Diplomazia pontificia, tre nuovi ambasciatori presso la Santa Sede

Continua la difficile situazione in Bielorussia, dove l’esercito è arrivato a bloccare l’entrata di una Chiesa. Il punto di vista dell’ambasciatore armeno presso la Santa Sede.

Guardie Svizzere
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Nel corso di questa settimana, gli ambasciatori di Australia, Timor Est e Giappone hanno presentato le lettere credenziali a Papa Francesco. Comincia per loro un mandato di rappresentanza del loro Paese presso la Santa Sede, ed entrando a far parte della comunità di 88 ambasciatori residenti a Roma.

Gli altri eventi diplomatici della settimana toccano il Caucaso, il Libano e la Bielorussia, dove persiste la difficile situazione che ha fatto seguito ai risultati elettorali. La Santa Sede sta anche partecipando al processo di revisione del sistema dei Comitati ONU, e ha dato due interventi a Ginevra. Il Cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, ha delineato in una intervista i temi di maggiore attualità, sottolineando anche una attenzione per la fraternità da parte di Papa Francesco che lascia sospettare che il Papa stia preparando un documento sul tema. Alcuni dicono addirittura una enciclica, che sarà pubblicata a novembre. Ma è tutto da vedere.

                                                FOCUS AMBASCIATE

Arriva l’ambasciatore di Australia presso la Santa Sede

Il 27 agosto, Chiara Porro, nuovo ambasciatore di Australia presso la Santa Sede, ha presentato la sue lettere credenziali a Papa Francesco.

Porro, 36 anni, al suo primo incarico di ambasciatore, è l’unico ambasciatore residente dell’Area del Pacifico. Nei giorni scorsi aveva incontrato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano e già nunzio in Australia, e l’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato vaticana.

Porro lavora al ministero degli Esteri aussie del 2009, dove ha ricoperto vari ruoli. Il suo primo incarico all’estero è arrivato nel 2018, come vice console generale presso il Consolato generale a Noumea, Nuova Caledonia.

Porro è il quarto ambasciatore residente presso la Santa Sede da quando l’Australia ha deciso di stabilire una sua ambasciata in Vaticano nel 2008. In un post sul sito dell’ambasciata, Porro ha sottolineato di prendere l’incarico “in un tempo turbolento, mentre il mondo si sta riprendendo da una devastante pandemia”, e ha stabilito tra i suoi obiettivi quello, come unico ambasciatore residente dell’area del pacifico, di “essere in grado di dare alla nostra regione un’altra voce in Vaticano”, dato che “il Pacifico è il nostro vicinato, la nostra famiglia, e l’Australia sta portando avanti molti sforzi per affrontare le sfide chiave della nostra regione”.

Porro ha ricordato che durante il suo mandato saranno celebrati i 50 anni delle relazioni diplomatiche tra Australia e Santa Sede, “una pietra miliare importante”, ma anche il decimo anniversario della canonizzazione di Mary MacKillop, la prima santa australiana.

L’ambasciatore di Timor Orientale presenta le credenziali

Il 28 agosto, Juvita Rodrigues Barreto de Ataide Gonçalves, ambasciatore di Timor Orientale presso la Santa Sede, ha presentato le sue lettere credenziali a Papa Francesco. Classe 1973, cinque figli, non è una diplomatica di professione, ma ha piuttosto svolto incarichi nel settore finanziario, ed è stato per il triennio 2017 – 2020 membro attivo del Board of Business Organizations per l’emancipazione e la leadership delle donne nel settore privato.

Santa Sede e Timor Est hanno piene relazioni diplomatiche dal 2003, quando fu stabilita la nunziatura del Paese. La nunziatura è attualmente vacante. L’ultimo nunzio, Joseph Marino, è stato nominato nel 2019 presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, la “scuola degli amabsciatori del Papa”.

Papa Francesco avrebbe dovuto viaggiare a Timor Est questo settembre, nell’ambito di un percorso che lo avrebbe portato anche in Indonesia e in Papua Nuova Guinea: la pandemia del coronavirus ha fatto saltare tutto.

