Letture, Fra Alessandro Brusteghi una vocazione in musica e preghiera

Un francescano che fa della musica una forma di preghiera ma senza dimenticare di essere frate

La copertina del libro
Foto: Edizioni San Paolo
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Bellezza, armonia, preghiera: tutto questo è musica. Lo è, e lo è stata, per molti grandi protagonisti dell’arte e della creatività. Lo è anche per fra Alessandro Brusteghi. Francescano, appunto, e cantante, diventato ormai un personaggio di fama internazionale, i suoi dischi sono venduti in tutto il mondo – bisogna ricordare che è il primo francescano i cui dischi sono prodotti da una delle etichette più importanti al mondo, la Decca -  e i suoi concerti sono stati fermati solo dal Covid 19.

Ed è ora conosciuto come la “voce di Assisi”. La sua è una storia esemplare, che consola e fa nascere speranza, doti più che mai preziose in un momento storico come quello che stiamo attraversando. Questa storia è raccontata dal suo protagonista nell’autobiografia dal titolo “La nostra voce”, edita dalla casa editrice San Paolo.

Fra Alessandro racconta, con entusiasmo e profonda riconoscenza, la sua vita attraversata e trasformata dall’incontro con Dio, arricchita da molti doni, primo fra tutti quello di una voce forte, particolare, duttile, capace di passare dalle grandi pagine di musica sacra, a note di jazz e alle canzoni popolari, legate soprattutto alla tradizione umbra.

“Ogni volta che devo cantare per qualcuno percepisco la presenza di quel mondo che ho conosciuto nel momento della mia conversione; è come se sopra di me si aprisse una porta: la musica è la chiave, e dal Cielo scende un’onda enorme di spirito che passa attraverso di me, si accompagna alla mia voce e raggiunge i cuori di chi ascolta. E quando vedo i loro volti solcati dalle lacrime delle croci e dai sorrisi  delle risurrezioni, io riconsegno tutto a Dio come un’offerta, come un dono arricchito dalle storie di chi è venuto ad ascoltare la nostra preghiera in musica”. Così racconta i sentimenti che prova quando canta davanti ai tanti che accorrono ad ascoltarlo, come lo racconta nel suo libro.

Fra Alessandro nasce a Perugia il 21 aprile 1978 e a soli ventuno anni entra nell’ordine dei Frati Minori. Sin da bambino è fortemente attratto dalla musica e dimostra un gran talento. Nel 2011 un impresario lo sente cantare in una chiesa di provincia e vuole subito puntare su di lui, vuole fargli fare un’audizione. E da allora ha continuato a intrecciare la sua vocazione e la sua passione, che alla fine diventano una cosa sola e riescono a coinvolgere un numero sempre maggiore di persone. La sua fama, il suo successo, come lui stesso spiega, gli fanno solo provare un “senso di umiliazione, perché ho costantemente davanti a me vizi, peccati, difficoltà, i limiti”. Racconta di come ha incontrato Dio, da adolescente, dopo un periodo di ricerca, anzi di buio, di senso del nulla, di insensatezza, quando al centro di tutto c’è sempre e solo il nostro io, dilatato a dismisura.  Ma anche dopo la scelta di una vita religiosa, i problemi non sono mancati: dopo tre anni di vita religiosa, Alessandro sente di dover fare un ulteriore passo in avanti, vorrebbe ritirarsi in una forma quasi eremitica, di lavorare il legno per mantenersi, nello stesso tempo pensa di poter lavorare anche con la musica, fare concerti… I superiori  cercano di fargli cambiare idea, che si tratta di una decisione sbagliata, ma lui va avanti. Lascia il convento per un breve periodo, durante il quale capisce che i superiori avevano ragione. Rientra in convento e riprende il suo cammino, umilmente riconosce il proprio errore. La definisce “una lezione dura”, ma salutare. Come non è stato facile anche far capire alla sua famiglia che la sua è una decisione meditata, non un colpo di testa. Insomma, un percorso non semplice e privo di ostacoli, anche se fra Alessandro sembra comunicare un senso di armonia e di serenità. Questo però nasce da un percorso non sempre lineare, il che costituisce un valore aggiunto, non un inciampo.  Un modello per tutti i giovani, e non solo, che trovano difficoltà ad affrontare un mondo dominato dalla logica del successo a tutti costi, dell’orrore del fallimento, dalla paura di “non piacere”, di non collezionare una sfilza di “i like”  nei propri profili social.

Questo frate che si illumina cantando racconta la propria vita come una bella avventura che continua, fa quasi toccare con mano la gioia che procura coltivare una passione autentica, come quella per la musica. Allora si capisce come  per lui amare Bach e nello stesso Michael Jackson non rappresenta una contraddizione, ma una sorta di  completamento naturale, che in musica non c’è solo un “alto” e un “basso”, ma un “bello” che parla con voci diverse, ma punta sempre in alto, verso il Cielo.

Alessandro Brusteghi, La nostra voce. Storia di un dono, Edizioni San Paolo, pp.192, euro 18

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