmiadzin, c’è la lancia di Longino, che la tradizione vuole portata lì da San Bartolomeo, considerato fondatore della Chiesa apostolica. E infatti, San Bartolomeo è ritratto in Echmiadzin con una lancia nelle mani. Sempre lì, in un reliquiario a forma di croce, è custodito quello che la tradizione vuole essere un pezzo dell’Arca di Noè.

Servirebbe forse un’arca per salvare gli ultimi ranghi di una Chiesa sofferente e distrutta. Forse è per questo che Giovanni Paolo II, quando era in Armenia, amava fare colazione all’aperto, con lo sguardo fisso sull’Ararat. Una volta, il vescovo Khajag Barsamian – primate della Chiesa Armena di America – era con lui. Gli chiese: “Come ha trovato la visita?” Rispose Giovanni Paolo II: “Ho tanto sognato di venire in Armenia… quando sono arrivato, ho baciato il suolo di questa terra di molti martiri che sono morti per Cristo”.

Lo stesso vescovo Barsamian individua nella ricostruzione di nuove generazioni la sfida più grande per la Chiesa apostolica. “Abbiamo perso le nostre guide nel genocidio, e poi durante l’era sovietica. Siamo in pochi, stiamo costruendo nuovi seminari, un nuovo clero si sta preparando. C’è una nuova generazione, ci sono giovani che stanno tornando. Stiamo cercando un modo di raccontare la tradizione con il linguaggio di oggi”.

Certo, non è un compito facile. Si tratta di un popolo è stato preso a spallate dalla storia.

Una storia amara, la cui piega più drammatica può essere ripercorsa al “Dzidzernagapert”, il memoriale del genocidio che è sorto a Erevan dopo i grandi moti di piazza del 1965.

Prima, non era nemmeno permesso di parlarne, perché l’Unione Sovietica era alleata della Turchia. Dopo la grande sollevazione popolare, il monumento si poté costruire. Si presenta in tre parti. Sulla sinistra, un muro, a simboleggiare il muro che c’era tra l’Armenia e il resto del mondo, e il fatto che il Paese era abbandonato a se stesso; poi, la Fiamma Eterna, 12 pietre poste in circolo a proteggere una fiamma che fa memoria del massacro; e quindi una piramide, composta in realtà da due piramidi separate, e testimoniare la divisione cui è stato sottoposto il popolo armeno.

Papa Francesco ci arriverà passando da un viale alberato, farà una preghiera ecumenica con il Catholicos, pianterà un abete come ha fatto Giovanni Paolo II già nel 2001. Non si tratta solo della memoria del genocidio. Suren Manukyan, vicedirettore del Museo del Genocidio che è stato poi collegato al monumento, sottolinea che “la visita di Papa Francesco richiamerà alla memoria tutti i morti dimenticati, tutte le stragi rimaste nel dimenticatoio della storia… non viene solo per rendere omaggio ai morti del genocidio, ma a tutti i morti nascosti della storia”.

In fondo, il problema va ben al di là della definizione legale del massacro degli armeni, ed ha a che fare con una sola parola: speranza. Basta guardare di là dal muro per notarla: targa dopo targa, si trovano coloro che non hanno negato il Grande Male, e anzi si sono battuti per evitarlo. Una targa ricorda anche Benedetto XVI, il Papa che addirittura ospitò alcuni rifugiati armeni nella residenza di Castel Gandolfo.

Quella della speranza non è una preoccupazione nuova per la popolazione armena. Racconta Karen Mirzoyan, cantante lirico, traduttore di poesie dall’armeno all’italiano, che fu scelto quel progetto di memoriale proprio perché le vette delle piramidi davano comunque una speranza. “Gli altri progetti non avevano la stessa tensione verso il cielo”, dice.

La visita di Papa Francesco è chiamata anche a dare questa tensione verso il cielo. In Armenia ci credono. Il vescovo Barsamian sa che la speranza può nascere proprio dall’incontro. E sa che questo è il pensiero di Papa Francesco. “L’anno scorso, il giorno prima della Messa per i fedeli di Rito Armeno in vaticano per il centenario del genocidio – racconta – Papa Francesco invito il clero armeno presente ad un pranzo a Santa Marta. Io ero lì. Abbiamo parlato del dialogo ecumenico, ovviamente. E lui ha detto che sì, questo era importante, ma che era ancora più importante incontrarsi, pregare insieme…”

La preghiera è, da sempre, la più forte speranza del popolo armeno. Una preghiera che viene da una fede incrollabile, che nemmeno i persiani sono riusciti a scalfire. E sarà con la preghiera, la fede dura come la roccia dei krachkar, che gli armeni potranno eventualmente ricostruire le generazioni perdute. Resterà allora, solo il filo rosso della memoria. Ma quello nessuno lo potrà spezzare.

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