Nagorno Karabakh, una lunga storia di conflitti e genocidi dietro la guerra in corso

Gli sviluppi degli ultimi trent'anni

Siamo le nostre montagne (in armeno Մենք ենք մեր սարերը, Menq enq mer sarerè) è un grande monumento situato a Stepanakert, la capitale della Repubblic
Foto: Wikipedia
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Da settimane questo nome e la sua storia sanguinosa è tornato alla ribalta, per via degli scontri e bombardamenti che hanno colpito questo fazzoletto di terra, una enclave a maggioranza armena all'interno dei confini della Repubblica dell'Azerbaijan, che è una nazione a prevalenza musulmana. 

Morti e feriti sono già centinaia e molte delle vittime si contano tra i civili. Proprio in questi ultimi giorni la fragile tregua ottenuta è stata violata, mentre gli azeri accusano gli armeni di aver violato il cessate il fuoco con un raid missilistico contro la città di Barda, in Azerbajan. Dall'altra parte della barricata, il  ministero della Difesa armeno ha accusato le forze armate azere di avere colpito Stepanakert con un lanciarazzi multiplo Smerch.

E così dopo i bombardamenti dei giorni scorsi proprio su Stepanakert, la città autoproclamatosi indipendente dall'Azerbaigian e riconosciuta solo da tre Paesi non appartenenti all'Onu, la guerra tra i due stati continua nonostante gli altolà da parte della Russia, Usa ed Europa. Finora le ostilità erano rimaste circoscritte all'enclave armena in Azerbaigian del Nagorno-Karabakh e ora stanno coinvolgendo anche altre città.

Oggi così ci troviamo davanti alla  peggior escalation nella zona negli ultimi 30 anni, che rischia di espandersi all’intera regione caucasica, dagli esiti imprevedibili,  dopo i due conflitti del 2011 e del 2016 e i due anni di guerra tra il 1992 e il 1994. Complice anche la pandemia che sta sconvolgendo l’ Europa e tre quarti del pianeta, la questione rischia di passare sotto silenzio, nell’indifferenza generale. Perciò si stanno moltiplicando appelli e interventi perché la comunità internazionale intervenga attivamente sulla questione. Anche da parte del Papa.

Tra coloro che hanno analizzato quel che sta accadendo, c’è chi vuole sottolineare che il conflitto non ha alcuna radice religiosa, ma allora come giudicare i bombardamenti continui di chiese e edifici religiosi armeni da parte degli azeri? E come dimenticare che appunto nel Nagorno si è tentato più volte di attuare pulizie etniche? Fin dai primi del Novecento la convivenza tra cristiani armeni e musulmani non è stata facile.

Il genocidio subito dalla popolazione armeno da parte dell’impero ottomano ha esteso la sua ombra venefica anche su questo piccolo territorio. E oggi a preoccupare c'è anche il coinvolgimento della Turchia che, come ormai diverse fonti concordano, avrebbe inviato mercenari e droni a sostegno dell'esercito azero. L'ingresso più o meno ufficiale di una potenza del genere  rischia di allontanare la risoluzione del conflitto, di allargarlo pericolosamente, considerando le mire espansionistiche del presidente Erdogan, senza contare quanto potrebbe reggere l’urto di una simile ingerenza il fragile equilibrio con un'altra potenza mondiale, la Russia alleata invece dell’Armenia.

Armenia e Azerbaijan si scontrano fin dal principio del Novecento, ma in particolare negli ultimi trent’anni, ossia dal momento della caduta dell'Unione Sovietica quando il Nagorno-Karabakh si dichiara indipendente dall’Azerbaijan. Cosa che non viene accettata  dal governo azero e le tensioni sfociano  in una guerra che tra il 1992 e il 1994 provoca almeno trentamila morti e migliaia di sfollati.

Alla fine di questo primo conflitto, le forze armene continuano a controllare il territorio e il Nagorno-Karabakh rimane una repubblica, la Repubblica di Artsakh, senza però essere riconosciuta né dall’Azerbaijan né dalla comunità internazionale. 

Ad oggi gli sforzi del gruppo diplomatico Osce (Organization for Security and Co-operation in Europe) formato nel 1992 non sono bastati a trovare una soluzione pacifica. Infatti dal 1994 a oggi hanno continuato a susseguirsi conflitti di piccola e media entità tra i due Paesi. E si sono dovuti registrare anche cruenti episodi di pulizia etnica. Come il caso delle croci di Giulfa,  antica città armena oggi nell’Azerbaijan, in una regione che si dice sia stata fondata da Noè. La città si trovava sulle rive del fiume Arax, fu potente finchè nel 1605 lo scià Abbas I costrinse gli armeni a trasferirsi in Persia, dove fondarono un grande villaggio che chiamarono Nuova Giulfa. Nel frattempo lo scià, per impedire il ritorno degli abitanti, fece distruggere la vecchia città ma non osò distruggere il cimitero con le sue croci medievali, rispettandone il senso religioso e la bellezza artistica. Quattro secoli dopo, questo senso di rispetto non esiste più, e dunque nel 2005 viene denunciato alla comunità internazionale il fatto che alcune decine di soldati azeri, armati di pale, martelli e bulldozer, distruggono le croci, chiamate khatchkar, e le buttano nel fiume Arax. Erano dodicimila le croci agli inizi del Duemila e in seguito ne sono rimaste poche centinaia e ridotte in pessimo stato.

Per tornare alla situazione sul campo, le complicazioni diplomatiche sono aggravate dal fatto che la Turchia, stato membro della NATO, sostiene apertamente l'Azerbaijan sin dalla sua indipendenza dall’Urss nel 1991 e non intrattiene nessuna relazione con l'Armenia, anzi nel 1993 la Turchia ha chiuso i confini con l'Armenia. L’Armenia, dal canto suo, è alleata della Russia, che comunque  intrattiene relazioni anche con l’Azerbaijan.  Nel 2019  Armenia e Azerbaijan hanno firmato una dichiarazione di impegno comune nel perseguire la via della pace¸accordo rimasto in pratica lettera morta, visto che neppure un anno dopo, ossia in questo nefasto 2020, sono ripresi gli scontri tra i due

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