In Myanmar e Bangladesh il Papa ha dato coraggio alle minoranze cattoliche

Il Papa ordina i sacerdoti in Bangladesh
Foto: Osservatore Romano
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Il viaggio rimarrà certo nel flusso mediatico per l’incontro del Papa con i rappresentanti dei Rohingya, ma per il mondo cattolico, per le piccole comunità di Myanmar e Bangladesh la visita del Papa è stata certamente un evento significativo.

In Birmania, oggi Myanmar per scelta politica, la Chiesa cattolica è piccolissima e frutto dei tanti santi missionari che hanno dato la vita per il Vangelo.

Quello che il Papa ha detto nelle celebrazioni eucaristiche inizia con l’idea di guarigione da quelle ferite, visibili e invisibili, dovute alla dittatura. E del resto ancora non si può parlare di democrazia in Myanmar e di una vera libertà religiosa.

Anche le etnica cristiane hanno sofferto e soffrono per la violenza subita. “La tentazione - ha detto il Papa - è di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana” e che “la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta. Tuttavia la via della vendetta non è la via di Gesù. La via di Gesù è radicalmente differente”. E per questo “Gesù rende capace ciascuno di noi di essere segno della sua sapienza, che trionfa sulla sapienza di questo mondo, e della sua misericordia, che dà sollievo anche alle ferite più dolorose”.

Ecco il senso del viaggio del Papa. Ed ecco quello che vuole dire ai giovani, in Myanmar : “Vorrei che la gente sapesse che voi, giovani uomini e donne del Myanmar, non avete paura di credere nel buon annuncio della misericordia di Dio, perché esso ha un nome e un volto: Gesù Cristo. In quanto messaggeri di questo lieto annuncio, siete pronti a recare una parola di speranza alla Chiesa, al vostro Paese, al mondo. Siete pronti a recare il lieto annuncio ai fratelli e alle sorelle che soffrono e hanno bisogno delle vostre preghiere e della vostra solidarietà, ma anche della vostra passione per i diritti umani, per la giustizia e per la crescita di quello che Gesù dona: amore e pace”.

Lo stesso messaggio è quello che il Papa ha portato in Bangladesh, dove la miseria è il nemico più grande. “ Assicuratevi di scegliere la strada giusta”, dice il Papa ai giovani del paese: “La sola cosa che ci orienta e ci fa andare avanti sul giusto sentiero è la sapienza, la sapienza che nasce dalla fede. Non è la falsa sapienza di questo mondo. E’ la sapienza che si intravede negli occhi dei genitori e dei nonni, che hanno posto la loro fiducia in Dio”.

Ecco allora le parole che il Papa dice ai vescovi del Myanmar : guarigione, accompagnamento e profezia. “Possiate mettere- ha detto Francesco- la comunità cattolica nelle condizioni di continuare ad avere un ruolo costruttivo nella vita della società, facendo sentire la vostra voce nelle questioni di interesse nazionale, particolarmente insistendo sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti, in modo speciale dei più poveri e vulnerabili”.

E tornado a Roma il Papa ha pensato ai nuovi sacerdoti, 16 ordinati in Bangladesh e ha svelato un piccolo segreto: “Io ho l’abitudine, sempre, cinque minuti prima dell’ordinazione, di parlare con loro in privato. Mi sono sembrati sereni, tranquilli, coscienti, avevano coscienza della missione, poveri, normali.” Non c’è paura in loro, spiega il Papa: “loro sanno che devono essere vicini vicini al loro popolo; sentono che devono essere attaccati al popolo, e questo mi è piaciuto, questo mi è piaciuto… Sembrano bambini perché loro sembrano tutti giovani, tutti, anche i grandi. Li ho visti sicuri. Ma questo sì, l’avevano: stare vicini al loro popolo. Questo sì. E ci tengono! Perché ognuno di loro appartiene a un’etnia, e a questo ci tengono”.

E’ stato questo il vero significato della presenza di Pietro in quelle comunità lontane geograficamente di Roma ma nel cuore e nel centro della Chiesa, perché dove si celebra l’Eucaristia c’è il centro.

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