IOR, un rapporto per certificare il lavoro di riforma

Il Torrione di Niccolò V, sede dell'Istituto delle Opere di Religione
Foto: CNA Archive
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Non ci sono solo le cifre, nel rapporto annuale dell’Istituto delle Opere di Religione pubblicato ieri sul sito dell’Istituto. In 140 pagine, c’è piuttosto la spiegazione dettagliata del lavoro che viene fatto, del modo in cui l’Istituto è stato riorganizzato, e di quello che si sta facendo. Con un elemento di continuità e qualche novità.

Prima di tutto, l’elemento di continuità. Viene riaffermato il senso della finanza vaticana. Monsignor Giovan Battista Ricca, prelato dello IOR, scrive nell’introduzione che l’Istituto “trae l’unica ragione per la sua esistenza della sua subalternità a progetti unicamente finalizzati alle necessità reali delle opere cattoliche e non far soldi con il fine di fare soldi”.

Per questo, la politica degli investimenti è una politica conservativa: non si fanno speculazioni. E questo viene sottolineato sin dal rapporto pubblicato nel 2013, che si riferiva al 2012 – l’anno prima del nuovo corso. E l’allora presidente Ernst von Freyberg spiegava in una dichiarazione che “la politica d’investimento dello IOR è pensata innanzitutto per garantire la sicurezza dei beni affidatici. La nostra attenzione si concentra su una gestione conservativa e su una bassa esposizione al rischio”.

In questi anni, però, gli utili hanno oscillato profondamente. Si va dall’utile di 86,6 milioni dichiarato nel 2013 – che quadruplicava gli utili dell’anno precedente – ai 66,9 milioni del rapporto 2014, ai 69,3 milioni del rapporto 2015, ai 16,1 milioni del rapporto 2016, fino ai 33 milioni di quest’ultimo rapporto. Colpa dell’andamento dei mercati, ma anche dei costosi consulenti esterni che per un periodo hanno caratterizzato le politiche dell’Istituto. Ovviamente, si è attinto alle riserve, che si sono man mano assottigliate.

Di fatto, però, l’Istituto ha continuato su una strada ben tracciata. Quella di un maggiore controllo della clientela, asciugando i conti dormienti e portando avanti – approfondendolo – un lavoro di revisione della clientela che già il primo rapporto di MONEYVAL riconosceva.

Anche qui, c’è da leggere i rapporti degli anni precedenti. Si passa da 18900 clienti del 2013 ai 17491 del 2014 ai 14801 del 2015 fino ai 14960 odierni.

Secondo il presidente del Consiglio di Sovrintendenza Jean Baptiste de Franssu, sono nove gli obiettivi cui si è dedicato il board dello IOR: garantire l’osservanza della legge finanziaria e del regolamento n.1 dell’Autorità di Informazione Finanziaria, che vigila sull’Istituto; rafforzare la funzione di controllo; affrontare le questioni relative alle risorse umane; consolidare le infrastrutture; rafforzare se necessario la governance; cercare di creare nuovi rapporti con le banche italiane nel contesto dell’accordo fiscale con l’Italia; continuare a ridurre le spese amministrative, cosa che include il taglio dei consulenti esterni; sviluppare uno studio sui rischi negli investimenti; e dedicarsi alle controversie legali alle quali lo IOR è esposto.

 Su questi punti si innestano alcune delle novità. Prima di tutto, l'accordo fiscale con l'Italia ha portato la Santa Sede ad essere inserita nella white list italiana del fisco, che dovrebbe essere il primo passo perché finalmente lo IOR non sia considerato soggetto residente in Stato a regime "non equivalente" dal sistema della banche italiano. 

Quindi, la creazione di tre sottocomitati all’interno del Consiglio di Sovrintendenza IOR: un comitato è dedicato al Controllo Rischi, il secondo alle Risorse Umane e la Remunerazione, e il terzo al Controllo sugli Illeciti Passati.

Ed è quest’ultimo un tema spinoso, se si considera che – ad esempio – il processo contro i dirigenti dell’Istituto il cui iter è cominciato con un sequestro preventivo di 23 milioni nel 2010 ha portato ad una sentenza che di fatto cancella tutti i sospetti e i veleni sulle movimentazioni dello IOR, e che riconosce i dirigenti colpevoli su tre capi di imputazione minori e lontanissimi dal cuore della vicenda.

Ci sono, ovviamente, altri casi da definire, come la denuncia da parte dello stesso Istituto a due ex manager. Ma, di fatto, tutto fa parte di un percorso che va avanti da tempo.

Da sottolineare è il tipo di clientela dell’Istituto, e il perché esiste la finanza vaticana. De Franssu spiega che “la Chiesa cattolica, attraverso le sue istituzione dedite ad attività missionarie ed opere di carità, è presente in tutto il mondo, anche in paesi dotati di infrastrutture inadeguate e che utilizzano sistemi bancari e di pagamento arretrati. In questi casi, i servii forniti dallo IOR risultano praticamente preziosi”.