L’invito a Timor Est era aperto dal marzo del 2016, quando Rui Maria de Araujo, primo ministro di Timor Est, era venuto in visita da Papa Francesco e poi dal Cardinale Pietro Parolin per depositare gli strumenti di ratifica dell’accordo tra Timor Est e Santa Sede, che era stato firmato a Dili il 15 agosto 2015 dal Cardinale Parolin mentre questi era inviato speciale di Papa Francesco per i cinquecento anni di evangelizzazione del Paese: si trattava del primo accordo firmato fuori dal Vaticano.

Il cattolicesimo ha un impatto forte nel Paese per un motivo storico legato a San Giovanni Paolo II. Il piccolo Paese di 2 milioni di abitanti ottenne l’indipendenza dal Portogallo il 28 novembre 1975, ma fu subito occupato dall’Indonesia, che la considererà sua provincia per 25 anni. In quegli anni, la Chiesa diede un grande supporto alla popolazione, e Giovanni Paolo II volle visitarla. Era il 1989, e la visita pose subito un problema non da poco: avrebbe il Papa dovuto baciare la terra, come faceva ogni volta che approdava in uno Stato? Non era un problema banale: chinarsi a baciare la terra avrebbe significato riconoscere l’indipendenza della nazione sopra gli occupanti indonesiani. Alla fine, baciò un crocifisso posto per terra.

Giovanni Paolo II era arrivato pochi mesi dopo il referendum promosso dall’ONU con il quale, il 30 agosto 1999, gli abitanti di Timor Est optarono per l’indipendenza. Il 20 maggio 2002, dopo una amministrazione transitoria, nasceva finalmente la Repubblica Democratica di Timor Est anche grazie agli sforzi della Chiesa Cattolica, e in particolare del vescovo Carlos Ximes Belo di Dili, che vinse il Nobel per la Pace nel 2006. Questo portò anche un grande fiorire della Chiesa nella regione: nel 1975, solo il 30 per cento dei timorensi era cattolico, oggi i cattolici sono il 96 per cento della popolazione.

Il nuovo ambasciatore del Giappone presso la Santa Sede presenta le lettere credenziali

Il 29 agosto, Seiji Okada, nuovo ambasciatore del Giappone presso la Santa Sede, ha presentato a Papa Francesco le lettere credenziali. È il suo secondo incarico da ambasciatore, dopo il suo lavoro da rappresentante di Tokyo in Sud Sudan. Ha speso una carriera spesa nel Ministero degli Esteri con una particolare specializzazione negli affari africani e mediorientali. È stato nel 2009 consigliere di ambasciata in Kenya, nel 2010 consigliere di ambasciata in Afghanistan e nel 2012 console generale a Vancouver. Dal 2017 al 2020 è stato ambasciatore del Giappone in Sud Sudan

Papa Francesco ha viaggiato in Giappone nel novembre 2019, in quello che è stato il suo ultimo viaggio internazionale prima dell'emergenza covid-19

Tre anni fa, Giappone e Santa Sede hanno festeggiato i 75 anni di relazioni diplomatiche. Ma in Giappone ci tengono a sottolineare che il rapporto con la Santa Sede risale a prima del 1942, e lo fanno risalire addirittura alla missione di San Francesco Saverio, che arrivò nel 1549, e che portò alle conversioni di Daymio. La missione arrivò a Nagasaki nel 1582, i Papi mandarono missionari in Giappone, fino al momento del “silenzio” ovvero alla persecuzione dei cristiani che portò i cristiani stessi a nascondersi e rimanere nell’ombra per secoli. Il cattolicesimo fu bandito in Giappone per 250 anni, ma non scomparve. Nel 1865, quando questa persecuzione finì, i cristiani ricomparvero come per magia, e all’apertura del Giappone molti missionari poterono giungere sul suolo giapponese, dedicandosi a cure mediche ed istruzione, contribuendo alla modernizzazione del Paese.

