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Letture: da Newman a Tagore passando per la poesia spirituale

Un dettaglio della copertina del libro |  | Lindau Un dettaglio della copertina del libro | | Lindau
"Guidami Tu, o Luce gentile/in mezzo all'oscurita' che mi avvolge, sii Tu a condurmi (...)  Ero guidato dall'orgoglio; / non ricordare i miei anni passati/non ricordare gli anni passati".  
 
"Signore, accettami. /Accettami per questo breve tempo,/siano dimenticati i giorni che sono trascorsi senza di te. /Prolunga nel tuo  cuore questo piccolo momento tenendolo sotto la tua luce. / Sono stato pellegrino dietro a voci  che mi hanno trascinato pur senza portarmi ad alcun porto".
 
Il beato cardinale John Henry Newman, che sara' canonizzato entro quest'anno, tra le molte cose, ha scritto una bellissima e famosa poesia,  che in fondo si può leggere come un inno, "Guidami Tu o Luce gentile".

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E i primi versi citati sopra appartengono a questa poesia.  
 
Gli altri versi, invece, sono tratti da una poesia di Rabindranath Tagore.  Sarà una semplice suggestione, ma ci sembra possibile leggervi delle assonanze, dei rimandi, delle immagini che ritornano e si rispecchiano le une nelle altre. Un filo di luce che riverbera da un verso all'altro, da un secolo all'altro.
 
La riflessione nasce vagando tra le pagine di un libro di Tagore, appena pubblicato. Si seguono le orme di un  viaggio fisico, e interiore. Alzando lo sguardo, il poeta vede le eterne nevi dell'Himalaya,  un'orizzonte infinito, che riverbera nella solitudine e nel silenzio delle pianure sconfinate.  In questo mondo di luce le visioni lo vengono a cercare, ma il suo cuore è rimasto lontano, sulle rive del fiume senza fine, il Gange. E' arrivato qui Tagore, nel 1913, stanco, oppresso da pensieri di tristezza e di delusione. Ha appena ricevuto il premio Nobel per la letteratura, ha concluso un lungo giro di conferenze in Inghilterra e negli Stati Uniti, dunque dovrebbe essere gratificato e sereno, invece ci sono state polemiche, articoli di giornali pro e contro, feroci prese di posizione.  

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Il poeta non ne può più e decide di concedersi una vacanza, o meglio un periodo di solitudine e di purificazione, nel silenzio e nella vastità ai piedi dell'Himalaya. Un luogo che ama e che conosce d a molto tempo. Pensa di ritrovare la pace e l'equilibrio   della mente e dello spirito.
Ma anche qui lo  inseguono voci, suoni, di una vita pullulante, che si insinuano nelle sue meditazioni davanti alle nevi eterne, e si concretizza una nuova poesia, un filo di luce che lo porta sulla  strada dell'infinito.  
 
E sono le settantotto poesie della raccolta "Verso l'altra riva", che ora vengono riproposte in una nuova e pregevole edizione  dalla Lindau, a cura di Brunilde Neroni. Canti di gioia e di dolore, dinanzi alle meraviglie della vita, davanti al Mistero, canti di invocazione a Dio, parole che esprimono la speranza di incontrare al più presto il Vero Amore, il Re, l'ospite,  la Guida, Luce che discende "come nuvola estiva  (...) con la promessa della vita segreta e con la gioia del verde".
 
Con Tagore la poesia si eleva spesso come una preghiera e come un'invocazione.  E come uno sguardo dilatato, che parte dal cuore e si spinge fino agli occhi, abbraccia il mondo circostante, con tenerezza e felicità dipinge la bellezza della luce, del cielo attraversato dalle nuvole, dei campi, del mare, delle cime montuose.
 
Ricrea i suoni della natura, il fruscio del vento tra le foglie, lo sciabordio delle onde  contro le barche. E la bellezza dell'umanità,  anche se piagata, stremata, indifesa, tormentata.  Per questo la poesia di Tagore non appare mai datata, anche se effettivamente si tratta di un autore cult negli anni Settanta, la cui fama e diffusione si è offuscata nei decenni successivi, ma è tornata a brillare negli ultimi tempi. Perché i suoi versi sono senza tempo, lontani da qualsiasi intellettualismo, ma le cui radici affondano in una cultura e in una spiritualità antichissime, come quelle  espresse  nel Veda.
 
Da considerare, poi, che Tagore ammurava e amava il cristianesimo,  tanto da aver creato una sorta di fusione con il politico induista e generato un panteismo mistico che vedeva la manifestazione di Dio in ogni realtà naturale. Ovviamente gli anni Settanta non potevano non essere attratti da questa concezione, con la cultura hippie,  beat,  e via dicendo...Ma al di la' di questi innamoramenti generazionali e le mode del momento, la sua poesia esprime un sincero anelito alla bellezza della vita e alla ricerca dell'Assoluto. 
 

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I versi della raccolta ora ripubblicata iniziano con questa immagine. Tante volte il poeta ha ascoltato un canto bengalese che diceva: "Barcaiolo,  portami all'altra riva". Lo stesso che ha sentito cantare per le strade di Calcutta d ambulanti, carretti eri,  venditori, gente umile di ogni sorta. Sul Gange i traghettatori remavano e ripetevano come un mantra:"Portami dall'altra parte".  E' il desiderio umano di varcare la soglia, di "andare dall'altra parte", in un luogo di felicità perfetta, dove angosce, delusioni,, solitudini, fallimenti siano solo un lontano ricordo.
 
Ma "l'altra parte", scoprirà il, poeta, non è semplicemente un altrove mitico e idealizzato,  è la realizzazione del percorso interiore alla ricerca del senso della vita,  che solo la Luce del divino,  da cercare nella vita di tutti i giorni, riesce a illuminare. Allora tutto, il, sole del mattino, il verde dell'erba,  le chiome degli alberi, mil canto degli uomini che lavorano, il grido di gioia di bambini che corrono, tutto viene sfiorato e illuminato da quella Luce e si trasforma nell'"altra riva", dove la fragilità umana, i giorni di vergogna e di abbandono sono purificati e redenti.
 
"Guidami Tu, o Luce gentile", implorava Newman. "Prolunga nel tuo cuore questo piccolo momento, tenendolo sotto la tua luce", scriveva Tagore pensando alla sua vita come lampo davanti agli occhi dell'Eterno. Si tratta sempre di una sorta di suggestione letteraria, di una riflessione parallela, per cosi' dire, che unisce cuori, menti, spiritualità lontane, ma che la lettura di autentica poesia fa scaturire come rivo d'acqua limpida e dissetante,  nell'aridita' del chiacchiericcio contemporaneo.