La Spina di Borgo, il plastico per vedere l'effetto dopo "aver cavato la Spina"

Un vero capolavoro in gesso per mostrare progetti ed effetti del grande intervento urbanistico

Foto del Plastico quando era esposto a Castel Sant'Angelo
Foto: Museo di Roma
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Ormai è deciso: la Spina di Borgo, quella parte di case che ostacola la vista della cupola della basilica di San Pietro da lontano, deve essere abbattuta. Ma non è certo un progetto da poco. E poi cosa si farà al suo posto? Oltre ai progetti di Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli, ci vuole qualcosa di visivo, un plastico che faccia comprendere il progetto che non è solo di abbattere ma anche di ricostruire. Palazzi, e soluzioni monumentali che poi solo in parte si realizzeranno.

Il Plastico è in gesso, un vero capolavoro che per anni è stato dimenticato.

Il progetto fu presentato a Mussolini il 20 giugno del 1936 e otto giorni dopo fu approvato da Pio XI che a lungo aveva studiato proprio il plastico.

Il 30 giugno il giudizio sul progetto passò al vaglio del popolo attraverso degli articoli di giornale, e ancora per quasi un anno si discusse su cosa fare dello spazio che avrebbe lasciato vuoto la Spina.

Due le proposte principali. Una “semplice” demolizione con una regolarizzazione dello sbocco alla Piazza non piacque perché vedeva la demolizione del Palazzo dei Penitenzieri. Lo spazio vuoto poi non avrebbe offerto una visione “prospettica” e “imperiale”. 

Si pensò invece alla regolarizzazione del tracciato, alla creazione di una vera e propria strada, insomma la vecchia idea barocca dello “stradone”.  Ma anche in questo caso le idee erano almeno due. Ricreare piazza Scossacavalli con due nuovi edifici, o un solo grande edificio a Piazza Rusticucci. Fortunatamente nessuna delle due idee fu presa in considerazione, altrimenti, potremmo dire oggi, che senso aveva abbattere la Spina? 

 

Altra idea proposta era quella di una strada ad imbuto al cui sbocco ci sarebbe stato un portico. Ancora una volta un ritorno al ‘600.

Ma come valutare l’effetto? Ecco il plastico dopo prove sul posto e vari modelli. Uno era per l’incrocio tra le nuova via e il collegamento con il ponte che portava a Corso Vittorio. Nicchioni e fontane dovevano dare un aspetto solenne al crocevia. Si doveva mantenere anche la fontana di Piazza Scossacavalli. 

Ma a questo serviva il plastico, a vedere l’effetto. E del resto alcune cose di capirono solo dopo la demolizione. 

Il plastico era utile e soprattutto era bello. Per questo le pubblicazioni specializzate se lo contendevano. Le foto fanno vedere che l’opera era costituita da tre sezioni componibili: Castel Sant’Angelo, la zona della Spina e Piazza San Pietro con la basilica. E la parte centrale aveva tutte le possibili varianti del progetto. Un plastico modulare decisamente innovativo per gli anni ’30.

Molte foto dell’epoca ma poi sembrava che finito il suo scopo fosse andato disperso. 

Nel 1971 Carlo Pietrangeli, che poi sarà direttore dei Musei Vaticani, lo cita in una guida del Museo di Roma. Nei depositi si trovano dei singoli modellini degli edifici distrutti, e poi palazzi somiglianti ai progetti dei nuovi palazzi di Via della Conciliazione, e altri edifici, insomma il materiale del plastico.

La storia del plastico era iniziata nel 1935 con l’incarico ai due architetti e il relativo compenso da parte dell’amministrazione capitolina. Tutto il materiale prodotto per il plastico sarebbe diventato di proprietà del Governatorato. 

Il plastico venne messo in mostra anche insieme a quelli degli altri interventi urbanistici di Mussolini nel 1937. Marcello Piacenti il plastico lo “vendette” varie volte. Nel 1940 lo offerse al Governatore Gina Giacomo Borghese per 20 mila lire, e propose anche un diorama di via della Conciliazione.

Le vicissitudini del plastico proseguirono ma nel 1944 secondo le relazioni della Triennale di Milano, era stato risistemato dalla ditta Bucci che lo aveva costruito. 

Ma bisogna attendere altri 20 anni e arrivare al 1964 per rivedere il plastico nel suo splendore. L’occasione è la mostra “ Uno sguardo su Roma” che gira per il mondo per almeno 10 anni. Poi più nulla su trovano solo alcuni pezzi sparsi. La parte principale quella di Via della Conciliazione sopravvive con alcuni edifici prima delle demolizioni. E questa parte è stata esposta alla mostra romana sulla Spina del 2016. 

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