I rapporti tra Santa Sede e Giappone sono ottimi. Nel 2013, il primo ministro Mori Mori è stato delegato del governo per la messa inaugurale di Papa Francesco, mentre il Cardinale Renato Raffaele Farina, archivista emerito della Santa Sede, ha partecipato come inviato speciale del Papa alla cerimonia del centenario dell’università Sophia, che è stata fondata dai padri gesuiti.

Secondo l’ambasciata del Giappone presso la Santa Sede, Giappone e Vaticano condividono i valori del perseguimento della pace, dei diritti umani e delle questioni ambientali e dello sviluppo economico.

                                                FOCUS CAUCASO

Conflitto armeno-azero, il punto di vista dell'ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede

A seguito dell’escalation che c’è stata ad inizio luglio nella regione del Nagorno Karabach, le ambasciate di Armenia ed Azerbaijan presso la Santa Sede hanno definito la posizione delle loro nazioni in delle dichiarazioni rilasciate ad ACI Stampa. Prima l’ambasciata di Azerbaijan presso la Santa Sede aveva accusato gli armeni di essere responsabili dell'escalation, affermando tra l’altro che in questo modo l’Armenia voleva mettere in gioco l’idea che l’Azerbaijan potesse essere un partner affidabile nella gestione del gas. L’ambasciatore armeno aveva invece rimandato al mittente le accuse, sottolineando invece le responsabilità dell’Azerbaijan e puntando anche il dito contro una longa manus turca dietro le attività azere.In una successiva dicahiarazione, l’ambasciata di Azerbaijan presso la Santa Sede ha parlato di “provocazione armata” da parte dell’Armenia e sottolineato che questa era contro le risoluzioni delle Nazioni Unite.

Garen Nazarian, ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede, risponde alle osservazione dell’ambasciatore Mustafayev con una dichiarazione inviata ad ACI Stampa

L’ambasciatore Nazarian sottolinea che “è deludente vedere gli sforzi dell'ambasciatore azerbaigiano presso la Santa Sede nell’interpretare in maniera errata le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1993”.

Secondo l’ambasciatore Nazarian, “il collega azerbaigiano, nel tentativo di abortire la possibilità di raggiungere una soluzione di compromesso, cerca di giustificare la posizione del suo paese di procrastinare i negoziati e di accusare i mediatori - i copresidenti del Gruppo di Minsk dell'OSCE”.

L’ambasciatore Nazarian nota che “non il processo di pace, ma la cessazione delle ostilità è stato l'obiettivo principale di quelle risoluzioni che, tra l'altro, sono state ripetutamente violate dall'Azerbaijan e alcune di queste violazioni sono riportate nelle risoluzioni stesse”. L’ambasciatore nota poi che “in quei documenti adottati 27 anni fa non ci sono riferimenti al cosiddetto ‘ritiro delle forze armate dell'Armenia’ come riporta l'ambasciatore azerbaigiano”.

Rifacendosi alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, l’ambasciatore armeno sottolinea che “l'Azerbaijan finge che siamo ancora nel 1993 e che non vi sia stato un accordo trilaterale di cessate il fuoco firmato da Azerbaijan, Nagorno-Karabakh e Armenia nel 1994”. Ma, nota, “ironicamente nel fare ciò, l'ambasciatore dell'Azerbaijan fa riferimento alla decisione del Vertice OSCE di Budapest che ha accolto con favore il cessate il fuoco e ha riconosciuto i firmatari, compreso il Nagorno-Karabakh, come parte nel conflitto”.

Secondo l’ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede “il rifiuto dell'Azerbaijan di negoziare con il Nagorno-Karabakh è in netta contraddizione con la sua affermazione ‘che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la decisione del Vertice OSCE di Budapest’ sono il quadro giuridico e politico per il processo di pace”.

L’essenza del problema sta, sottolinea l’ambasciatore “nell'attuazione da parte del popolo del Nagorno-Karabakh del suo diritto inalienabile all’autodeterminazione, nel pieno rispetto delle norme del diritto internazionale e del diritto interno dell'Unione Sovietica prima del suo crollo nel 1991”, e che “il conflitto tra Azerbaijan e Nagorno Karabakh è scoppiato in risposta all'autodeterminazione di quest'ultimo, come risultato di politiche di potere portate avanti dalla leadership dell'Azerbaijan e dimostrate dai massacri brutali e dalle pulizie etniche dell'intera popolazione armena di 400.000 persone dell'Azerbaijan, così come dall’inizio di un'aggressione militare su vasta scala contro la Repubblica del Nagorno-Karabakh”.

