Nagorno Karabakh, il monastero di Dadivank simbolo della cultura armena a rischio

Non sembra a rischio il monastero, ma la regione circostante passa sotto il controllo azero. L’appello di Karekin II per la preservazione della cultura armena

Il monastero di Dadivank con gli ultimi visitatori
Foto: Twitter
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Il primo katholikos di Armenia fu San Giuda Taddeo. E il suo discepolo Dadi fu colui che andò ad evangelizzare l’Armenia orientale. Fu così che cominciò a delinarsi la prima nazione cristiana. Le reliquie di San Dadi sono ora nel monastero di Dadivank, nella regione di Karvacar. E questa regione entrerà sotto il controllo azero. Il monastero resterà così isolato, visibile agli occhi, ma difficile da raggiungere per la popolazione armena. Un po’ come l’Ararat, un segno ulteriore del paradosso di cui vive il popolo armeno.

È ancora tutto da definire, dopo l’accordo di pace che ha portato al cessate il fuoco del conflitto in Nagorno Kharabak, o Artsakh, come la regione viene chiamata in lingua armena. In cento anni, da quando Stalin consegnò la regione all’Azerbaijan, moltissimi manufatti e monumenti della presenza armena, e dunque cristiana, nel territorio sono stati distrutti o rovinati, tanto che si parla di un vero e proprio genocidio culturale. Nel 1994, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la regione proclamò l’indipendenza, e si costituì in uno Stato con capitale Stepanakert. Da allora, i conflitti, caldi e freddi, si sono succeduti nella zona, fino all’ultimo, durato 40 giorni, che si è risolto in un accordo “doloroso” per l’Armenia, costretta a cedere territori e ad arrendersi di fronte al ben equipaggiato esercito azero, supportato dalla Turchia e, è stato denunciato, anche rimpolpato da mercenari Daesh.

Tra questi territori da cedere, c’è anche la zona di Karvacar. Negli scorsi giorni, a centinaia sono andati a rendere l’ultimo tributo al monastero, mentre alcuni addirittura hanno bruciato le loro case per non permettere agli azeri di occuparle successivamente. L’abate del monastero, padre Yovhannes, ha già fatto sapere che rimarrà nel monastero, insieme ai monaci, succeda quel che succeda. E ha mostrato orgogliosamente alle troupe di giornalisti andati a documentare quella che in Armenia viene definita come una “catastrofe” i khachkar, le tipiche croci di pietra armene, da lui recuperati e ripuliti, quando il monastero poté essere abitato di nuovo, dopo anni di abbandono. Quei khachkar dovevano essere destinati a un luogo sicuro, per paura che fossero distrutti. Sono per ora rimasti dove erano, perché sembra che il monastero sarà protetto dalle forze di pace russe. Sembra.

“Secondo l’accordo congiunto tra leader russi, armeni e azeri – dice ad ACI Stampa padre Shahe Ananyan, portavoce della Chiesa Apostolica Armena – è purtroppo chiaro che la regione di Karvacar, dove si trova il monastero di Dadivank, sarà ceduta all’Azerbaijan. L’accordo non include in alcun punto il futuro status dei monasteri e delle chiese nel territorio. Rimarranno alcuni monaci e sacerdoti, che assicureranno la continuità della preghiera. Sarà certamente un tema speciale durante i negoziati diplomatici, se consideriamo le informazioni ufficiali e non ufficiali che trapelano”.

Il monastero resta un simbolo di incertezza in tutta l’area, perché tutti gli edifici cristiani sono a rischio. Padre Ananyan denuncia che “dopo l’accordo, sono apparse immagini e video che attestano la profanazione della Chiesa del Salvatore di Shushi e di altre chiese e santuari dell’Artsakh. Siamo rattristati dal dover constatare che i modi delle autorità azere sul tema siano sempre le stesse. Si tratta del risultato della politica anti Armena da parte degli azeri che nel 2002, 2005-2006 portò ad abolire nella regione di Nakhijevan migliaia di khachkar e vari santuari. È chiaro dunque che c’è un rischio che la stessa politica sarà messa in atto nel caso delle centinaia di chiese, santuari, croce, reliquie culturali che saranno sotto il territorio passato all’Azerbaijan”.

