L’arcivescovo Gadecki, "la Chiesa alle prese con le sfide della postmodernità"

L'arcivescovo Gadecki durante la Messa conclusiva dell'assise CCEE a Poznan, 16 settembre 2018
Foto: Episkopat News
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La prima cattedrale di Polonia è a Poznan, dove l’arcidiocesi ha festeggiato quest’anno i 1050 anni. L’arcivescovo è Stanislaw Gadecki, presidente della Conferenza Episcopale Polacca. E, per l’occasione, anche il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee è stato a Poznan, dal 13 al 16 settembre, per la sua assemblea annuale. Al termine della quale l’arcivescovo Gadecki guarda alle sfide future, prima fra tutte, la postmodernità.

Cosa significa essere la diocesi più antica della Polonia?

È una grande responsabilità. Da una parte, c’è il rischio che viviamo una esperienza di vecchiaia, di stanchezza. Dall’altra, portiamo con noi una esperienza di vita della Chiesa che dobbiamo far fruttare. Dobbiamo testimoniare la nostra storia, che ha radici profonde. Qui c’è la prima cappella di Polonia, la prima cattedrale, gli avvenimenti che si uniscono con la storia della prima dinastia Polacca, i Piast. Nessuno può vivere fuori di questo contesto storico.

Come vive la Conferenza Episcopale Polacca questa responsabilità?

Noi pensiamo che tutti i Paesi debbano avere reverenza verso la loro storia, ma questa riverenza non significa che ci si debba dimenticare di occuparsi del futuro. Se così fosse, ci si troverebbe nella staticità. Invece sapere chi siamo ci aiuta ad affrontare il futuro in modo più sicuro, con la possibilità di conservare i valori già sperimentati che si sono mostrati positivi.

E cosa vede nel futuro per la Chiesa?

Il futuro sarà quello che vuole Dio, che ha il suo piano per tutta l’umanità. Niente può andare al di fuori della parola di Dio. Però noi dobbiamo essere adeguati a quella volontà, e per questo dobbiamo avere le orecchie aperte, essere fedeli a quello che abbiamo promesso durante il nostro Battesimo e conservare la fede. Senza fede, l’uomo si sbriciola e va in un nulla, entra nel processo secolare dell’estremo individualismo. Seguendo questo processo, l’uomo diventa solo, solitario nella società. Un esempio visibile di quella solitudine è l’uomo che sta di fronte a un computer.

Quindi, quale sarà la sfida più grande?

Sicuramente la sfida della post-modernità. Si tratta di una ideologia che ha invertito tutto il senso della cultura, e così l’uomo non ha più sicurezze: tutto scorre, tutto è senza un appoggio fisso. Abbiamo messo le nostre fondamenta sulla sabbia e non sulla roccia. È questo il problema della nostra nuova ideologica, che ha adoperato tutti gli strumenti per sviare l’uomo del suo vero scopo. Per questo, l’uomo steso resta abbandonato, non c’è nessun Dio, non c’è sicurezza, non ci sono punti di riferimento nella società. Gli unici punti di riferimento dell’uomo sono in sé stesso e in ciò che gli sta vicino.

Cosa comporta questo?

Se perdiamo la presenza dell’uomo in società, subentra subito la legge positiva della concordia della maggioranza. Ci sono accordi fluidi, che oggi sono per la vita, domani contro, una volta a favore della natura, un’altra contro la natura, e persino transnaturale. Tutto, però, in sintesi resta sospeso.

Ritornare alla centralità dell’uomo è anche l’obiettivo dello sviluppo umano integrale. C’è un dicastero vaticano dedicato alla sua promozione e durante i vostri incontri a Poznan padre Bruno Maria Duffé, segretario del dicastero, vi ha spiegato un po’ le sue caratteristiche. Quali sono le sue impressioni in merito?

Comprendo il fatto che si sia dovuto cercare di mettere insieme tutte le istituzioni n un solo corpo, perché si parte dal presupposto che, se si deve risparmiare, si può prima di tutto risparmiare a partire dall’amministrazione. Può bastare un solo ufficio per tutti gli organismi, invece di pagare quattro organismi. In questo senso, è un percorso che stiamo seguendo anche noi in arcidiocesi, per esempio unificando i mass media come ha fatto il Vaticano. Ma poi c’è il problema teoretico, e lì mi sembra che tutto sia appeso al campo delle idee, mentre manca una applicazione pratica, e non si sa in quale tempo si raggiungerà la capacità pratica che avevano raggiunto i quattro dicasteri quando questi erano divisi. Suppongo che prima vengoao le discussioni sull’idea generale, quindi sui mezzi sui modi di funzionare, e poi dopo forse ci sarà l’utilità. Si possono, in fondo, costruire catelli di ghiaccio, ma tutto si scioglie.

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