L'anno di Giovanni Paolo II,la politica concordataria e la revisione dei Patti Lateranensi

Solo con Pio XI ci fu un pontificato altrettanto attento alla politica pattizzia

La firma della Revisione del Concordato con l' Italia nel 1984
Foto: pd
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“Desidero ricordare, quale avvenimento di storica portata, la firma dell’accordo di revisione del Concordato lateranense che ha avuto luogo ieri.

È un accordo che Paolo VI aveva previsto e favorito, come segno di rinnovata concordia tra la Chiesa e lo Stato in Italia, e che io considero di significativo rilievo come base giuridica di pacifici rapporti bilaterali e come ispirazione ideale per il contributo generoso e creativo che la comunità ecclesiale è chiamata a dare al bene morale e al progresso civile della nazione”.

Era il 19 febbraio del 1984 e Giovanni Paolo II aveva portato a termine uno dei compiti più significativi del post concilio riguardo ai rapporti Stato-Chiesa.

L’11 febbraio del 1929 il Vaticano e l’ Italia avevano firmato i Patti che chiudevano la Questione romana  e aprivano la porta alla storia moderna della Sede Apostolica.

Ma da quel 1929 molte cose erano cambiate in Italia e nel mondo. Per questo i Patti andavano aggiornati.

Inoltre erano nate le Conferenze episcopali e quella italiana aveva un ruolo importantissimo nelle vita pubblica della nazione e che diventa interlocutore per lo stato.

“La Conferenza Episcopale Italiana, - disse Giovanni Paolo II quel 19 febbraio-che nell’accordo ora stipulato assume un ruolo di riconosciuta interlocutrice, nel suo campo, con le autorità e le istituzioni civiche, ha espresso, in un nobile messaggio della presidenza, auspici e speranze che faccio miei con tutto il cuore.

La Vergine Santissima, venerata in santuari sparsi per tutta le penisola e invocata in ogni città e villaggio con gli appellativi più belli, tra cui quello di “Castellana d’Italia”, benedica il popolo italiano e il suo cammino civile e spirituale nella concordia, nella libertà, nella giustizia”.

La revisione del Concordato ebbe grande risonanza nei discorsi del Papa per anni. Anche perché fo solo il momento iniziale di una politica concordataria della Santa Sede di cui Giovanni Paolo II fu profeta e missionario.

Nel 2004, ad un anno dalla morte, il Papa ricordando i 75 anni del concordato chiariva che “i "Patti Lateranensi" hanno segnato una svolta positiva, di portata storica, nei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia, aprendo la strada ad una proficua collaborazione a servizio e beneficio di tutta la popolazione”.

Quello stesso anno ricevendo le credenziali del nuovo ambasciatore italiano presso la Santa Sede il Papa ricordava che “la Chiesa non chiede privilegi, né intende sconfinare dall’ambito  spirituale proprio della sua missione. Le intese, che scaturiscono da questo dialogo rispettoso, non hanno altro fine che di permetterle di svolgere in piena libertà il suo compito universale e di favorire il bene spirituale del popolo italiano. La presenza della Chiesa in Italia ridonda in effetti a vantaggio dell’intera società”.

Riprendendo un concetto già espresso nel 1985 al Presidente Cossiga: “L’unica preoccupazione della Chiesa è di tutelare la possibilità di riferirsi, in piena autonomia da ogni istanza terrena, a Cristo e all’uomo: sono questi, infatti, i due “poli” tra i quali si muove tutta la sua azione nel mondo e nella storia”.

Proteggere la libertà e favorire il bene. E’ un po’ questa la chiave della prospettiva concordataria del Papa Polacco. Amante della patria, custode della dignità dell’uomo, Wojtyła inizia a mettere in cantiere una grande serie di patti, accordi e concordati che vanno dai paesi con una tradizione concordataria continua , a quelli dove il comunismo aveva interrotto i rapporti, a quelli con una cultura e tradizione non cristiana, o ai Paesi senza tradizione concordataria.

La revisione del Concordato del 1984 divenne modello di altri concordati come già erano stati i Patti nel 1929.

Giovanni Paolo II aveva saputo evitare due pericoli portando il Concilio nei rapporti Stato- Chiesa. Da una parte quella di una “restuarazione” che vede nella Chiesa una societas perfecta  che affronta una societas perfecta che è lo Stato. E dall’altra l’ idea del Popolo di Dio che vivendo nel mondo opera come tale nella politica.

Il concordato in senso moderno tra gli Stati e la Chiesa non può più prescindere per Giovanni Paolo II dalla nuova idea di nazionalità che si colloca “in un nuovo orizzonte mondiale, caratterizzato da una forte “mobilità”, che rende gli stessi confini etnico-culturali dei vari popoli sempre meno marcati, sotto la spinta di molteplici dinamismi come le migrazioni, i mass media, e la mondializzazione dell'economia. Eppure, proprio in questo orizzonte di universalità vediamo riemergere con forza l'istanza dei particolarismi etnico-culturali, quasi come un bisogno prorompente di identità e di sopravvivenza, una sorta di contrappeso alle tendenze omologanti. È un dato che non va sottovalutato, quasi fosse semplice residuo del passato; esso chiede piuttosto di essere decifrato, per una riflessione approfondita sul piano antropologico ed etico-giuridico” come disse alle Nazioni Unite il 5 ottobre 1995.

Lo strumento del concordato per Giovanni Paolo II diventa così strumento di tutela delle minoranze cattoliche all’interno di una società non più cattolica o cristiana e strumento di più profonda democraticità degli ordinamenti giuridici nei moderni stati sempre più pluralisti.

E’ ovvio per il Papa che “ogni regolamentazione giuridica, anche quella di origine convenzionale, non è fatta per arrestare l’incessante divenire della società umana, ma per guidarlo ed accompagnarlo nel fluire della storia verso obiettivi e mete di volta in volta definiti” come ricorda al nuovo ambasciatore italiano presso la Santa Sede il 10 marzo del 1994.

 

 

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