Storie dei Papi: Leone XII e la diplomazia dei doni a re e regine

Un dettaglio del Reliquiario di San Pietro conservato nella cattedrale di Parigi
Foto: Pascal Lemaître/ Dall'intransigenza alla moderazione Le relazioni internazionali di Leone XII
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I vaticanisti lo sanno. Ogni volta che il Papa riceve un capo di stato in Vaticano o quando si reca in visita in un paese c’è uno scambio di doni. Oggetti d’arte o oggetti con un significato preciso.

La tradizione dei doni è una delicata questione diplomatica, e ai tempi di Leone XII divenne una occasione di “cambio di stile”. Lo racconta Ilaria Fiumi Sermattei nel volume “Dall'intransigenza alla moderazione. Le relazioni internazionali di Leone XII”.

Papa della Genga impose la sobrietà anche nel ricambiare doni ai sovrani.

Leone cambia passo rispetto al passato Un po’ per problemi economici, molto per una scelta che in effetti era quella anche di altri pontefici. “Quella sobrietà che Leone XII aveva provato ad imporre alla corte romana, - scrive la Fiumi Sermattei- come ben dimostrano le vicende della carrozza di gran gala, commissionata in tempo di sede vacante, nel 1823, ma da lui mai usata, e dell’abbassamento degli stemmi pontifici, aveva trovato un certo seguito, rispondendo ad una esigenza di moralizzazione sentita diffusamente e con urgenza negli anni della Restaurazione pontificia”.

Secondo le abitudini del tempo Leone segue l’autentica, originaria tradizione papale e dona reliquie, corpi santi e reliquiari, corone del rosario, mosaici, soggetti sacri.

Ma ci sono anche doni più specifici come lo Stocco e il Berrettone a Luigi Antonio di Borbone-Francia duca d’Angoulême, vincitore della battaglia del Trocadero. Lo Stocco viene benedetto il 3 maggio 1825, festa dell’Invenzione della Croce, da Leone XII. Una spada con la lama forgiata dai fratelli Gaetano e Alessandro Mazzocchi e l’elsa cesellata da Giuseppe Spagna, e il Berrettone, o Pileo, copricapo di foggia antica, in velluto cremisi ricamato in oro con perle e foderato di ermellino. La tradizione vuole che siano destinati ad un principe cattolico che si sia distinto nella difesa della fede. L’hanno avuto  don Giovanni d’Austria per la battaglia di Lepanto, Giovanni III Sobieski per la liberazione di Vienna e il principe Eugenio di Savoia per la vittoria di Petervaradino.

Pio XII sceglie il duca d’Angoulême, il Delfino di Francia, vincitore della battaglia del Trocadero che il 31 agosto 1823 aveva segnato la sconfitta del governo liberale spagnolo e il ritorno della monarchia assoluta. Ma a Parigi, gli oggetti di foggia antiquata suscitano lo scherno, tanto da rischiare un incidente diplomatico.

Anche la formula di consegna non è adeguata al regime francese e così viene cambiata. Il  Nunzio fa il suo lavoro e trova una mediazione, ma il dono non ottiene lo scopo previsto.

Reliquie e reliquiari sono doni comuni ma anche significativi, come quelloi dei santi Pietro e Paolo donato all’arcivescovo di Parigi, Hyacinte-Louis de Quélen, nel 1825 e conservati nel Tesoro della cattedrale parigina. Una replica di quelli dispersi durante la Repubblica romana. Il richiamo a Pietro e Paolo- spiega Fiumi Sermattei- ha un valore in sé: richiama a non prescindere dall’autorità pontificia in un momento di vivaci prese di posizione gallicane da parte dell’episcopato francese.

Ai Savoia Leone XII dona una reliquiario di Paolo e altri a forma di piccole statue con reliquie di martiri vengono donati a Klemens von Metternich, Cancellerie austriaco e agli ambasciatori d’ Austria e Francia, al termine della loro missione. Gli esempi sono tanti, ma significativo è che i corpi santi svolgono una funzione missionaria, vogliono creare un legame con i paesi vicini. I martiri commuovono per la eroicità.