Ma era già nel rapporto del 2014 che si leggeva come “un cliente tipico può essere una congregazione che opera in un Paese in via di sviluppo insegnando ai bambini, fornendo assistenza sanitaria o servendo come missione. Per portare avanti questo lavoro, si affidano a fondi che vengono da altre parti del mondo – soldi che sono destinati alla costruzione di chiese e nuove scuole, a scavare pozzi o a pagare i salari degli impiegati locali, ad esempio. Lo IOR serve la Congregazione trasferendo questi fondi in modo sicuro e con un buon rapporto costi benefici, prendendosi cura di ogni necessaria transazione di denaro, e garantendo l’aderenza alle regole antiriciclaggio, alle liste di embargo e cose simili. Dato che lo IOR non ha filiali all’estero, si affida a banche corrispondenti nel mondo per trasferire i fondi a nome del cliente. La Congregazione avrà così un conto allo IOR nello Stato di Città dell Vaticano dove i fondi sono raccolti per il trasferimento, tenuti sicuri e gestiti in maniera conservativa fin quando sono richiesti. In molti casi, i nostri clienti hanno tenuto i loro conti per molti decenni, e godono di una relazione con lo IOR basata su molti anni di fiducia ed esperienza”.

E basta scorrere l’ultimo rapporto annuale dell’Autorità di Informazione Finanziaria per comprendere che la finanza vaticana è costruita per “fornire servizi” alla Santa Sede e alla Chiesa Cattolica, con una “proiezione internazionale” che include “quelle aree e regini talvolta critiche nelle quali a maggior ragione è presente la Chiesa con la sua attività pastorale e umanitaria”.

La clientela dello IOR – spiega nella sua parte del rapporto il direttore generale Gianfranco Mammì – è composta per il 54 per cento da ordini religiosi, per l’11 per cento da dicasteri della Curia romana, uffici della Santa Sede e Stato Città del Vaticano e le nunziature apostoliche, per il 9 per cento da enti di diritto canonico.

Cardinali, vescovi e clero rappresentano l’8 per cento dei clienti, mentre un altro 8 per cento è costituito da conferenze episcopali, diocesi e parrocchie. Il resto sono dipendenti e pensionati del Vaticano o fondazioni di diritto canonico.

Lo IOR fa anche attività di gestione patrimoniale e di custodia titoli, e questa era ammontata a 3,1 miliardi di euro nel 2016, mentre nel 2015 era stata di 3,1 miliardi di euro. I Titoli detenuti dallo IOR sono di 2,5 miliardi di euro.

Come si è detto, una gestione molto conservativa. Il patrimonio netto dello IOR è di 672,6 milioni di euro, sensibilmente di più dei 670 milioni e rotti dell’anno precedente. Il patrimonio, nel corso degli anni, è stato comunque eroso dalle operazioni di riforma, dalle consulenze esterne e anche dal decremento degli utili che ha portato lo IOR ad attingere alle sue risorse per dare al Papa una quantità congrua di denaro, da utilizzare sia per aiutare il bilancio di Santa Sede e dello Stato di Città del Vaticano, sia per la disposizione del Papa.

Ora, comunque, dovrebbe essere terminata quella che era stata chiamata la “fase due “ di riforma dello IOR, annunciata nel rapporto del 2014. La fase due sarebbe durata un triennio, dal 2014 al 2017.

Di base, resta valido il chirografo di Giovanni Paolo II del 1990, che riformò lo IOR, in cui si sottolineava che “lo scopo dell’Istituto è di provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati dall’Istituto medesimo da persone fisiche e giuridiche e destinati ad opere di religione e di carità”.

Ci sono, ovviamente, ancora passi avanti da fare, mentre tutto il sistema finanziario della Santa Sede si sta rafforzando, proseguendo un processo di aderenza agli standard internazionali che era cominciato lungo tempo fa. Già nel 2012, quando la Santa Sede sottopose il suo sistema finanziario alla valutazione del comitato MONEYVAL del Consiglio d’Europa, i funzionari europei scrissero che “gli ufficiali dello IOR hanno dimostrato un chiaro impegno e grande consapevolezza per quanto riguarda l’accurata implementazione degli obblighi sotto la legge antiriciclaggio”. E il rapporto sottolineava che a volte “le procedure interne stabilite dello IOR sono andate, in qualche caso, oltre le richieste della legge”. Sempre attraverso MONEYVAL si era saputo che un aggiornamento dei clienti era già stato avviato a novembre 2010.

Per questo, la lettura del rapporto non riguarda solo le cifre. Serve a comprendere un impegno della Santa Sede cominciato da molto lontano, e che è proseguito passo dopo passo, con l’idea di creare un sistema finanziario compatibile, sì, con gli standard internazionali, ma adatto alle peculiarità e alla clientela del Vaticano.

Ora, le procedure sono più strutturate, il collegio dei revisori ha copia e minuta di tutte le riunioni, c’è una vigilanza interna e l’idea di vigilanza prudenziale esercitata dall’AIF. Ma c’è anche da dire che la prima revisione esterna dei conti fu effettuata a metà anni Novanta. Prima fu ingaggiata Pricewaterhouse Cooper, e poi Deloitte, che ancora oggi certifica il bilancio dello IOR.

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