L’ambasciatore Nazarian sottolinea inoltre che “l'aggressione dell'Azerbaijan è stata condannata dalla comunità internazionale all'epoca. La politica dell'Azerbaijan di rifiuto dei principi del diritto internazionale, in particolare i principi del non uso della forza o della minaccia dell’uso della forza e il diritto dei popoli all'autodeterminazione, sta ancora continuando a minare il processo di pace”.

Nazarian invita poi a non distorcere l’appello di Papa Francesco del 19 luglio, e afferma che è “fuorviante” il “tentativo di ricercare divergenze tra la comunità internazionale e la co-presidenza del gruppo di Minsk dell’OSCE”, dato che questa “detiene il mandato della comunità internazionale e delle parti in conflitto di guidare il processo di pace del Nagorno-Karabakh”.

Insomma, conclude Nazarian, “se l'Azerbaijan è disposto a riconsiderare il suo accordo al Processo di Minsk dell'OSCE, i suoi rappresentanti diplomatici dovrebbero avere il coraggio e la capacità di formulare le loro richieste in modo ufficiale e chiaro, anziché distorcere le parole di Sua Santità”.

                                                FOCUS BIELORUSSIA

Bielorussia, i militari in chiesa. “Violazione della libertà religiosa”

L’incontro dell’arcivescovo Kondrusiewicz con il ministro dell’Interno Karaev della scorsa settimana, proseguono le repressioni militari dei manifestanti che da giorni protestano contro i risultati elettorali. Il 26 agosto, i militari hanno bloccato l’ingresso l’uscita della chiesa di San Simone e Sant’Elena, a Minsk. Si è trattato, ha detto monsignor Yuri Kasabutsky, di “azioni inammissibili e illegali. La chiesa è un santuario di Dio, che può essere liberamente visitato da tutti”.

La polizia era arrivata in piazza Indipendenza, dove i manifestanti si erano radunati per il 18esimo giorno consecutivo, e aveva afferrato i manifestanti trascinandoli sui camion, ed è stato allora che una ventina di persone, perlopiù giornalisti che erano all’ingresso principale della chiesa per seguire dall’alto la manifestazione, sono entrate nella chiesa per trovare un posto sicuro.

In quel momento, si stava celebrando la Messa in chiesa. Le forze dell’ordine hanno bloccato tutti gli accessi, costringendo le persone che erano dentro a non uscire mentre gli altri agenti disperdevano la manifestazione.

I metodi utilizzati dalle forze dell’ordine sono stati duramente stigmatizzati dai responsabili dell’arcidiocesi. Monsignor Kasabutsky ha sottolineato che “bloccare l’ingresso e l’uscita delle persone contraddice il diritto dei cittadini alla libertà di coscienza e di religione garantito dalla Costituzione della Repubblica di Bielorussia, insulta i sentimenti dei credenti e va oltre le leggi dell’uomo e di Dio”.

L’arcivescovo Kondrusiewicz ha dichiarato: “Ho appreso con grande dolore le scarse informazioni sul blocco dell’ingresso e dell’uscita della chiesa rossa a Minsk da parte dei poliziotti antisommossa armati il ​​26 agosto. In conformità con la Costituzione della Repubblica di Bielorussia, le persone hanno il diritto di pregare entrando e uscendo liberamente dalla chiesa senza ostacoli. Bloccare le uscite del santuario e creare ostacoli alla libera entrata e uscita delle persone è una grave violazione dei diritti dei credenti e della libertà religiosa”.