Tra i doni meno prevedibili dei fucili da caccia di cui il Papa era da giovane collezionista. Uno lo dona a Ferdinando I re delle Due Sicilie.

Ma nonostante la sobrietà il Papa ha un passione per le pietre dure e così alcune le sceglie come doni. I cammei soprattuto, e la passione per le pietre si evidenzia nella scelta di quelle per le corone del Rosario. Si va dal lapislazzulo, a onice, corniola, diaspro, agata sardonica.

I micromosaici e i mosaici sono un dono frequente, grazie alle molte scuole romane e del resto ancora oggi la Scuola del Mosaico in Vaticano offre al Papa molti oggetti che diventano doni.

Lo Scudo di Achille disegnato da Michael Koeck, e nel 1819 montato su un tavolo fu trattenuto dal cardinale Ercole Consalvi finché divenne un dono per il re di Francia, Carlo X in  segno di gratitudine da Leone XII per la difesa della Marina pontificia assicurata dal re francese contro la minaccia dei pirati algerini. Leone XII lo usa come  strumento di pacificazione, affidandone la consegna al principe Camillo Borghese: “così veniva raddolcita la legge di esiglio, che teneva lontana dalla Francia tutta la famiglia Bonaparte e quelle de’ suoi parenti, ed aprivasi una di quelle vie di clemenza, che al contrario i Governi rivoluzionari chiudono sempre” spiega il nunzio Macchi. 

Carlo X ricambia con tre vasi in porcellana di Sévres, un arazzo e un paliotto di Gobelins e gli oggetti diventano un’attrazione del Palazzo Vaticano che dal maggio del 1824 il pontefice ha eletto come propria residenza, abbandonando il Quirinale. Il vaso più bello arriva all’Appartamento di Matilde alla Biblioteca Vaticana, dove tuttora si trova.

Molti mosaici erano ovviamente di soggetto sacro come quello donato al re di Napoli, Francesco I, in visita a Roma con la moglie nel 1825 che incantato dal manufatto volle comprare altre opere del genere spendendo più di 10 mila scudi, una cifra spropositata per l’epoca. Molti si trovano ancora a Palazzo Reale a Napoli.

Insomma Leone regala oggetti di diverso genere, a volte li trova già fatti, in casa, altre volte li ordina, e in genere sono oggetti “devoti” , ma spesso con un significato che indica la “sovranità” del Papa.

Singolare il rapporto con l’ Austria, all’inizio del pontificato un po’ freddo e poi sempre più intenso anche grazie all’operato di Tommaso Bernetti alla Segreteria di Stato.

Dopo un iniziale scambio di doni non proprio esaltanti, come la cazzuola usata per la Porta Santa per l’imperatrice d’Austria, Carolina Augusta di Baviera, Leone XII, cerca di acquistare un cavallo della pregiata razza allevata nelle scuderie imperiali.

L’imperatore ne dona due al Papa per la tenuta della Cecchignola, dove si reca spesso essendo più vicina che Castel Gandolfo. I rapporti si scaldano.

Con Federico Guglielmo III di Prussia sono i mosaici il gancio diplomatico. Il tedesco li vuole acquistare, il Papa glieli regala, e gli fa conoscere il prezzo. Si crea un clima favorevole in un momento di difficile negoziazione tra la Santa Sede e la corte prussiana che verte sui  matrimoni misti.

E quando nel 1825, l’anno del giubileo indetto da Leone XII  la figlia naturale di Federico Guglielmo II di Prussia, sorellastra del sovrano regnante diventa cattolica con il marito, chiede di ricevere un dipinto raffigurante la Madonna per la chiesa parrocchiale che vuole dedicarle, Leone XII commissiona espressamente una Madonna con il Bambino a mezza figura al pittore Carlo Viganoni, al posto di una immagine del Pomarancio richiesta e invia anche una copia della Madonna di Foligno di Raffaello. Era stata sottratta allo Stato pontificio dai francesi e portata a Parigi, e poi riportata in Vaticano. Come i duchi di Anhalt rientrati nel seno della religione cattolica.

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