Letture, il "Diario di un eremita contemporaneo"

Un eremita non è mai solo, non è mai fermo. Il libro si intitola "Una solitudine ospitale. Diario di un eremita contemporaneo" è pubblicato dalle edizioni Terra Santa

Copertina libro
Foto: Edizioni Terra Santa
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

In un angolo nascosto e ricco di una storia antica come le pietre è tornato a rivivere un eremo che era rimasto disabitato e sconosciuto per lunghissimo tempo. Proprio qui ha trovato la sua nuova, intensa vita un uomo che, con la sua rinascita, ha innescato anche la rinascita dell’eremo abbandonato e di tutti coloro che arrivano fin lì alla ricerca di qualcosa che spesso non sanno neppure definire. Questa è la storia di Frederick Vermorel, di come abbia cercato per il mondo, a lungo, il proprio posto, e infine lo abbia trovato in un angolo appartato della Calabria.

Dove in realtà non è mai solo, come tutti gli eremiti sanno bene. Un desiderio insopprimibile, tanto è vero che la scelta dell’eremitaggio, che a prima vista potrebbe sembrare anacronistica rispetto ai nostri tempi iperconnessi e extrasocial, senza contare la crisi delle vocazioni e il “deserto” in tante chiese, invece risulta essere ancora molto “praticata” e con risultati straordinari. Un’onda di fede che, da grotte, chiese diroccate e rimesse in piedi, piccoli appartamenti nel cuore delle metropoli, si diffonde in questo nostro mondo smarrito.

Il santuario di Sant’Ilarione è il luogo in cui vive padre Vermorel dal 2003, collocato ai margini dell’Àllaro, l’antica Sagra, nel cuore della Magna Grecia. La storia di questo incontro, di questa trasformazione ora viene raccontata in un libro che diventa anche in un itinerario di viaggio, anche interiore. Perché, per chi sceglie la via dell’eremitaggio fonde insieme l’esteriore, il paesaggio, ciò che lo circonda, all’interiorità, alle strade dell’anima.

Un eremita non è mai solo, non è mai fermo. Il libro si intitola "Una solitudine ospitale. Diario di un eremita contemporaneo" è pubblicato dalle edizioni Terra Santa. Un diario e insieme un racconto, dal punto di vista di chi ha scelto di essere unito a tutti, proprio perché separato, con la prefazione di Giancarlo M.Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano.
Frédéric aveva cercato un posto in disparte ma non isolato, abbastanza spazioso per accogliere degli ospiti e che richiedesse tanto lavoro. "Trovai tutto quello che cercavo, più altre due cose: un’antica storia di preghiera, interrotta solo nel 1952, quando una terribile alluvione costrinse l’ultimo monaco a lasciare il romitaggio; e il fiume, che mi ricorda le vacanze della mia giovinezza".

In un video che presenta il suo volume, si avverte appena l’inflessione francese che emerge qua e là nel suo italiano fluente, misurato e tranquillo. Vermel ha la barba bianca, i capelli a spazzola e una posa resa precaria dagli acciacchi.  Si intravvedono i pochi arredi che lo circondano, un tavolo grezzo, i libri, il Vangelo sul tavolo. L’essenziale, invece del superfluo che ci circonda, ci soffoca.

Nella sua storia ci sono tappe e luoghi fondamentali: prima di arrivare in questo lembo di terra italo-bizantina, c’è la Francia delle sue origini, Le Mans, Parigi, dove si laurea in scienze politiche, la comunità di Taizé, il Sahara, i primi contatti con la Calabria e la sua vita a Rossano Calabro, il volontariato all’Arche, con Jean Venier, il fondatore, che diventa per lui un secondo padre. Poi gli studi di teologia a Bruxelles, presso l’istituto dei padri Gesuiti. E ancora tanti viaggi, tante esperienze, tanta vita intensa a anche la sensazione di non essere “al proprio posto”, di dover ancora cercare.

La strada giusta viene imboccata dopo il suggerimento di don Giorgio Scatto, della Piccola Famiglia della Resurrezione di Marango, in provincia di Venezia. "Era la Pasqua del 2002. Don Giorgio, che sapeva del mio legame con la Calabria e del mio desiderio di deserto mi disse: “Vai da Bregantini, qualcosa accadrà”. Fu come un corto circuito. Erano le parole che attendevo, un vero segno di Dio". Padre Giancarlo Bregantini, allora vescovo di Locri, propone a Frédéric di sistemarsi a Sant’Ilarione, nei pressi della frazione San Nicola del comune di Caulonia, dove da oltre cinquant’anni il tempo sembrava essersi fermato. E’ l’approdo che da tanti anni cercava, quello in cui si sono incarnate le tre parole decisive per la sua vita: preghiera, lavoro, accoglienza.

Un fenomeno che si potrebbe definire in crescita, quello dell’eremitaggio contemporaneo, tanto che anche l’editoria si è accorta dell’interesse che suscitano gli anacoreti di oggi. In Italia negli ultimi anni sono usciti "I nuovi eremiti" di Isacco Turina (Medusa), "Come gufi nella notte"; di Cristina Saviozzi (San Paolo), "Un eremo è il cuore del mondo" di Francesco Antonioli (Piemme),"Eremiti" di Espedita Fisher (Castelvecchi), i libri di Antonella Lumini, "eremita di città". All’estero Alech Soth ha pubblicato "Broken Manual" e due cineasti francesi lo hanno seguito e realizzato un documentario,"Somewhere to disappear";.Senza contare il grande e del tutto inaspettato successo del film di qualche anno fa, "Il grande silenzio".

Ma chi sono questi nuovi eremiti? Perché delle persone che conducono delle vite normalissime e anzi, sono magari in carriera scelgono di ritirarsi dal mondo? Perché una scelta tanto radicale? Sono sempre più numerosi, in tutto il mondo, soprattutto negli ultimi decenni. Però, in questo caso, più che la statistiche i numeri, come sottolinea Isacco Turina in I nuovi eremiti, «l’eremitismo è una scelta che chiede di essere interpretata, più che misurata». Essa parla di un bisogno, più che mai vivo, dal quale scaturisce una fitta rete di fede, di preghiera, di accoglienza, di testimonianza in controtendenza dipanata dalla Grecia, con le famose Meteore e i possenti monasteri ortodossi, alla minuscola Filicudi nella grotta in cui vive un ex capitano di navi da crociera, dallo Yorkshire e Lincolnshire in Inghilterra, in grotte o in eremi in mezzo alla natura, in Francia, in Georgia, nell’India del Sud, nel Darjeeling, nel deserti della California. Eremiti in cimiteri, in case ai margini di boschi e paesi, in canoniche rimesse a posto, in grotte o, ancora, come duemila anni fa, in mezzo al deserto. Sempre alla luce delle tre parole che cambiano per sempre l vita: preghiera, lavoro, accoglienza.

Immersi nella natura, nel silenzio, per fare più spazio a Dio e alla sua pace, l’unica, l’autentica pace.

Frédéric Vermorel, Una solitudine ospitale. Diario di un eremita contemporaneo, Edizioni TerraSanta, euro 16, pp.272

Ti potrebbe interessare