Nagorno Karabakh, le chiese non possono essere colpite

Una decisione della Corte Internazionale di Giustizia stabilisce un precedente per la difesa del patrimonio. Ma cosa è, e cosa potrà essere, del patrimonio cristiano in Nagorno Karabakh

La chiesa di Shusha dopo il bombarrdamento
Foto: PD
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La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato lo scorso 14 dicembre all’Azerbaijan di prevenire e punire atti di vandalismo e profanazione contro l’eredità culturale armena durante il conflitto in corso in Nagorno Karabakh. Una posizione, quella del Tribunale, che rappresenta un nuovo approccio alla difesa del patrimonio culturale, non solo armeno, ma che, in quella lingua di terra chiamata Nagorno Karabakh, nell'antico nome armeno Artsakh, rappresenta la speranza concreta che il patrimonio culturale non vada perduto.

La regione è contesa dagli anni Venti del secolo scorso, quando fu data dall’Unione Sovietica all’Azerbaijan, nonostante fosse a maggioranza armena. Con il collasso dell’Unione Sovietica, fu proclamata una nazione indipendente, un piccolo Stato tra Armenia e Azerbaijan non riconosciuto da nessuno, ma che aveva ovviamente il supporto dell’Armenia. Da qui, sono nati due conflitti, l’ultimo risoltosi in favore dell’Azerbaijan.

E così, mentre i confini del dopoguerra ancora non sono precisamente delimitati, mentre resta in bilico la questione dei prigionieri di guerra (gli armeni chiedono almeno un conto esatto, gli azeri lamentano che quelli che sono stati fatti prigionieri non erano in guerra, ma in azioni di disturbo), la comunità internazionale dà un segnale per la preservazione del patrimonio armeno della regione.

Un segnale considerato importante, se si pensa che, con dati, numeri e ricerche, si è arrivati persino a parlare di un “genocidio culturale” avvenuto nel corso dell’ultimo secolo sul territorio dell’Artsakh. Da parte loro, gli azeri lamentano che in questi anni di indipendenza (o separazione, secondo il loro punto di vista), gli stessi armeni hanno distrutto o danneggiato moschee. Non solo. Gli azeri sottolineano che quel territorio non è armeno, ha piuttosto origini albaniano – caucasiche, e che dunque la loro etnia era sul territorio da sempre.

È una dialettica figlia di una guerra, e vanno ascoltate tutte e due le parti in causa. Poi si vedono i numeri. E quelli, sì, destano preoccupazione, e lasciano comprendere perché la Corte Internazionale Europea ha preso quella decisione. C’è, in particolare, una iniziativa nata alla Cornell University, negli Stati Uniti, e chiamata Caucasus Heritage Watch, che usa immagini satellitari per verificare e monitorare la situazione del patrimonio cristiano armeno nella regione, e i cui rapporti sono stati proprio utilizzati dalla Corte Internazionale Europea.

Da vedere come la sentenza sarà utilizzata. Per esempio, in che modo colpirà la presunta “ricostruzione così come era” della cattedrale di Cristo San Salvatore a Shushi, colpita durante il conflitto, visitata dal presidente Alyiev al termine del conflitto come simbolo della guerra vinta, e ora definita “alterata” dagli armeni nel 1990, in quello che sembra un tentativo di manipolare l’eredità culturale del territorio.

Sembra, ma non è confermato, che sia stata rimossa la cupola della cattedrale, con un atto che anche il ministero degli Esteri di Baku ha definito “vandalismo”. Ma l’Azerbaijan ha comunque confermato l’idea di alterare la forma della chiesa, così come si sta facendo con altri monumenti, affermando che gli interventi “si stanno facendo in accordo con lo stile architettonico originale per restaurare l’immagine storica di Shushi”.

La chiesa era stata costruita nel XIX secolo, e completata nel 1877, quando il censo russo stabiliva che il 57 per cento della popolazione della zona era armena è il 43 per cento tatara, cioè armena”.

Secondo gli azeri, la cupola è stata aggiunta alla chiesa solo dopo la guerra del 1990, ma in realtà ci sono immagini risalenti a prima del periodo sovietico, dove si nota che c’è lo stesso tipo di cupola. Da ricordare che gli armeni di Shushi soffrirono pogrom dagli azeri e l’intera popolazione armena della città fu uccisa ed espulsa.

Insomma, c’era un motivo per l’apparenza della chiesa prima degli anni Novanta. La chiesa è stata colpita due volte durante il conflitto, la cupola è molto danneggiata dopo essere stata, secondo Human Rights Watch, colpita deliberatamente, in violazione delle leggi di guerra”.

Gli azeri stanno contestando anche le origini della chiesa, fino a dire che era Russa Ortodossa, mentre la spinta è quella di sottolineare che la chiesa avesse potuto essere albaniana. C’è una missione dell’UNESCO che dovrebbe prendere piede nella regione, ma questa non ha ancora avuto luogo anche a causa della opposizione dell' Azerbaijan.

È una situazione difficile. L'Azerbaijan ha intensificato i contatti con la Santa Sede, e spera che ci possa essere una mediazione nel corso dei negoziati. La Santa Sede, che comunque riceve donazioni dall'Azerbaijan, deve comprendere in che modo riuscire a porsi nella questione, e se farlo, senza perdere il suo profilo di terza parte e senza essere strumentatlizzata.

Se gli occhi sono puntati sul Nagorno Karabakh, il problema del patrimonio culturale armeno è presente ovunque nella regione. A Nakhchivan, migliaia di chiese armene, lapidi e kachkar sono stati distrutti, per un totale di 89 chiese medievali, 5840 croci di piettra e 22 mila lapidi.

Sarà da vedere se il Papa affronterà la questione, sia pure in maniera laterale, durante il suo messaggio urbi et orbi di Natale. Ma ogni parola rischia di intensificare una tensione nella regione che pare non avere fine. 

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