Nagorno Karabakh, il mistero della chiesa scomparsa

Dopo la fine del conflitto, continua la preoccupazione degli armeni per la perdita del loro patrimonio culturale

Un fotogramma che mostra una chiesa scomparsa in Nagorno Karabakh
Foto: BBC / YouTube
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L’ultima notizia è la scomparsa di una chiesa in Nagorno Karabakh, nel territorio che gli armeni chiamano Artsakh, e che è finito sotto il controllo dell’Azerbaijan dopo l’ultimo conflitto che si è concluso con un accordo doloroso per la stessa Armenia. Ma la preoccupazione generale è quella di una sostanziale riscrittura della storia, che sta andando a cancellare, insieme agli edifici, anche la memoria della presenza armena nel territorio.

Da quando il Nagorno Karabakh è stato dato in gestione all’Azerbaijan, sono state documentate a più riprese le scomparse di chiese e soprattutto di khachkar, le croci armene di pietra che più di tutto raccontano identità e presenza di quella che si fa chiamare “la prima nazione cristiana”. Si è parlato persino di “genocidio culturale” per raccontare questo sradicamento della cultura armena dal territorio – un timore che, con l’ultimo conflitto, si è particolarmente acuito.

L’ultima guerra in Nagorno Karabakh ha portato territori controllati dagli armeni in mano azera, con tanto di monasteri e chiese. In particolare, la BBC è andata a Mekhakavan, a investigare la scomparsa della chiesa di Santa Mariam Astvatsin. Una chiesa che si pensa sia stata completamente distrutta dalle autorità azere, perché ci sono evidenze fotografiche che, alla fine del conflitto, la piccola chiesa fosse ancora lì, sul colle. Ora, come ha documentato la BBC, non ne resta pietra su pietra.

Le stesse autorità, interpellate dai reporter, hanno dato risposte evasive e affermato che controlleranno l’accaduto. Per gli armeni – che pure possono restare nella regione ora passata nella mani degli azeri – è però la prova che la loro storia viene estirpata. E non è una cosa nuova.

In questi giorni è stato pubblicato uno studio di Hratch Tchilingirian, che ha messo in luce come, da quando il Nagorno Karabakh è stato assegnato all’Azerbaijan divenuto una repubblica sovietica, la regione è divenuta soggetto di una “autenticazione della storia” tipica proprio dei sovietici, che creavano narrative nuove per deformare la pubblica percezione riguardo l’altro e il nemico.

Era – spiega lo studioso – un lavoro tipico, quello di costruire “storie nazionali”, e in particolare nel caso del Nagorno Karabakh è stata usata la cosiddetta “connessione albanese”. Per Albania non si intende lo Stato nei Balcani, ma piuttosto il regno caucasico della regione, e a quel regno si riferisce la nuova storia del Nagorno Karabakh che punta a presentare gli armeni come immigrati più recenti nel territorio.

Ma è davvero così? Tchilingirian ricostruisce la storia, nota che, poco dopo la conversione dell’Armenia al cristianesimo, il Regno di Albania, che includeva anche le province di Artsakh (ovvero il futuro Karabakh) si convertì al cristianesimo grazie allo stesso Gregorio Illuminatore che aveva evangelizzato l’Armenia, e che fu riportato nella regione dopo essere stato martirizzato nell’attuale regione del Daghestan in Russia, e seppellito ad Amaras, tuttora esistente.

Nell’attuale Nagorno Karabakh, tra l’XI e il XIII secolo, furono costruiti più di 40 monasteri e centri religiosi sotto il patrocinio dei principi armeni di Artsakh, nota Tchilingirian, mentre il monastero di Gandzasar divenne la sede dei Catholicos della Chiesa di Albania. Il catholicossato fu drasticamente ridotto nel XIX secolo, ma tra il 1820 e il 1930, il Karabakh “fu luogo di una vibrante vita culturale e religiosa”, grazie anche alla diocesi e a missionari svizzeri che “gestivano dieci scuole solo a Shushi” e fondarono nel 1828 la prima tipografia delle regione.

Ma dal 1923, quando i sovietici si stabilirono nella regione, cominciarono a fare pressione sulle istituzioni religiose, e questo è provato da diverse lettere dei metropoliti armeni di Baku al Consiglio di Etchmiadzin, che notavano come i comunisti formalmente davano a tutti libertà religiosa e di coscienza, ma poi prendevano “misure estreme contro preti e chiese”.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo c’erano “250 – 300 preti che servivano in Karabakh e nelle sue regioni, mentre nel 1996 c’erano solo sei sacerdoti, includendo il vescovo Barkey Martirossian”, sottolinea Tchiliingirian.

Le chiese in Karabakh cominciarono ad essere rinnovate quando, nel 1988, i comunisti fecero un decreto per lo sviluppo socio economico del Nagorno Karabakh in risposta alle proteste a Yerevan e Stepanakert.

“Il primo obiettivo dei leader della chiesa in Karabakh era stato di rinnovare le chiese e fornire luoghi di culto” e fu data speciale attenzione alla riapertura di “monasteri importanti a livello storico, come Amaras e Gandzasar”. Molte sono state le iniziative culturali messe in campo in quegli anni, mentre la Chiesa Apostolica Armena aveva lavorato come avvocato del popolo e dei suoi diritti, come avevano fatto le chiese in Polonia e Germania dell’Est.

C’è anche questa storia da raccontare, quando di parla di Nagorno Karabakh o Artsakh. Una storia che rischia di essere dimenticata.

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