Le Chiese cristiane insieme per la libertà vera

Il Cardinal Petr Erdo, presidente della CCEE, e gli altri partecipanti alla Conferenza stampa conclusiva del Comitato Congiunto di CCEE - KEK
Foto: Daniel Ibañez / ACI Group
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La parola chiave è libertà. Una libertà per denunciare violenza e oppressione, per salvare i migranti del Mediterraneo, che vada altre i pregiudizi. Ma anche la libertà che definisce la Creazione come un dono sacro, in vista degli incontri di Parigi per il cambiamento climatico a dicembre. C’è tutto questo nel messaggio congiunto del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e della Conferenza delle Chiese Europee. Due organismi che vanno molto al di là dell’Europa comunitaria, e abbracciano un arco di nazioni che va “dal Pacifico all’Atlantico,” sottolinea il Cardinal Petr Erdo, presidente del Consiglio. Due organismi che insieme racchiudono tutte le confessioni cristiane del continente, che si sono messe insieme “Per una Europa di Libertà.”

È questo infatti il messaggio del Comitato congiunto di CCEE e KEK, che si è riunito a Roma dal 6 all’8 maggio. L’occasione è il 70esimo anniversario dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che cade proprio l’8 maggio. Il tema dell’incontro  era “Freedom and Liberties,” ovvero “La Libertà e le Libertà, ed è proprio da qui che parte la riflessione comune delle varie Chiese sorelle del continente. Perché – si legge nel messaggio congiunto – “in un’Europa pluralista siamo convinti che ci sia bisogno di una visione cristiana della libertà umana. Riteniamo che tale libertà sia parte di noi, perché Dio ci ha creati liberi.” Sottolineano i rappresentanti delle Chiese cristiane che “non c’è una libertà al di fuori di una libertà con e per gli altri,” e che purtroppo “la libertà che si basa sulla verità si trova non di rado in conflitto” con quelle propagate dalla società, “interpretazioni della libertà intesa come soddisfazione individualista e consumo senza significato.”

Ecco, allora, che i cristiani europei fanno un appello all’Europa. “Chiediamo - si legge nel messaggio - una libertà che denuncia l’oppressione e la violenza contro le donne perpetrata in nome di qualsiasi religione. Chiediamo una libertà che salvi i migranti nel Mediterraneo, operi per porre fine alle cause della migrazione disperata e permetta a tutti di vivere in pace nei propri paesi di origine. Chiediamo una libertà che esprime parole di solidarietà contro i pregiudizi sui Roma. Chiediamo una libertà che s’impegna a porre fine alla schiavitù e al traffico degli esseri umani dei tempi moderni in tutto il mondo i conformità con la richiesta dei leader religiosi del 2 dicembre sull’abolizione della schiavitù”.

Le Chiese chiedono anche “una libertà che definisce la Creazione come dono sacro, specialmente adesso che le comunità religiose vogliono condividere la loro riflessione sulle questioni ambientali e provano ad accompagnare i colloqui di Parigi sul cambiamento climatico a dicembre”. Una riflessione, quella di Parigi, che sarà accompagnata anche dall’enciclica sull’ecologia di Papa Francesco, che dovrebbe essere pubblicata prossimamente.

Infine, le Chiese cristiane chiedono “una libertà che sceglie la speranza anziché la disperazione, e vive in solidarietà con i giovani nel loro sforzo di avviarsi al lavoro e di fondare una famiglia.”

Una speranza che le Chiese europee sostengono nel loro impegno quotidiano. Durante i loro lavori, hanno guardato anche ai difetti l’uno dell’altro, ai casi in cui la Chiesa Cattolica ha dovuto “correre ai ripari di fronte a situazioni dalle quali la sua immagine ne usciva deturpata,” ha detto l’arcivescovo di Scutari Angelo Massafra nella terza sessione dei lavori, parlando sul tema della “Voce pubblica delle Chiese all’interno di una società secolarizzata.”

La Chiesa – dice Massafra - non si fa sentire solo là dove sono i media, o attraverso i canali istituzionali. Le Chiese sono presenti in trincea, e “su questo terreno si gioca la partita più importante, quella di aiutare l’umanità a prendere consapevolezza della propria dignità, quella che gli deriva dall’essere in relazione con Dio da quale è stata creata e redenta.” Ogni comunità cristiana deve essere impegnata in questa missione, affrontando il problema dell’individualismo dei singoli, che “sembra essere uno dei sintomi più sconcertanti di una cultura che si allontana anche da un rapporto vivo con Dio.”

L’Arcivescovo Massafra sottolinea che “la voce della Chiesa può essere pubblica anzitutto al suo interno,” ma può avere anche voce all’interno delle istituzioni, “siano esse formate da credenti o da non credenti,” anzi “le Chiese, in quanto istituzioni, possono stare accanto ad altre istituzioni a pari titolo e con medesimo diritto di parola.”

Ma il campo della Chiesa “può essere illimitato, perché può essere presente in tutti gli ambiti dell’umano.” Eppure, dice il vicepresidente della CCEE – “gli interventi dei rappresentanti ecclesiali sono visti piuttosto come una intromissione e un’ingerenza delle Chiese in merito alle scelte che lo Stato laico si accinge a compiere.” Perché la Chiesa deve intervenire nel dibattito pubblico, attraverso i suoi membri impegnati nel dibattito, deve intervenire? Perché – afferma l’arcivescovo Massafra – “una voce profetica, come quella delle Chiese, è necessaria se non altro a mettere in guardia dal grande pericolo di una implosione che comporta” la tendenza all’autoreferenzialità.

La Chiesa – conclude l’arcivescovo Massafra – si deve impegnare nell’annuncio del Vangelo. Lo hanno capito, afferma, gli operatori di marketing, tanto che il padre fondatore del marketing, Kotler, “afferma che lo scopo delle marche intelligenti è condividere valori etici con i consumatori, lanciare un messaggio di pubblica utilità che va oltre la pura vendita del prodotto.” In fondo, nota l’arcivescovo, la Chiesa lo sapeva già, perché “prima di lui, Paolo aveva detto: ‘Noi non annunciamo noi stessi’”.

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