Un tema, questo, molto sensibile per gli armeni, che hanno visto nei secoli vari tentativi di spazzare via la loro cultura. Il 15 novembre, il ministero degli Affari Esteri Armeno ha denunciato, con una dichiarazione pubblica, gli atti di vandalismo sulla chiesa del Salvatore di Shushi, definiti una azione “particolarmente oltraggiosa”. “Il clima anti armeno in Azerbaijan – proseguiva il comunicato – e le azioni portate avanti con l’obiettivo del completo annichilimento di ogni traccia di presenza armena nel territorio dell’Artsakh sono una palese violazione della legge internazionale, contraddicono i valori universali e dovrebbero essere severamente puniti”.

Il governo armeno sottolinea che farà tutti i passi legali perché i perpetratori di tali atti siano sottoposti a giudizi e per evitare altri atti, mentre la Chiesa apostolica armena ha chiesto espressamente la protezione dell’UNESCO.

Lo scorso 17 novembre, è stato il Katholikos Karekin II a scendere personalmente in campo, notando che il popolo armeno, da sempre perseguitato perché prima nazione cristiana, si trova ora “a rischio di distruzione” nella terra dell’Artsakh, dove “il nostro popolo ha vissuto per migliaia di anni, rendendolo casa di luoghi sacri e preziose reliquie”.

Il Katholikos Karekin ha quindi ricordato che “secondo la nostra tradizione, il monastero di Gandzasar, del XIII secolo, conserva la testa di San Giovanni Battista”, mentre a Dadivank ci sono, come detto, le reliquie di San Dadi. C’è poi la cattedrale di Shushi, che lo scorso 8 ottobre è stata colpita due volte dalle forze azere.

Il capo della Chiesa Apostolica Armena sottolinea che l’accordo di pace, che ha portato a cedere ampi territori all’Azerbaijan, è stato sottoscritto per evitare una ulteriore perdite di vite; ha denunciato il coinvolgimento della Turchia e di mercenari siriani; e ha messo in luce che i monasteri e i luoghi sacri resteranno senza protezione, dato che la popolazione armena dovrà lasciare il territorio. “Spero che non sarà un fato tragico”, conclude il Katholikos.

Già la scorsa domenica, i territori delle regioni ottenute dall’Azerbaijan dovevano essere lasciati liberi, ma poi il termine è stato prolungato al 25 novembre. Ad ogni modo, Ilham Alyev, presidente azero, ha dato rassicurazioni al presidente russo Vladimir Putin, che sta mandando circa 2 mila soldati per mantenere la pace, che le chiese cristiane saranno protette.

Diversi studiosi sono preoccupati della sorte della cultura armena in Nagorno Karabakh. La comunità di studi armeni di Oxford ha inviato una lettera aperta alla Comunità Mondiale chiedendo di preservare quei luoghi di cultura. Oltre a Dadivank e Gandzasar, hanno anche citato il monastero di Amaras, che fu il luogo dove ci fu la prima scuola di scrittura armena, e il luogo di sepoltura di San Gregorio, nipote di San Gregorio l’Illuminatore, santo patrono ed evangelizzatore di Armenia – una tomba, dicono, che risale al V secolo e che è uno dei più antichi manufatti armeni rimasti.

In tutto questo, Dadivank resta un simbolo. Isolato in territorio azero, visibile ma irraggiungibile per buona parte della popolazione armena, ricorderà a quelle terre cosa sono state e allo stesso tempo rappresenterà l’angoscia del popolo armeno. Un popolo che si è formato nella fede e nel libro, e che è sopravvissuto più volte alla distruzione.

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