La Santa Sede e la Cortina di Ferro. Nascita e morte delle diplomazie di là del Muro

Dall’aperto Benedetto XV al pragmatico di Pio XI, passando per la Ostpolitik, fino a Giovanni Paolo II. Cosa ha fatto la diplomazia pontificia di là del Muro?

Papa Francesco durante un incontro con i rappresentanti pontifici
Foto: Vatican Media / ACI Group
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La diplomazia pontificia al di là della Cortina di Ferro non nasce dopo la Seconda Guerra Mondiale. È, piuttosto, il frutto di un lavoro costante che la Santa Sede ha cominciato a fare dopo la Prima Guerra Mondiale, con la formazione dei nuovi Stati scaturiti dal disfacimento degli Imperi.

Di fronte ai nuovi Stati – nazione, la Santa Sede attua un approccio pragmatico: si tratta di Stati nuovi, dunque vanno stabilite relazioni diplomatiche. Si amplia, così, il lavoro della diplomazia della Santa Sede, con nuove rappresentanze negli Stati che si troveranno poi tragicamente al di là della Cortina di Ferro.

Tra il 1917 e il 1921 si formano Finlandia, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia, Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Fallisce il tentativo di creare un’Ucraina indipendente. L’Ungheria perde gran parte del suo territorio storico, e la Bulgaria deve cedere alcune importanti regioni, a vantaggio di Romania e Grecia, che erano rimaste a fianco dell’intesa. L’Albania stabilizza i confini.

Benedetto XV decide di portare avanti una linea diplomatica che lo pone come arbitro e pacificatore tra le nazioni, guardando in maniera pragmatica alle forme degli Stati. È la linea di Leone XIII, che aveva stabilito l’indipendenza della Santa Sede da tutte le nazioni, e posto così fine all’alleanza tra trono e altare.

Benedetto XV lancia così una stagione concordataria con i nuovi Stati, mentre allo stesso tempo fonda Congregazione per la Chiesa Orientale e Pontificio Istituto Orientale, guardando con speranza alla situazione in Oriente.

Pio XI eredita questa diplomazia a due velocità, riceve una Relazione sui Vari Stati, e segue in qualche modo la linea diplomatica di Benedetto XV. Con qualche differenza, che si nota nell’enciclica Ubi Arcano del 1922. Resta la critica all’immoderato nazionalismo, si aggiunge la sfiducia sui sistemi democratici e alla loro fragilità. Una critica alla democrazia che si nota anche nell’approccio con i regimi totalitari: Pio XI considera sempre i partiti una forma debole per negoziare.

Era una linea pragmatica, che guardava oltre i confini europei, moltiplicava le nunziature non europee, e che condannava nazismo e comunismo, ma allo stesso tempo cercava un modus vivendi con i regimi, che più tardi il Cardinale Agostino Casaroli definì magistralmente modus non moriendi, un modo di non morire.

Questa linea viene però stravolta dall’offensiva antireligiosa comunista. Pio XI pubblica l’enciclica Divini Redemptoris nel 1937, ed è lì che si trova in nuce la politica di Pio XII per i Paesi oltre-Cortina. Dalle speranze alla disillusione: fu questo il percorso che fecero le rappresentanze pontificie.

Come si sviluppò la linea concordataria? Nel 1918, la Santa Sede riconosce la Finlandia, mentre nella primavera di quell’anno monsignor Achille Ratti viene nominato visitatore apostolico in Polonia e in Lituania, e poi visitatore per tutti i territori che erano stati soggetti all’Impero Russo, dalla Finlandia al Mar Nero alla Siberia. Si trovò, in Polonia, ad affrontare una nazione in guerra, che identificava il cattolicesimo con la nazione e che aveva mire espansionistiche. Il rapporto con l’episcopato polacco fu difficile, perché i vescovi cercavano di affermare il loro ruolo. E fu questo un tema che si ripeté durante la Guerra Fredda, quando i vescovi polacchi volevano mantenere il “pallino” delle trattative con il governo e rendevano a volte vita difficile a monsignor Casaroli, impegnato in una difficile mediazione. Il Concordato con la Polonia si concluse nel 1925, con il nunzio Lauri.

La Santa Sede quindi affrontò il tema delle relazioni del Regno di Serbi, Croati e Sloveni, stato a maggioranza ortodossa. La Santa Sede lo riconobbe alla fine del 1919, ed eresse una nunziatura a Belgrado nel 1920.

Anche lì, il principale compito era di stabilire un concordato, in una nazione eterogenea in cui – scrisse il nunzio Pellegrinetti –“Bisanzio e Roma si toccano ancora, ma non si confondono”. Dopo varie interruzioni nelle trattative, si arrivò alla firma di un Concordato nel 1935. Il testo era equilibrato. Lo Stato jugoslavo aveva una parola sulle nomine episcopali, la Santa Sede guadagnava in libertà di ordini religiosi e di associazioni cattoliche. Il testo fu presentato al Senato solo due anni dopo, e per varie vicissitudini, tra cui la strenua opposizione ortodossa, non fu mai ratificato.