L’arcivescovo di Minsk ha chiesto una indagine per fare luce su quanto avvenuto fuori dalla chiesa di San Simone ed Elena e sottolineato che “queste simili azioni delle forze dell’ordine non aiutano ad allentare le tensioni e non contribuiscono a costruire la pace e l’armonia nella società bielorussa in un momento in cui la Chiesa cattolica chiede riconciliazione e dialogo per risolvere il conflitto socio-politico senza precedenti nel nostro Paese”.

                                                FOCUS SANTA SEDE

Il Cardinale Parolin e il progetto di Papa Francesco

Torna a parlare, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. E lo fa in una intervista al portale “Riparte l’Italia”.

Il Cardinale Parolin ha prima di tutto sottolineato che la priorità del dopo COVID 19 non è “l’economia, ma l’essere umano”, tanto è vero che tutti i governi sono “stati costretti a prendere misure drastiche, al punto da fermare tante attività economiche per combattere la pandemia”.

Per questo periodo post pandemia, ha detto il Cardinale, la Chiesa “invita a ritrovare la vocazione dell’economia al servizio dell’uomo, per garantire ad ogni persona le condizioni necessarie per uno sviluppo umano integrale e una vita dignitosa”.

Il Segretario di Stato vaticano segnala anche alcuni pericoli apparsi nella lotta contro la pandemia, e tra questi “il prevalere di approcci antropologici riduttivi, che, concentrandosi sulla salute corporea, rischiano di considerare di fatto trascurabili le situazioni spirituali”. E così, si sono avute “interpretazioni delle questioni sanitarie secondo paradigmi esclusivamente tecnici, che ha praticamente negato alcuni bisogni fondamentali, ad esempio ostacolando la prossimità dei familiari e l’accompagnamento spirituale dei malati e dei moribondi”.

Il Cardinale Parolin ha notato che “la pandemia ha rivelato tanto la nostra interdipendenza quanto la nostra comune debolezza, la fragilità condivisa”. Eppure, “anziché favorire la cooperazione per il bene comune universale, vediamo sempre più ergersi muri intorno a noi, esaltare frontiere come garanzie di sicurezza e praticare sistematiche violazioni del diritto”.

Il tempo della pandemia, invece – secondo il segretario di Stato vaticano – “mostra che bisogna seminare l’amicizia e la benevolenza piuttosto che l’odio e la paura”, perché “nessuno può farcela da solo”.

Il Cardinale Parolin si sofferma anche sulla questione economica, perché l’economia è stata profondamente scossa dalla pandemia. “La Chiesa – afferma il Cardinale – si sente chiamata ad accompagnare il cammino complicato che sta davanti a tutti noi come famiglia umana, e deve farlo con umiltà e saggezza, ma anche con creatività”.

Il Cardinale Parolin si è soffermato anche sulle questioni internazionali. “Ogni giorno – ha detto - noi siamo messi davanti a questa alternativa, se far prevalere la paura o dare fiducia a chi abbiamo davanti e cooperare per raggiungere una soluzione migliore e più efficace insieme. Non c‘è altra formula che la sinergia della solidarietà”.

Ed è questo un antidoto “di fronte all’estremizzarsi delle tendenze all’individualismo e all’autoreferenzialità, che si diffondono nel nostro mondo interconnesso da potenti mezzi di comunicazione e di informazione, spesso è proprio dalle periferie che può giungere una visione più umana”.

Il Cardinale non nega il senso di smarrimento durante la pandemia, ma incoraggia: “Siamo popolo di Dio anche e nonostante la pandemia”.

Durante la pandemia, non si è potuto celebrare con i fedeli, ma “questa arsura di sacramenti e di comunità ha fatto crescere nei fedeli la sete di Dio, valorizzando nelle famiglie, vere chiese domestiche, altre forme di celebrazione, quali la preghiera della Liturgia delle Ore in primis, l’ascolto della Parola o le diverse forme di religiosità popolare; ma soprattutto ha consentito di riscoprire uno dei lasciti della riforma liturgica del Vaticano II: l’essere e il sentirci realmente populus congregatus”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York

Lo scorso 26 agosto, la Santa Sede è intervenuta ad un incontro virtuale per la commemorazione e la promozione della Giornata Internazionale contro i test nucleari, che si celebra il 29 agosto. A prendere la parola, monsignor Frederik Hansen, incaricato di affari della Missione dell’Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.

