Iraq, verso la ricostruzione di Mosul. Il premier: “Addolorati dall’esodo dei cristiani”

La visita del Primo Ministro al Kadhimi. Quella del vescovo Mousa. Mosul prova a rinascere, mentre i cristiani continuano a lasciare la regione

Il vescovo Mousa in visita a Mosul insieme a una delegazione di capi religiosi, Mosul, 6 giugno 2020
Foto: Saint - Adday
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Non si è fermato l’esodo dei cristiani, cominciato già anni fa, dopo la Seconda Guerra del Golfo, ma ora non più nascosto dopo le violenze dello Stato Islamico e la difficile situazione. Eppure, la Piana di Ninive prova a rinascere, spinta da un vescovo che durante l’occupazione dello Stato Islamico lavorava per salvare storia e manoscritti, e aiutata da una campagna dell’UNESCO, “Revive the spirit of Mosul”, che ha trovato ingenti finanziamenti dagli Emirati Arabi Uniti. E due visite, all’inizio di giugno, hanno segnato questa voglia di rinascita: quella del premier iracheno Mustafa al Kadhimi e quella del vescovo Najib Mikhael Mousa.

Il primo ministro è stato a Mosul il 10 giugno, in una visita particolarmente significativa perché cadeva nel sesto anniversario della conquista della metropoli nord-irachena da parte dei miliziani dell’ISIS. Nell’occasione, il premier ha affermato che “i cristiani rappresentano una delle componenti più autentiche dell’Iraq, e ci addolora vederli lasciare il Paese.” Tra gli incontri del premier, quello con i rappresentanti con le Chiese e le comunità cristiane locali, incluso il vescovo Moussa, che era arrivato in visita assieme a leader religiosi musulmani e capi tribù locali nella parte “destra” della città, la Città Vecchia.

Il vescovo era andato proprio su invito dell’UNESCO, che sta ricostruendo la Città Vecchia con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti, e, insieme ai membri del Consiglio Nazionale per gli Anziani delle Tribù e del Clan di Ninive, ha visitato alcune chiese e moschee della Città Vecchia. Secondo il sito del Patriarcato Caldeo, l’iniziativa è “un buon segno per la coesione nazionale e religiosa e la convivenza tra i residenti di questa antica città”.

Il vescovo Mousa ha sottolineato l’importanza dell’educazione civica e scientifica nelle scuole per denunciare la violenza e lavorare per una vita di reciprocità e in pace, lontana dall’intolleranza, e ha rimarcato che i leader religiosi sono cruciali per raggiungere questo obiettivo.

Il problema, a Mosul, più che ricostruire le case saccheggiate o le chiese è soprattutto ricostruire la fiducia, e il continuo esodo dei cristiani, divenuto persino più marcato dopo le proteste di Baghdad e l’instabile situazione nel Paese, non si fermerà se lo Stato non sarà in grado di garantire sicurezza.

Il vescovo Mousa ha dunque incontrato al Khadimi il 10 giugno. Tra i membri dell delegazione del premier, Tra c’era anche la cristiana caldea Evan Faeq Yakoub Jabro, nominata di recente Ministro per rifugiati e migranti nel governo guidato da Mustafa al Kadhimi

Dal 2014 al 2017, Mosul è stata capitale de facto del sedicente Stato Islamico, riconquistata dopo una battaglia di 9 mesi che portò alla morte di migliaia di civili e che risultò in un ulteriore esodo di migliaia di sfollati, dopo che già la città si era praticamente svuotata all’arrivo delle milizie jihadiste.

Secondo al Khadimi, le responsabilità dello stato di abbandono di Mosul è dato da una corruzione che risale persino ai tempi di Saddam Hussein, e che ha portato il suo governo ad ereditare “un compito pesante”, risultato di “cattiva gestione e corruzione”.

Durante l’invasione jihadista, sono stati devastati a Mosul luoghi simbolo come la moschea di al-Nouri e la chiesa di Al-Saa (Nostra Signora dell’Ora), entrambi oggetto di progetti di restauro che però non vedono la luce, nonostante i fondi siano stati stanziati.

 

Al Khadimi ha anche visitato la città di Bartella, 21 chilometri ad Est di Mosul, che prima dell’occupazione dell’ISIS era abitato in maggioranza da cristiani. Gli abitanti hanno messo in luce come i vecchi equilibri demografici, dopo l’invasione dell’ISIS, siano completamente cambiati, considerando che gran parte dei cristiani locali sono fuggiti e sono rimasti poi in Kurdistan e in altri Paesi che li hanno accolti, e che non sono più tornati a casa.

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