La Cecoslovacchia si connotò subito come uno Stato laico profondamente anti-cattolico. Anche questo, un tema che si ripete dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nato dall’unione di Slovacchia, Boemia, Moravia, Rutenia subcarpatica e parte della Slesia, la Cecoslovacchia viveva di forti tensioni etniche. La Santa Sede stabilì relazioni diplomatiche già nel 1919, con l’invio di Clemente Micara a rappresentare la Santa Sede di fronte a un governo che voleva che vescovi cecoslovacchi sostituissero i vescovi ungheresi e che le diocesi venissero ridisegnate secondo i nuovi confini nazionali, nonché che l’operato del reverendo Hlinka fosse sconfessato. Ne venne fuori una relazione di alti e bassi, con tre crisi, ma che portò comunque alla firma, nel 1927, di un modus vivendi, che confermò il diritto della Santa Sede alla nomina dei vescovi fatte salve le obiezioni politiche da parte del governo. I beni ecclesiastici furono restituiti.

La Romania si trovò un territorio ingrandito di una volta e mezzo. La Santa Sede eresse una nunziatura apostolica già nella seconda metà del 1920, con l’obiettivo primario di ricostituire una identità cattolica, prima che di occuparsi della diplomazia. Nel 1927, la Santa Sede arrivò ad un concordato che fu ratificato nel 1929, nonostante l’opposizione ortodossa. C’era sempre una clausola politica dei vescovi come fattore di impedimento, ma i vescovi dovevano ricevere il nulla osta governativo solo se stranieri.

Il Primo Dopoguerra in Ungheria portò prima la rivoluzione comunista di Bela Kun e poi la restaurazione monarchica senza monarca dell’ammiraglio Horthy, che cercò l’appoggio della Chiesa cattolica. Così, l’Ungheria restituì alla Chiesa beni ecclesiastici, scuole confessionali, sussidi statali, posizioni privilegiate per il clero, proprietà terriere. La Santa Sede vi nomina il primo nunzio nel 1920.

Tra il 1917 e il 1920, il tre Paesi Baltici raggiunsero completa indipendenza. La Lituania era in prevalenza cattolica, la Lettonia aveva un quarto dei cattolici, in Estonia c’era una minoranza dei cattolici. Monsignor Ratti fu nominato visitatore apostolico per Polonia e Lituania, che fu riconosciuta dalla Santa Sede tardivamente per via della guerra russo-polacca e le diverse occupazioni di Vilnius. Estonia e Lettonia erano state riconosciute già nel 1921.

Simili i problemi: in Lituania ci si scontrava con il nazionalismo e per questo un concordato fu firmato solo nel 1927, ma i contrasti con la Santa Sede continuarono anche a causa della volontà di introdurre una legge sul divorzio nel 1937 e della crisi polacco lituana del 1938. In Lettonia invece la situazione era più tranquilla, tanto che un concordato fu firmato già nel maggio 1922, mentre l’Estonia ebbe presto un suo rappresentante, e nel 1933 ci fu un amministratore apostolico per l’Estonia, Eduard Profittlich, che fu poi martire.

Ma tutte queste rappresentanze sono destinate ad avere vita breve. A partire dal 1938, prima con gli accordi di Monaco, e poi con la Seconda Guerra Mondiale iniziata con l’invasione della Polonia da parte della Germania, la Santa Sede dovette comprendere come comportarsi. Pio XII decise di essere imparziale, ma la diplomazia vaticana fu complicata dal fatto che l’Unione Sovietica era entrata in guerra a fianco degli alleati occidentali.

Quando la nazione cecoslovacca viene smembrata, il nunzio a Praga, monsignor Saverio Ritter, si trasferisce a Bratislava, capitale della Repubblica Slovacca indipendente, riconosciuta dalla Santa Sede, con cui viene stipulato un concordato nel 1943 e poi ridiscusso dopo la Guerra. L’invasione nazista della Polonia nel 1939 porta il nunzio Cortesi ad abbandonare la sede, mentre la Santa Sede riconosce un incaricato d’affari presso il governo polacco in esilio per tutta la durata della guerra ed oltre. Durante la guerra, i nunzi a Bucarest e Budapest riescono a rimanere al loro posto e ad aiutare popolazione ed ebrei perseguitati.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in tutti questi Paesi la Chiesa viene pesantemente perseguitata, soprattutto a partire del 1948, l’anno in cui i Paesi oltre-Cortina si stabilizzano. E la Santa Sede trovò alleati solo nel mondo occidentale, tanto che vengono nominati due statunitensi come nunzi in Paesi dell’Est: Joseph Hurley come reggente della nunziatura di Belgrado e Patrick O’Hara, reggente della nunziatura di Romania.

La situazione era difficilissima. In Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Ungheria ebbero luogo processi spettacolo contro i vescovi, mentre nel 1949 il Vaticano emana il decreto che vieta ai cattolici di collaborare con partiti e organizzazioni comunisti pena la scomunica.

Di certo, il nuovo vento porta molto rapidamente alla fine delle rappresentanze pontificie nell’Europa cento-orientale. Ci vorrà Casaroli, con i suoi viaggi oltre-Cortina e il suo lavoro di tessitura, a far riaprire alcuni dei rapporti. E bisognò attendere trenta anni e un Papa polacco perché una rappresentanza pontificia venisse aperta nei Paesi un tempo oltre-Cortina.

 

(2 – continua)

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