La Santa Sede ha notato che, a 75 anni dal primo test di armi nucleari nel New Mexico, hanno avuto luogo “più di 2000 test, di cui sette in questo secolo, causando danni ambientali e incidendo sulla salute delle persone che si trovavano nei pressi dei siti di test o esposti in direzione sottovento alla radioattività rilasciata nell’atmosfera”.

La Santa Sede ha chiesto che la Commissione Preparatoria del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari, lavori assieme agli otto Stati le cui ratifiche sono necessarie per la sua entrata in vigore, perché ulteriori test nucleari non potranno che diminuire la sicurezza globale.

A 75 anni dai primi test nucleari, la Santa Sede ha esortato a riappropriarsi dello spirito in cui erano state fondate le Nazioni Unite, per raggiungere “non solo l’obbligo permanente e vincolate di non testare mai più armi nucleari, ma l’obiettivo di un mondo senza armi nucleari”.

La Santa Sede a Ginevra: verso la revisione del sistema dei Comitati ONU

Le Nazioni Unite hanno un sistema di comitati indipendenti che monitorano l’implementazione dei trattati sui diritti umani internazionali nei Paesi che vi aderiscono. Il sistema, però, è oggetto di un dialogo informale perché venga rivisto e aggiornato. La Santa Sede ha dato due interventi in questi colloqui informali, entrambi diffusi il 28 agosto dall’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra.

Un intervento è stato dato al panel sull’armonizzazione del Sistema dei Comitati e i Metodi di lavoro.

L’arcivescovo Jurkovic sottolinea che la revisione non riguarda “il ruolo e il funzionamento” dei comitati sui diritti umani. La Santa Sede suggerisce “cautela negli sforzi di aumentare il ruolo del presidente, perché non ci sono basi legali per un ruolo così argomentato, specialmente quando va oltre questioni puramente procedurali”.

La Santa Sede chiede anche che i comitati dei diritti umani “continuino a migliorare i loro sforzi perché i loro metodi di lavoro siano più efficienti, efficaci, trasparenti e armonizzati all’interno del loro rispettivo mandato”.

La Santa Sede chiede che “in tutte le questioni riguardo il processo dei rapporti, devono essere osservate le specifiche clausole dei trattati in questione,” sottolinea che ci vuole cautela nell’idea di “rafforzare le sinergie tra i vari comitati dei diritti umani” che hanno tutti natura e basi differenti”, si dice preoccupata della recente pratica di avere commenti generali siglati da due o più comitati, anche perché “non tutti gli Stati hanno ratificato tutti i trattati in questione”, e allo stesso modo desta preoccupazione il fatto che dei commenti si riferiscano ad altri trattati, visto che non tutti gli Stati ratificano gli stessi trattati.

In generale, la Santa Sede sembra preoccupata che il sistema dei comitati possa portare ad una sorta di dittatura dei nuovi diritti umani. Già negli anni passati, il Comitato sulla Convenzione per i Diritti del Fanciullo e poi il Comitato ONU contro la Tortura erano andati oltre le loro competenze quando si era trattato di monitorare la Santa Sede, arrivando persino a chiedere alla Chiesa cambiamenti dottrinali che poco c’entrano con l’applicazione di un trattato in uno Stato.

La stessa preoccupazione si nota leggende l’intervento dell’arcivescovo Jurkovic sulla semplificazione della procedure di rapporto, anche quello tenuto il 28 agosto.

Quello di semplificare le procedure è “una misura ben accolta per ridurre il carico di lavoro degli Stati parte e dei comitati”, ma – nota la Santa Sede – è “indispensabile assicurarsi che la lista delle questioni in gioco non contenga domande o elementi che vanno oltre lo scopo del trattato o vanno oltre il mandato del comitato”.

La Santa Sede chiede che le domande cui lo Stato parte ha già risposto per iscritto non vanno ripetute oralmente nel dialogo, mentre accoglie con favore la possibilità di usare rapporti combinati, che “non devono mai essere rifiutati dai comitati”.

