IOR, pubblicato il Rapporto Annuale 2015. De Franssu: "Continuiamo la nostra missione"

L'Istituto per le Opere di Religione
Foto: CNA Files
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Un utile di 16,1 milioni di euro, la chiusura di 4935 posizioni (come anticipato nel rapporto dell’Autorità di Informazione Finanziaria) e una serie di migliorie che continuano nel processo di trasparenza: il rapporto dell’Istituto delle Opere di Religione, spesso erroneamente chiamata “banca vaticana”, racconta di un sistema che si continua a migliorare. E lo hanno voluto raccontare, in una inedita tavola rotonda con Osservatore Romano e Radio Vaticana, gli stessi vertici dell’Istituto, il presidente Jean Baptiste de Franssu e il direttore generale Gianfranco Mammì.

Gli utili ammontano a 16,1 milione di euro, come detto, e il risultato finanziario complessivo è di 42,8 milioni di euro, contro i 104,5 dello scorso anno: un taglio notevole, che è parte “della strategia iniziata a fine 2014 per rendere più sicuro il portafogli dello IOR”. Più che altro si tratta di una strategia nuova, se si pensa che – quando i vertici dell’Istituto incontrarono i giornalisti a giugno 2012 – l’allora direttore generale Paolo Cipriani spiegò, con tanto di slide, le politiche di investimenti dello IOR, che di certo non erano speculative.

C’è stato dunque un cambio di strategia, ancora più conservativo. Il rapporto MONEYVAL del 2012 metteva in luce comunque come non ci fossero opacità nella gestione dello IOR, e che un sistema di monitoraggio dei conti era già iniziato. Ora si può dire terminato, come già delineato nel rapporto AIF. Sono stati chiusi 4935 conti tra giugno 2013 e dicembre 2015, che hanno portato il numero di clienti IOR a circa 14801, così suddivisi: il 75 per cento sono in Italia, il 15 per cento in Europa e il 10 per cento nel resto del mondo.

Il comunicato dello IOR mette in luce “il nuovo quadro normativo e legale” (ovvero, la nuova legge sulla trasparenza finanziaria) e il Regolamento Prudenziale dell’AIF, che hanno provveduto alle linee guida per l’antiriciclaggio. Secondo il regolamento, c’è una voce sul capitale dello IOR, di 300 milioni di euro, mentre il patrimonio dell’istituto al netto della distribuzione è pari a 654 milioni di euro.

Come spiega le attività dello IOR il presidente de Frannsu? Dice che lo IOR “prima di tutto e soprattutto offre pagamenti e servizi alle varie istituzioni e i vari dicasteri della Santa Sede”, un ruolo storico che si è poi sviluppato con una serie di servizi che “fanno parte della gestione della ricchezza, anche se questo termine può essere ambiguo”.

Dice, il presidente, di non voler andare nei dettagli delle “eredità dello IOR del passato”, ma sottolinea che “lo IOR è stato affetto da una serie di abusi”, alcuni “nel campo immobiliare, altre nel settore di sicurezza”. Si tratta ad ogni modo di casi isolati, che De Franssu non vuole commentare parlando caso per caso.

Ma parla degli investimenti IOR in compagnie di benzina. Anche qui, non va nei dettagli. Ma sottolinea che lo IOR ha nel portafoglio l’1,7 per cento delle partecipazioni, e nessuna della compagnie di cui lo IOR ha azioni “lavora contro l’insegnamento della Laudato Si”, perché “la maggior parte di questo portafoglio è fatto di “entrate sovrane fisse”. Lo IOR, aggiunge, ha ridotto molto il portafoglio di azioni.

De Franssu afferma poi che l’istituzione di un Vatican Asset Management per gli investimenti – ora fermo – era una delle raccomandazioni COSEA, ma che non riguarda lo IOR. E sottolinea la bravura dello staff IOR, certifica che “non è possibile fare riciclaggio di denaro sporco allo IOR”, e che se è successo, è successo nel modo in cui è successo “in molte istituzioni finanziarie nel mondo”.

Per quanto riguarda l’abbassamento del profitto, il direttore Mammì spiega “non esiste una formula assoluta per investire il patrimonio degli investitori” e che “ci sono stati profitti compatibilmente alti” con il mercato”. Mentre sui conti chiusi, Mammì ci tiene a sottolineare che “non si deve pensare che tutti i conti chiusi fossero “conti sospetti” in termini antiriciclaggio, e che la chiusura dei conti “è avvenuta in primo luogo” perché “alcuni clienti non entravano nei criteri della clientela”, erano “conti dormienti”, rimasti “inattivi per anni”.

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