L' Anno di Giovanni Paolo II, il Natale che avrebbe voluto celebrare in Terra Santa

La liturgia e la realtà si incontrano davanti al Bambino alla ricerca continua della pace

Giovanni Paolo davanti ad un presepe romano
Foto: jp2doc.pl
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Per Giovanni Paolo II il Natale è sempre stato l’occasione di pensare a coloro che sono senza pace. Si perché in guerra sia perché in ricerca.

Il suo primo Natale come Pontefice Giovanni Paolo II lo avrebbe voluto celebrare in Terra Santa. Lo ricordò proprio nella omelia della Messa della Notte in San Pietro: “Dato che le circostanze non me lo consentono, e trovandomi qui con tutti voi, ancor più cerco di essere là spiritualmente con voi tutti, per colmare questa liturgia con la profondità, l’ardore, l’autenticità di un intenso sentimento interiore”.

Liturgia che è realismo. Un connubio del cuore del Papa che ha viaggiato in ogni parte del mondo legando alla realtà la liturgia con i colori di ogni popolo.

“Per avere un quadro completo della realtà di quell’evento,- diceva il 24 dicembre del 1978-  per penetrare ancor più nel realismo di quel momento e dei cuori umani, ricordiamoci che ciò è avvenuto così come è avvenuto: nell’abbandono, nell’estrema povertà, nella stalla-grotta, fuori della città, perché gli uomini, nella città, non hanno voluto accogliere la Madre e Giuseppe in nessuna delle loro case. Da nessuna parte c’era posto. Sin dall’inizio, il mondo si è rivelato inospitale verso il Dio che doveva nascere come Uomo.(…)

Pensiamo quindi questa notte anche a tutti gli uomini che cadono vittime dell’umana disumanità, della crudeltà, della mancanza di qualsiasi rispetto, del disprezzo dei diritti oggettivi di ciascun uomo. Pensiamo a coloro che sono soli, anziani, ammalati; a coloro che non hanno una casa, che soffrono la fame, la cui miseria è conseguenza dello sfruttamento e dell’ingiustizia dei sistemi economici. Pensiamo anche a coloro, ai quali non è permesso, in questa notte, di partecipare alla liturgia della Nascita di Dio, e che non hanno un sacerdote che possa celebrare la Messa. E andiamo col pensiero anche a coloro, le cui anime e coscienze sono tormentate non meno che la loro fede”.

E dal connubio tra letture e realtà nascevano le preghiere rivolte al mondo la mattina di Natale nel Messaggio Urbi et Orbi quando, dopo una riflessione, salutava il mondo in decine di lingue per raggiungere tutti.

"L’accoglienza all’uomo che non può esserci senza accoglienza di Dio: Il mondo, che non accetta Dio, cessa di essere ospitale nei confronti dell’uomo! Non ci scuote l’immagine di un tale mondo, del mondo, che è contro l’uomo, prima ancora che questi riesca a nascere, che, in nome di diversi interessi economici, imperialistici, strategici, caccia via intere moltitudini di uomini dal suolo del loro lavoro, le rinchiude nei campi di forzato concentramento, le priva del diritto della patria, le condanna alla fame, le fa schiave?” Era il 1981.

E ancora nel 1989:  Fa’ che ti accogliamo, / Verbo eterno del Padre!

Che ti accolga il mondo.

Suscita nei cuori il rifiuto di ogni barriera / di razza, di ideologia, di intolleranza.

Favorisci il progresso dei negoziati in corso / per il controllo e la riduzione degli armamenti.

Sostieni quanti s’impegnano per il superamento dei contrasti / da troppo tempo perduranti in Africa e in Asia, / affinché i popoli, in essi coinvolti, / riconquistino la loro libertà e i loro diritti, / mediante un dialogo leale e fiducioso.

Che ti accolga, Verbo incarnato, / anche la nostra vecchia Europa!

Essa porta profondamente impresso lo stigma del tuo Vangelo, / da cui sono nate la sua civiltà, la sua arte, / la sua concezione dell’inviolabile dignità dell’uomo.

Che questa Europa apra le porte e il cuore / per capire ed accogliere ansie, preoccupazioni, problemi / delle nazioni che chiedono il suo aiuto”.

E quella poesia del 1994 che è diventata famosa nell’Anno della Famiglia il 1994:

“Asciuga, bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli!

Accarezza il malato e l’anziano!

Spingi gli uomini a deporre le armi

e a stringersi in un universale abbraccio di pace!

Invita i popoli, misericordioso Gesù,

ad abbattere i muri creati

dalla miseria e dalla disoccupazione,

dall’ignoranza e dall’indifferenza,

dalla discriminazione e dall’intolleranza.

Sei Tu, Divino Bambino di Betlemme,

che ci salvi, liberandoci dal peccato.

Sei Tu il vero ed unico Salvatore,

che l’umanità spesso cerca a tentoni.

Dio della pace,

dono di pace per l’intera umanità,

vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia.

Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia! Amen!”.

Una pace  che non arriva, che non si sente, che il mondo sembra non volere:

“Come non avvertire lo stridente contrasto

tra la serenità dei canti natalizi

e i tanti problemi dell'ora presente?

Ne conosciamo i preoccupanti risvolti per i resoconti

che ne fanno ogni giorno televisione e giornali,

spaziando da un emisfero all'altro del globo:

sono situazioni tristissime, a cui spesso

non è estranea la colpa e persino la malizia umana,

intrisa di odio fratricida e di assurda violenza.

La luce che proviene da Betlemme

ci salvi dal rischio di rassegnarci

a così tormentato e sconvolgente scenario”.

Era il giorno di Natale del 1998.

E per questo ancora nel 2003 il Papa anziano e stanco ma non domito chiedeva ancora a Dio:

“Salvaci dai grandi mali che lacerano l’umanità

in questi inizi del terzo millennio.

Salvaci dalle guerre e dai conflitti armati

che devastano intere regioni del globo,

dalla piaga del terrorismo

e dalle molte forme di violenza

che straziano persone deboli ed inermi.

Salvaci dallo scoraggiamento

nell’affrontare i cammini della pace,

difficili sì, ma possibili e perciò doverosi;

cammini urgenti sempre e dovunque,

soprattutto nella Terra dove sei nato Tu,

Principe della Pace”.

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