La Santa Sede chiede anche che “il desiderio di promuovere sinergia non dovrebbe andare oltre la necessità di rispettare l’unicità di ogni regime legale né portare ad analoghe interpretazioni nelle clausole dei trattati”.

                                    FOCUS MEDIO – ORIENTE E ASIA

Il patriarca Bechara Rai ancora sulla situazione libanese

La scorsa domenica, il cardinale Bechara Rai, patriarca dei Maroniti, è tornato sulla situazione del suo Paese, in particolare dopo l’esplosione del 4 agosto che ha causato centinaia di morti.

Il Cardinale ha chiesto di rimuovere “tutti i depositi di armi ed esplosivi” dalle aree residenziali del Libano. “Che le autorità libanesi – ha detto il cardinale – considerino il disastro del porto di Beirut come un campanello di allarme, e che rimuovano tutti i depositi di ermi ed esplosivi che esistono illegalmente nei quartieri residenziali di città, paesi e villaggi”.

Il patriarca ha anche denunciato che “alcune regioni del Libano sono diventate campi di esplosivi anche se non lo sappiamo fino quando queste non esplodono casualmente o vengono detonate”.

“La presenza di questi depositi – ha continuato – rappresenta una seria e pericolosa minaccia alle vite dei cittadini, che non appartengono alcuna persona, gruppo, partito o organizzazione”.

L’esplosione al porto è stata causata da 2700 tonnellate di nitrato di ammonio che erano rimaste depositate, ma non messe in sicurezza, per circa sette anni al porto di Beirut.

Il cardinale Rai aveva anche usato parole forti contro il governo, che si era dimesso dopo l’esplosione. Parlando della formazione di un nuovo governo, il Cardinale ha lamentato che i partiti politici “stanno approcciandosi alla formazione del governo da un punto di vista elettorale e partigiano, sollevando condizioni e contro condizioni”.

Il patriarca ha poi detto che “il popolo e il mondo stanno attendendo la formazione di un governo di salvezza economica e nazionale, velocemente e senza ritardo, senza altra condizione che sia formato da salvatori politici ed economici.

Cina – Santa Sede, passi avanti nel dialogo?

Il ministro degli Esteri Wang Yi ha toccato anche l’Italia in questa settimana nel suo tour europeo, il primo da quando è scoppiata la crisi del coronavirus. Dopo l’incontro di febbraio con il suo omologo vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher – l’incontro di più alto livello tra Santa Sede e Cina da quando la Cina ha interrotto i rapporti diplomatici – alcuni avevano anche pensato che ci sarebbe stato un incontro durante questa visita del ministro in Italia, considerato che Santa Sede e Cina stanno negoziando il rinnovo dell’accordo confidenziale sulla nomina dei vescovi.

Ufficialmente, questo incontro non c’è stato, confermando anche l’idea che la Cina preferisca gli incontri in territori “neutri” o cinesi, piuttosto che una visita in Vaticano che avrebbe una serie di implicazioni. Secondo il portale Religion Digital, un incontro avrebbe avuto luogo presso l’ambasciata cinese in Italia.

La visita del ministro Wang Yi non è passata inosservata, e un tweet dell’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede sembrava essere un messaggio obliquo alla Santa Sede. “Il Partito Comunista Cinese – recitava il tweet – sta rubando la tecnologia americana e la sua proprietà intellettuale”.

Il tweet rilanciava un articolo di ShareAmerica che riguardava proprio il furto, ad opera cinese, subito dalla società americana Ayago, considerata frutto di “un esempio di approccio espansivo del Partito Comunista Cinese”.

Sono in molti che non vedono di buon occhio l’apertura della Santa Sede ad un accordo con la Cina, mettendo a fuoco il problema della libertà religiosa. D’altra parte, gli officiali della Santa Sede fanno sempre notare che un accordo è necessario per avere vescovi legittimi, che l’accordo non riguarda aspetti politici la nomina dei vescovi, e che la questione dei diritti umani viene sollevata dalla Santa Sede ad ogni incontro.

