La Chiesa oltre la Cortina di Ferro. Trenta anni fa, la caduta del Muro di Berlino

Dal lavoro nelle Chiese del silenzio fino alla presenza a Berlino: perché il ruolo della Chiesa nella caduta del Muro non può essere sottovalutato

Il Muro di Berlino poco dopo la sua caduta, 9 novembre 1989
Foto: Wikimedia Commons
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Nella notte tra l’8 e il 9 novembre 1989, il Muro di Berlino fu buttato giù. Era la fine della Cortina di Ferro, l’inizio di una Europa che, nelle parole di San Giovanni Paolo II, era chiamata a respirare con due polmoni. Ma quale fu il contributo della Chiesa Cattolica? E in che modo il lavoro fatto dalla Chiesa ha inciso sulla caduta della Cortina di Ferro?

Lech Walesa, lo storico campo del sindacato polacco Solidarnos, sosteneva che la caduta del Muro di Berlino era per il 70 per cento opera di Giovanni Paolo II. In generale, si è contrapposto l’operato di Giovanni Paolo II con quello dei Papi precedenti, con un accenno polemico riguardo il tema della Ostpolitik portata avanti da Agostino Casaroli, prima come arcivescovo, viceministro e ministro degli Esteri vaticano, e poi come cardinale e Segretario di Stato. Si è trattato, in realtà, di due facce della stessa medaglia. Tanto che Giovanni Paolo II scelse proprio Casaroli come suo segretario di Stato, e tale rimarrà fino alla pensione.

Il lavoro della Chiesa di là della Cortina di Ferro è decisivo per creare le cause che portano al crollo del Muro di Berlino. Ci si trovava di fronte ad una serie di Paesi che avevano l’intento di estirpare completamente la religione.

Una panoramica della situazione aiuta a comprendere: in Ungheria, il governo comunista e la Chiesa cattolica arrivarono a un vero proprio scontro, il Cardinale Jozef Mindszenty, primate di Ungheria, rifiutò ogni contatto e fu costretto per anni a risiedere nell’ambasciata degli Stati Uniti di Budapest, le scuole e le isituzioni dellla Chiesa vennero distrutte.

Più difficile era la situazione in Repubblica Ceca, praticamente impermeabile alla Chiesa Cattolica.

In Polonia, l’approccio del Cardinale Stefan Wyszynski, primate del Paese, fu differente, anche perché la Chiesa cattolica in Polonia era più forte e aveva più impatto sulla popolazione, cosicché le autorità erano più prudenti nell’attaccare la Chiesa. Se in Ungheria Casaroli era arrivato ad un accordo segreto per la nomina dei vescovi, in Polonia si arrivò persino ad un accordo ufficiale tra Chiesa e Stato, sebbene lo stesso Cardinale Wyszynski subì degli arresti e sacerdoti vennero reclutati dal partito, i cosiddetti “preti patriottici” che in realtà fungevano da vere e proprie spie e che arrivarono ad essere circa un migliaio.

L’elezione di San Giovanni Paolo II cambiò le prospettive. Avvenne in un momento favorevole, tre anni dopo la Conferenza di Helsinki che aveva dato vita all’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa. Come era successo per la Conferenza di Pace dell’Aja del 1899, la Santa Sede fu invitata a partecipare ad Helsinki dall’Unione Sovietica. E partecipò, portando nel trattato il tema della difesa della libertà religiosa. Considerato marginale dal blocco oltre cortina, fu in realtà il modo in cui i Paesi del blocco sovietico cominciarono a sgretolarsi.

E così, Giovanni Paolo II poté portare avanti la linea della conciliazione portata avanti in Polonia e allo stesso tempo entrare a gamba tesa sulle questioni.

Il lavoro di Casaroli non fu sconfessato. Anzi, Casaroli divenne segretario di Stato, fece un importante viaggio in Unione Sovietica, portò avanti quella linea diplomatica prudente e allo stesso tempo necessaria. Perché, per la Santa Sede, la priorità è avere vescovi che possano consacrare sacerdoti.

Poi, c’erano le possibilità pratiche. Giovanni Paolo II era polacco, e il governo polacco non poteva rifiutargli di visitare la sua nazione di origine. Il primo viaggio in Polonia, quaranta anni fa, milioni di polacchi lo andarono ad ascoltare. Fu quello il più visibile segno di dissidenza al sistema. E le parole del Papa, centrate sulla dignità della persona umana, andarono a colpire proprio il cuore del sistema.

C’è anche da considerare il lavoro della Chiesa cattolica nella Germania dell’Est, sebbene questo sia stato oscurato dai movimenti pacifisti di marca protestante, la Chiesa fu attiva e viva. E lo sottolineò il Cardinale Joachim Meisner in occasione delle celebrazioni per il 25esimo della caduta del Muro.

Il Cardinale era stato arcivescovo di Berlino dal 1980 al 1988 e sottolineò che “è semplicemente falso, come molti critici sostengono, che la Chiesa era introversa. Era tutto l’opposto”.

In tutti quegli anni, continuava il Cardinale, “i cristiani hanno formato una protesta viva contro il sistema inumano in atto. Eppure, in molte pubblicazioni, dichiarazioni, discorsi e interviste apparse in occasione degli anniversari, il ruolo della Chiesa è stato valutato e coperto solo in maniera molto superficiale, anche da cattolici”.

Un segno di protesta molto preciso fu il fatto che “la diocesi di Berlino non cambiò mai i propri confini durante i 28 anni di Muro, e gli officiali della Chiesa hanno sempre rifiutato di partecipare alle cerimonie di Stato”.

Particolarmente importante è stato il ruolo del vescovo di Berlino Alfred Bengsch, che fu nominato alla guida della diocesi della capitale divisa nel 1961, tre giorni dopo la costruzione del Muro. Quello che divenne poi il Cardinale Bengsch era un berlinese, della zona di Schoenenberg, l’unico che abbia consacrato tutta la sua vita episcopale alla città di cui ha rappresentato sempre l’unità.

Il Cardinale Bengsch si teneva accuratamente fuori dalla politica. Eppure, la sua personalità tenne vivo un senso di unità nella diocesi, anche con feste come quella del Corpus Domini, molto seguita. Morto nel 1979, chiese ai fedeli nel suo testamento spirituale di coltivare la riconciliazione.

Senza contrapporsi al governo, i membri della diocesi utilizzavano delle possibilità per mantenere contatti. Così, la distensione tedesco-tedesca del 1971, che portò ad un accordo per facilitare i visitatori, permise a molti delle associazioni cattoliche di viaggiare da una parte all’altra del Muro, completando il quadro della diocesi, arrivando a visitare le chiese parrocchiali che erano divise dal muro, ma anche oltre, in tutto il territorio della diocesi dell’Est.

È stato questo il lavoro sui fianchi del sistema che portato alla caduta del Muro.

 

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