La Santa Sede: "Perché si ha paura del cristianesimo?"

Una sessione dell'OSCE
Foto: OSCE
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Da Ginevra a Vienna, la Santa Sede fa sentire la sua voce sul tema delle armi, dei trattati internazionali del commercio che impediscono l’accessibilità dei farmaci, ma soprattutto tiene il discorso di apertura alla conferenza dell’OSCE sulla lotta all’intolleranza nei confronti dei cristiani. Un incontro di alto livello, quest’ultimo, che si è tenuto a Vienna, nella sede OSCE, il 14 dicembre. Il discorso è stato pronunciato da monsignor Antoine Camilleri, vice ministro degli Esteri vaticano, e rappresenta un punto fermo del modo in cui la Santa Sede vuole sia trattata la libertà religiosa. Una posizione portata avanti non solo per interesse personale – dice monsignor Camilleri – ma anche per tutte le altre minoranze, partendo dal presupposto che la libertà religiosa è la cartina di tornasole da cui si comprende come gli altri diritti fondamentali vengano rispettati.

Certo – nota Cammilleri – sembra strano dover parlare di libertà religiosa all’interno della regione OSCE, ma, al di là delle “persecuzioni barbariche dei cristiani che hanno luogo in altre parti del mondo” (come “le atrocità commesse contro i cristiani in Siria e Iraq), c’è da riconoscere che anche nell’area OSCE c’è “indiscriminazione e intolleranza” che colpiscono “molti cristiani e molte comunità cristiane”, sebbene in generale si dice che questa discriminazione o intolleranza “non ha luogo”.

Eppure c’è un “sentimento anti cristiano”, una “nuova forma di intolleranza e discriminazione contro i cristiani”, che si basa sul mettere la libertà religiosa in contrasto con la nozione generale di tolleranza e non discriminazione. Temi, questi ultimi, che “non dovrebbero essere usati o interpretati in modo da restringere la libertà religiosa o di credo”. Anzi, le leggi anti discriminazione che non solo negano la libertà religiosa, ma che spesso ”ignorano i diritti dei cristiani di comportarsi in accordo con il loro credo e interesse” sono in contrasto con i principi dell’OSCE, che tra l’altro includono, proprio grazie alla Sant Sede, il diritto alla libertà religiosa.

Monsignor Camilleri nota che è sempre più sotto minaccia la possibilità di “agire e parlare pubblicamente come cristiani impegnati”, secondo quella che Papa Francesco ha chiamato “una persecuzione gentile” dei cristiani, perché “nella correttezza politica” la fede cristiana e i principi morali “sono considerati ostili e offensivi”.

C’è paura del cristianesimo – nota il viceministro degli Esteri vaticano – che tradisce l’approccio riduzionista. Ovvero, che l’unica libertà concessa è quella di culto, non quella religiosa.

Ma la Santa Sede è convinta che “le comunità religiose” e gli individui con fede invece di metterlo in discussione, stimolino il rispetto per le libertà fondamentali e i diritti umani. Una nuova consapevolezza religiosa per la pace: è questo l’appello finale.

E quanto sia importante che la Santa Sede parli nella pubblica piazza si vede in due interventi tenuti in questa ultima settimana dall’Osservatore Permanente della Santa Sede a Ginevra. Entrambi gli interventi sono un appello alle coscienze, per rivedere i trattati, sia in tema di armi che in tema di cure. E se è il tema delle armi a fare più rumore, anche l’appello alle case farmaceutiche perché aprano l’accesso alle medicine per la cura dell’AIDS ha un suo peso specifico.

Prima di tutto, la questione delle armi convenzionali. A suo tempo, la Santa Sede si era fatta promotrice anche di una interpretazione del TTIP, i trattati su brevetti e commercio, che impedisca il brevetto alle nuove armi perché dannose per l’umanità. A Ginevra, dove si tiene fino al 16 dicembre la Conferenza sulla proibizione o la limitazione dell’uso di alcune armi convenzionali che possono essere considerate dannose o aventi effetti indiscriminati (CCW) chiede una decisione forte di revisione del trattato, anche perché sono sempre i civili a pagare il prezzo più alto delle guerre, mentre a trarne profitto sono le industrie belliche.

"Nel 2015 – ha ricordato l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore della Santa Sede a Ginevra - ogni minuto nel mondo 24 persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case a causa di guerre e violenze. Ancora più tragico è il fatto che la coscienza pubblica sembra essere diventata meno sensibile a queste vittime”.

Sono tre i punti da affrontare per l’Osservatore: l’uso di armi incendiarie nei conflitti i cui effetti sono particolarmente distruttivi  per le popolazioni civili, e che richiedono una revisione della Convenzione che è vecchia di trent’anni; quindi, la questione dell’impiego di ordigni esplosivi in aree abitate, perché nel 2015 queste armi  sono arrivate ad uccidere o ferire fino al 92% della popolazione civile in aree densamente abitate e questi “danni collaterali” – sottolinea l’Osservatore – “dovrebbero suscitare seri interrogativi etici e giuridici”; infine, la questione delle Laws, ovvero le armi letali autonome, che hanno contribuito a rendere ancora più “disumanizzante” la guerra, per le quali l’unica opzione è “la completa proibizione”.

Tema AIDS. La Santa Sede interviene al board di risposta all’AIDS che si è rinunito lo scorso 7 dicembre, e ha cominciato il suo intervento proprio parlando della questione della proprietà intellettuale, che è uno dei temi che mettono in discussione la disponibilità e l’accessibilità ai trattamenti per curare l’HIV e altri tipi di infezione in nazioni a medio e basso reddito. Il report UNAIDS in discussione ha fatto una panoramica sulla questione, ripresa dalla Santa Sede. Anche perché già in quest’anno il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha tenuto una conferenza con Caritas Internationalis, UNAIDS e i leader di case farmaceutiche e industrie di macchinari diagnostici per affrontare il problema dell’accessibiità, anche economica, alle cure.

“La mia delegazione – afferma l’arcivescovo Jurkovic – crede che una responsabilità fondamentale della comunità internazionale è quella di assicurarsi che tutti abbiano la possibilità sostenibile e a prezzi accessibili di ottenere medicine salva vita”. Sebbene l’accesso alle medicine – denuncia l’osservatore – sia stato considerato un diritto fondamentale “sia nella legge internazionale che nei trattati”, si tratta comunque di “una questione di salute pubblica importantissima”, considerando l’impatto del brevetti sul prezzo dei farmaci”. “Ci sono oggi 25 milioni di persone nel mondo che affrontano ostacoli considerevoli quando cercano di godere in maniera piena di questo diritto”, denuncia la Santa Sede.

E si arriva a guardare ai trattati plurilaterali, che hanno la tendenza di allargare i trattati regionali, dando così molti più diritti agli investitori stranieri, e limitando per questo “lo spazio politico delle nazioni per promuovere uno sviluppo sostenibile e inclusive”.

L’accesso a cure sostenibili – afferma l’arcivescovo Jurkovic – non “rappresenta più una sfida solo per le nazioni meno sviluppato o in via di sviluppo, ma è un problema urgente per le nazioni sviluppate”.

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