Si è parlato anche di un attacco hacker cinese al Vaticano, ma monsignor Havier Herrera Corona, capo della Missione di studio della Santa Sede di Hong Kong, ha prontamente spiegato che “la Santa Sede non discute informazioni relative ai negoziati attraverso canali elettronici”.

                                                FOCUS AFRICA

Presidente Egitto nuova consapevolezza dialogo interreligioso

Lo scorso 23 agosto, il presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi ha chiesto maggiore attenzione sulla vera religione e chiesto di rettificare le cattive interpretazioni della religione attraverso la formazione degli imam e dei predicatori.

Lo ha spiegato Bassam Radi, portavoce della presidenza egiziana, in una dichiarazione. Secondo la presidenza egiziana, il presidente ha sottolineato che è necessario per gli imam studiare le scienze umane, ma anche nuovi metodi di proselitismo (da’wah) per migliorare la comunicazione.

Lo scorso 2 giugno, parlando alla cerimonia del Laylat al-Qadr, il presidente Sisi aveva affermato che i comportamenti della popolazione possono colpire l’immagine della loro religione negativamente e positivamente nei punti di vista di altre nazioni. “Una forte religiosità – ha detto al Sisi – può essere indebolita dai comportamenti dei credenti.

Le cerimonia di Laylat al-Qadr celebra la notte in cui i primi versi del Corano furono rivelati a Maometto.

Nigeria, il nunzio chiede che lo Stato faccia di più per proteggere i cittadini

Gli ultimi attacchi contro cristiani in Nigeria hanno portato la Chiesa locale a proclamare 40 giorni di preghiera. In una situazione difficile, con uno sterminio dei cristiani che ormai può essere considerato quasi un genocidio, lo scorso 21 agosto l’arcivescovo Antonio Filipazzi, nunzio apostolico, ha sottolineato che il governo non sta facendo abbastanza per proteggere i cittadini dalla violenza, dalle ribellioni e da altri vizi sociali.

Il nunzio ha parlato alla conferenza stampa di conclusione dei festeggiamenti per il Giubileo d’argento della diocesi di Osgobo. “Sebbene – ha detto – l’area a Sud di Kaduna è un’area dove cristiani e cattolici sono maggiormente colpiti, è importante notare che molti musulmani vengono uccisi in altre parti del Nord, come negli Stati di Maiguri e Borno, dove Boko Haram ha bombardato diverse moschee.

L’arcivescovo Filipazzi ha consigliato il governo di focalizzare la sua attenzione sul proteggere i cittadini dalle varie minacce che colpiscono la nazione invece di creare antagonismo e tensioni tra cristiani e musulmani.

Il 18 agosto, Boko Haram aveva attaccato il villaggio di Kukawa, nello Stato del Borno. Molti degli abitanti del villaggio erano appena tornati dopo due anni da sfollati. Boko Haram, dopo un conflitto a fuoco, ha rapito dozzine di abitanti, mentre almeno sette persone della sicurezza sono state uccise.

A seguito di questo attacco, i vescovi della regione di Kaduna hanno diffuso una dichiarazione, sottolineando che lo Stato aveva annunciato di aver fatto arretrare Boko Haram, e invece oggi “quasi tutti gli Stati del Nord sono nella morsa di questi portatori di violenza e morte”, e “a causa di questi banditi, sono state perse migliaia di vite”.

                                                FOCUS EUROPA

Il Cardinale Bozanic incontra il ministro dell’Interno croato

Lo scorso 19 agosto, il Cardinale Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, ha incontrato Gordan Grlic Radman, ministro degli Affari Interni ed Europei.

Secondo una comunicazione dell’arcidiocesi di Zagabria, Cardinale e ministro degli interni hanno sottolineato l’importanza della cooperazione tra la Chiesa e le istituzioni statali a beneficio del bene comune di tutti i cittadini della Repubblica di Croazia.

L’incontro avviene anche a qualche mese dal terremoto dello scorso 22 marzo, che ha completamente distrutto uno dei campanili della cattedrale di Zagabria, nonché la Curia arcivescovile.

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