Il Papa: “Siamo cristiani da salotto oppure apostoli in cammino?”

Papa Francesco durante la celebrazione della Messa della Festa dei Santi Pietro e Paolo, piazza San Pietro, 29 giugno 2017
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Si snoda intorno alle tre parole di confessione, persecuzione e preghiera l’identikit dell’apostolo delineato da Papa Francesco nella Messa dei Santi Pietro e Paolo. È la Messa in cui il Papa consegna i palli ai 36 nuovi arcivescovi metropoliti nominati durante l’anno. Palli che però saranno imposti ai nuovi arcivescovi solo successivamente, nella loro diocesi di origine. E il Papa lancia loro una domanda: “Siamo cristiani da salotto oppure apostoli in cammino?”

È la festa dei Santi Pietro e Paolo, patroni della Chiesa di Roma, e prima di celebrare in piazza San Pietro, il Papa scende giù alla tomba di Pietro sotto l'altare della Confessione insieme al delegato del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e vi sosta alcuni minuti in preghiera silenziosa, con il capo chino.

Ed è proprio dalla parola confessione che comincia, Papa Francesco, a delineare l’identikit dell’apostolo. Confessione significa “riconoscere in Gesù il Messia atteso, il Dio vivente, il Signore della propria vita”, ed è una domanda che “Gesù rivolge a tutti i pastori”, una domanda “decisiva”, davanti alla quale “non valgono risposte di circostanza”, è una “domanda di vita che richiede una risposta di vita”.

“Serve a poco – dice il Papa – riconoscere gli articoli di fede se non si confessa Gesù Signore della propria vita.” E per questo i vescovi metropoliti sono chiamati a “rinnovare oggi la nostra scelta di vita come discepoli e apostoli”, per essere “suoi non solo a parole, ma coi fatti e nella vita”. Insomma – dice il Papa – dobbiamo chiederci se “siamo cristiani da salotto oppure apostoli in cammino, che confessano Gesù con la vita perché hanno lui nel cuore”.

Chi confessa Gesù – aggiunge il Papa – “non è tenuto soltanto a dare pareri, ma a dare la vita”, non può “credere in modo tiepido, ma è chiamato a bruciare per amore”, non può “galleggiare”, ma “deve rischiare di prendere il largo”, seguendo Gesù “fino alla fine “sulla sua via, non sulle nostre vie”, che è la vita “della gioia e della resurrezione, che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni”.

Persecuzione è dunque la seconda parola che caratterizza l’apostolo. Una parola che non riguarda solo il martirio di Pietro e Paolo, ma anche la Chiesa degli inizi. E anche oggi – denuncia il Papa – “in varie parti del mondo, a volte in un clima di silenzio, non di rado silenzio complice, tanti cristiani sono emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali, spesso senza il doveroso impegno di chi potrebbe far rispettare i loro sacrosanti diritti”.

Il Papa ricorda che “senza croce non c’è Cristo, ma senza la croce non c’è nemmeno il cristiano”, che significa anche “saper sopportare i mali”, che significa “accettare la croce, andando avanti con fiducia perché non siamo soli: il Signore crocifisso e risorto è con noi”. Sta in questo la “buona battaglia” di San Paolo, che ha vissuto “senza risparmiarsi consumandosi”, conservando “la fede, cioè la confessione in Cristo”, per amore del quale “ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate” .

La forza salvifica della croce di Gesù “risplende nel mistero del dolore offerto per amore”, condiviso da tanti fratelli perseguitati e malati.

E allora c’è bisogno di preghiera – questa è la terza parola. Dice il Papa: “La vita dell’apostolo, che sgorga dalla confessione e sfocia nell’offerta, scorre ogni giorno nella preghiera”, che è “l’acqua indispensabile che nutre la speranza e fa crescere la fiducia. La preghiera ci fa sentire amati e ci permette di amare. Ci fa andare avanti nei momenti bui, perché accende la luce di Dio”.

È la preghiera che sostiene Pietro in carcere, ad esempi, perché la preghiera è “la forza che ci unisce e sorregge, il rimedio contro l’isolamento e l’autosufficienza che conducono alla morte spirituale”, perché “lo Spirito di vita non soffia se non si prega e senza preghiera non si aprono le carceri interiori che ci tengono prigionieri”.

Il Papa prega infine che gli apostoli ci ottengano “un cuore come il loro, affaticato e pacificato dalla preghiera”, e definisce “urgente nella Chiesa avere maestri di preghiera, essere uomini e donne di preghiera, che vivono la preghiera! Il Signore interviene quando preghiamo”.

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