Il Papa in Myanmar, "pace e riconciliazione vengono dal rispetto dei diritti umani"

Papa Francesco e Aung San Suu Kyi, Myanmar International Convention Center, Nay Pyi Taw, 28 novembre 2017
Foto: Edward Pentin / NCR, ACI Group
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“L’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale può avanzare solo attraverso l’impegno della giustizia e dei diritti umani”. Papa Francesco vola a Naw Pyi Taw, la capitale del Myanmar, e lì incontra il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi, il presidente Htin Kew e le autorità. E si rivolge loro con un breve discorso, in cui i sottintesi parlano più di quello che è viene espresso.

Il tema è quello di “guarire le ferite del popolo”, già declinato più volte dalla Chiesa locale. Ma nel discorso di Papa Francesco alle autorità del Myanmar ci sono molti temi: un messaggio di sostegno al governo, la richiesta del rispetto dei diritti umani che va a toccare il modo in cui vengono trattati tutti i rifugiati del Paese (e non solo i Rohingya), l’importanza delle religioni nel processo di ricostruzione del Paese.

Arrivato all’aeroporto, dopo una breve cerimonia di benvenuto, il Papa incontra prima il presidente, cui regala una vita illustrata del Budda in sette episodi, un manoscritto appartenente alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Quindi, l’incontro con Aung San Suu Kyi che dura 45 minuti e infine il trasferimento dal Palazzo Presidenziale al Myanmar International Convention Center, per l’incontro con autorità e corpo diplomatico.

Aung San Suu Kyi introduce l’incontro. Sottolinea che l'inno del Myanmar afferma che non si deve “mai deviare dalla giustizia”, parole che “risuonano anche oggi”, come risuonarono per quelli che avevano combattuto per l’indipendenza. La leader della nazione ricorda al Papa le tante sfide della nazione, tutte bisognose di “forza, pazienza e coraggio”, perché la nostra nazione è “un ricco arazzo di popoli, lingue e religioni differenti”, e scopo del governo è “portare fuori la bellezza della nostra diversità e farlo forte”, portando avanti la pace. E cita, tra le sfide, la situazione in Rakhine (quella conosciuta come crisi dei Rohingya), che è quella che ha catturato l’attenzione del mondo” .

La Nobel per la Pace del 1991 sottolinea che il Papa è andato a visitare la nazione solo sei mesi dopo lo stabilimento delle relazioni diplomatiche, afferma che “questa non è solo l’apertura di una nuova era di relazioni, ma anche un revival di vecchi legami” che tutta la generazione di Aung San Suu Kyi ricorda “con affetto”, perché lei stessa è stata allieva di una scuola cattolica. Il desiderio è quello di “un futuro popolo unito in pace” e di assicurare la loro capacità “di crescere e prosperare in un mondo che cambia”. E conclude in italiano: “Continuiamo a camminare con fiducia”.

Nel suo discorso, Papa Francesco ci tiene prima di tutto a liberare il suo viaggio da ogni possibile strumentalizzazione politica. “Sono venuto – dice – soprattutto a pregare con la piccola ma fervente comunità cattolica della nazione, per confermarla nella fede e incoraggiarla nella fatica di contribuire al bene del Paese”.

Poi, il Papa allarga lo sguardo. Esprime la speranza che la visita “abbracci” tutta la popolazione del Myanmar, incoraggia “tutti coloro che stanno lavorando per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato ed inclusivo”, sottolinea la ricchezza delle risorse naturali del Paese, ma ribadisce che la vera ricchezza è il popolo, che “ha molto sofferto e tuttora soffre a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e che hanno creato profonde divisioni”.

Papa Francesco riconosce il processo di pace in corso, lancia un segnale di apprezzamento al governo in particolare per aver organizzato la Conferenza di Pace di Panglong che riunisce i rappresentanti dei vari gruppi etnici del Paese, e ci tiene a sottolineare che “la guarigione delle ferite” è “ una priorità politica e spirituale fondamentale”. Sono parole che rappresentano l’impegno del Papa nel costruire una fiducia quanto mai necessaria in un territorio lacerato.

Perché – afferma Papa Francesco – “l’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale può avanzare solo attraverso l’impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani”.

E garanti dei diritti umani sono le Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, “base per gli sforzi della comunità internazionale di promuovere in tutto il mondo la giustizia, la pace e lo sviluppo umano per risolvere i conflitti mediante il dialogo e non con l’uso della forza”.

Papa Francesco si appella, in pratica, alla presenza del Myanmar nel concerto delle nazioni, cosa che testimonia “l’impegno del Paese a mantenere e osservare questi principi fondamentali”, perché “il futuro del Myanmar deve essere la pace. Una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello Stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune”.

Sono parole che affrontano tutte le criticità del Myanmar di oggi. Non vengono citati i Rohingya, per evitare di dare il destro a rivendicazioni etniche, e nemmeno vengono citati i musulmani dello Stato del Rakhine. Ma si fa riferimento indiretto alla legge della cittadinanza del 1982, quella che non dà loro la cittadinanza e li rende apolidi. Si fa riferimento allo Stato di diritto, mostrando sensibilità per la decisione del governo di rispettare le conclusioni della Commissione Kofi Annan, che chiedeva una soluzione ponte in vista di una nuova legge di cittadinanza – decisione che è stata messa da parte per il fiorire di nuovi scontri, che hanno mostrato anche infiltrazioni paramilitari all’interno della popolazione Rohingya.

E parlando di “ogni gruppo etnico”, il Papa fa un indiretto riferimento a tutte le altre minoranze che vivono situazioni difficili, e non solo i Rohingya che hanno dalla loro i titoli dei giornali: i Chin, gli Shahn, i Kachin, minoranze cristiane che vivono gli stessi drammi, nel silenzio dei media.

Papa Francesco poi si riferisce all’importanza delle comunità religiose, un tema che sta molto a cuore alla Chiesa locale, tanto che il Cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, ha chiesto al Papa di incontrare il tavolo interreligioso – richiesta che il Papa ha accolto nella mattinata. Proprio al tavolo interreligioso pensa il Papa, quando sottolinea che “è un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi ed umani”.

Le comunità religiose – afferma Papa Francesco – “hanno un ruolo privilegiato da svolgere”, le “differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e per la saggia costruzione del Paese”.

Le religioni – dice il Papa – “attingendo ai valori profondamenti radicati, possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono”.

Il futuro del Myanmar – conclude il pontefice – è “nelle mani dei giovani”, che sono “un dono da amare e incoraggiare, un investimento che produrrà una ricca rendita solo a fronte di reali opportunità di lavoro e di buona istruzione”, cose che sono “un requisito urgente di giustizia tra le generazioni”.

Insomma, la sorte del Myanmar dipenderà “dalla formazione dei suoi giovani”, soprattutto “nei valori etici di onestà, integrità e solidarietà umana, che possono garantire il consolidamento della democrazia e della crescita dell’unità e della pace a tutti i livelli della società”.

Quello di Papa Francesco è un appello per il futuro. “È indispensabile – conclude – che i nostri giovani non siano derubati della speranza e della possibilità di impiegare il loro idealismo e i loro talenti nella progettazione del futuro del Paese, anzi dell'intera famiglia umana”.

Il Papa conclude incoraggiando i cattolici del posto "a perseverare nella loro fede e a continuare a esprimere il proprio messaggio di riconciliazione e fraternità attraverso opere caritative e umanitarie, di cui tutta la società possa beneficiare", con la speranza che "contribuiscano ad aprire una nuova era di concordia e di progresso per i popoli di questa amata nazione" insieme alle altre religioni della nazione. 

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