Nagorno Karabakh, risoluzione UE contro la distruzione del patrimonio cristiano

Lo scorso 10 marzo, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione che condanna l’Azerbaijan per i danni provocati al patrimonio cristiano in Nagorno Karabakh

La Chiesa di Cristo Salvatore a Shushi prima del bombardamento durante il conflitto
Foto: Wikimedia Commons
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Nonostante la Corte Internazionale dell’Aja lo scorso 21 dicembre abbia chiesto di prevenire e punire atti di profanazione e vandalismo contro il patrimonio culturale armeno in Nagorno Karabakh, questo patrimonio continua ad essere a rischio. E così il 10 marzo, a un anno e quattro mesi dal cessate il fuoco, il Parlamento Europeo si è riunito e ha discusso una risoluzione che condanna l’Azerbaijan per quello che alcuni hanno chiamato un “genocidio culturale”.

La risoluzione sarà trasmessa al vice presidente della commissione e Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, al Consiglio, alla Commissione, ai governi e presidenti di Armenia e Azerbaijan, alla Segreteria generale dell’OSCE e a quella del Consiglio d’Europa, al direttore generale dell’UNESCO e al segretario generale delle Nazioni Unite.

Il testo constata che dal cessate il fuoco dal 9 novembre 2020, ci sono 1456 monumenti, principalmente armeni, passati sotto il controllo dell’Azerbaijan; che durante la guerra del 2020 l'Azerbaigian ha deliberatamente provocato ingenti danni al patrimonio culturale armeno con bombardamenti strategici (si pensi quello sulla cattedrale di Shushi), con la riconversione o con altri danni a musei e cimiteri durante il conflitto; e che, in occasione della sua visita alla chiesa del XII secolo a Tsakuri, il presidente Aliyev ha promesso di rimuovere tutte le iscrizioni armene.

Un atto, questo, che sembra essere parte di una vera e propria guerra culturale. L’antico nome del Nagorno Karabakh è Artsakh, ed è da sempre abitato da armeni, come dimostrano i vari monumenti sul territorio. Ma il territorio del Nagorno Karabakh era stato assegnato all’Azerbaijan dall’Unione Sovietica, e gli azeri hanno fatto un lavoro enorme per riscrivere la storia etnica della regione, esaltandone le radici albaniane caucasiche. È stata più volte denunciata la distruzione sistematica del patrimonio cristiano in Nagorno Karabakh, e, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il territorio proclamò la sua indipendenza da Baku, costituendo un micro Stato che non era stato comunque riconosciuto dall’Armenia e che aveva mantenuto comunque orgogliosamente l’identità armena.

Il conflitto del 2020, con la pace dolorosa imposta all’Armenia, ha messo a rischio il patrimonio armeno, anche se da parte azera si parla soprattutto di ristabilimento della verità storica e si lamenta la distruzione nel periodo in cui il Nagorno Karabakh è indipendente. Il tutto mentre non arriva il gas in Artsakh per via di un annunciato guasto del gasdotto ancora non riparato, cosa che crea enormi disagi e un annientamento psicologico.

In questa situazione, la risoluzione UE ha un peso specifico importante. La risoluzione guarda anche alle ordinanze della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, che dava voce alle preoccupazioni armene sul pericolo di annientamento del patrimonio storico e culturale armeno nei territori sotto il controllo dell’Azerbajian e riconosceva la retorica armenofoba promossa dall’Azerbaijan. Per questo, la risoluzione ribadisce la necessità di permettere all’UNESCO di organizzare ed inviare una missione di esperti indipendenti – il testo in particolare sottolinea di “insistere fermamente” che l’Azerbaijan consenta agli ufficiali UNESCO di avere accesso ai siti del patrimonio culturale nel territorio sotto il suo controllo per “poter procedere ad un inventario obiettivo e assicurare la loro protezione”.

Certo, la presenza UNESCO non è garanzia di protezione, anche perché tra i suoi “Ambasciatori di buona volontà” che Mehriban Arif Aliyeva, moglie del presidente e vicepresidente dell’Azerbaijan. E l’intervento internazionale sarebbe probabilmente dovuto avvenire ben prima, come dimostra il programma di monitoraggio satellitare “Caucasus heritage watch” promosso dalla Cornell University.

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