Papa Francesco, cinque nuovi santi. “Siamo luci gentili tra le oscurità del mondo”

Il cardinale Newman, la madre Teresa del Brasile, la suora indiana che curò i poveri, la consacrata svizzera con le stimmate, la santa della carità di Roma: cinque canonizzazioni per confermare nella fede

Celebrazione di cinque canonizzazioni in Piazza San Pietro. Al centro il Cardinale John Henry Newman, 13 ottobre 2019
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Cinque nuovi santi, ad esaltare la santità del quotidiano di cui parlava uno di loro, il Cardinale Newman, il quale sottolineava che “il cristiano possiede una pace profonda, silenziosa, nascosta, che il mondo non vede”. E, alla scuola di Newman, Papa Francesco chiede di pregare per essere “luci gentili tra le oscurità del mondo”.

Luci che si nutrono dell’incontro di Gesù. L’omelia di Papa Francesco prende le mosse, infatti, dal Vangelo, dai lebbrosi che vengono guariti mentre sono in cammino, e dei quali uno solo torna a ringraziare. E “solo a quello che ringrazia Gesù dice la tua fede ti ha salvato”, a testimoniare che il punto di arrivo “non è la salute, non è lo stare bene, ma l’incontro con Gesù”.

È una soleggiata mattina di ottobre, e dall’alba sono arrivati fedeli per partecipare al rito delle canonizzazioni. È una folla tranquilla, in preghiera. Papa Francesco, al mattino presto, incontra a Santa Marta la nazionale italiana di calcio, che ieri ha strappato in anticipo il pass europeo battendo 2-0 la Grecia all’Olimpico di Roma. Poi, come di consueto, prima della Messa, nella cappella della Pietà, riceve le delegazioni che partecipano al rito. Sono sette delegazioni, tra le quali spicca il presidente Sergio Mattarella, il Principe di Galles Carlo, che ieri ha pubblicato sull’Osservatore Romano un articolo sul Cardinale Newman, il primo mai scritto da un reale inglese per il giornale del Papa; e poi il vicepresidente di Taiwan, che ha gi detto che inviterà il Papa nel Paese. Dal Brasile, è arrivato il vicepresidente Mourao, dall’Irlanda il ministro dell’Istruzione Joe McHough, dalla Svizzera il Consigliere Federale Karin Keller Sutter, dall’India il viceministro degli Esteri Murhaleedaran.

Sono cinque i beati che vengono canonizzati da Papa Francesco. Il più conosciuto è sicuramente il Cardinale John Henry Newman (1801-1890), sacerdote anglicano che si convertì al “porto sicuro” del cattolicesimo, intellettuale raffinato, “padre assente” del Concilio Vaticano II, ma anche straordinario sacerdote che scelse di essere oratoriano: l’arazzo del nuovo santo lo ritrae proprio nelle vesti di un San Filippo Neri.

Madre Giuseppina Vannini (1859 – 1911), fondatrice delle Figlie di San Camillo, che spese la sua vita a servizio dei malati e dei sofferenti; Margarita Bays (1815 – 1879), svizzera, consacrata laica, che visse in Svizzera durante il Kulturkampf ed ebbe la vita cambiata dal dono delle stimmate e e guarì anche, miracolosamente, da un cancro all'intestino l'8 dicembre 1854, proprio mentre Pio IX proclamava il dogma dell'Immacolata; Mariam Thresia Mankidjan (1876-1926), suora indiana che fu a fianco degli ultimi nell’India di fine Ottocento, anche lei gratificata da esperienze mistiche, visioni e fenomeni straordinari, come l’esperienza dei dolori della crocifissione e le stimmante; e infine Irma Dulce (1914-1992), l’angelo buono di Bahia che fu anche candidata al Nobel.

Papa Francesco, al termine dell’omelia, spiega che, di questi nuovi santi, “tre di loro sono suore e mostrano che la vita religiosa è un cammino d’amore nelle periferie esistenziali del mondo”, mentre Santa Margherita Bays era una sarta che “rivela quanto è potente la preghiera semplice, la sopportazione paziente, la donazione silenziosa”. Ed è questa la “santità del quotidiano”, di cui parlava sempre il Cardinale Newman.

Il ringraziamento per i cinque nuovi santi è il termine di un percorso che Papa Francesco, seguendo il racconto evangelico, divide in tre tappe: invocare, camminare e ringraziare.

Prima di tutto, l’invocazione, perché “i lebbrosi si trovano in una condizione terribile”, non solo per la malattia, ma anche per la esclusione sociale, ma loro “non si lasciano paralizzare dalle esclusioni degli uomini, ma gridano a Dio, che non esclude nessuno”.

È così che si “accorciano le distanze”, non chiudendosi in se stessi “pensando ai giudizi degli altri”, ma “invocando il Signore, perché il Signore ascolta il grido di chi è solo”. E così dobbiamo fare anche noi, perché anche noi “abbiamo bisogno di guarigione” e di “essere risanati dalla sfiducia in noi stessi, nella vita, sul futuro”, dalle paure e dai vizi e le dipendenze di cui “siamo schiavi”.

Papa Francesco nota che, dopo i lebbrosi, anche un cieco e un malfattore sulla croce invocheranno il nome di Gesù. Nome che significa “Dio salva” nota il Papa, e allora anche noi siamo chiamati a chiamare “Dio per nome, in modo diretto, spontaneo”, perché “la fede cresce così, con l’invocazione fiduciosa”.

I lebbrosi, poi, non vengono guariti davanti a Gesù, ma dopo, mentre sono in cammino verso Gerusalemme, cioè “mentre affrontano un cammino in salita”, perché “è nel cammino della vita che si viene purificati, un cammino che è spesso in salita, perché conduce verso l’alto”.

Papa Francesco sottolinea che “la fede richiede un cammino, un’uscita” e “fa miracoli se usciamo dalle nostre certezze accomodanti, se lasciamo i nostri porti rassicuranti, i nostri nidi confortevoli. La fede aumenta col dono e cresce con il rischio”.

Per Papa Francesco è interessante anche che i lebbrosi si muovono “insieme”, a testimonianza che “la fede è camminare insieme, mai da soli”. Eppure, dopo la guarigione, nove vanno per conto loro e uno torna a ringraziare, e a lui Gesù chiede quasi conto di chi non è tornato, perché “è compito nostro prenderci cura di chi ha smesso di camminare, di chi ha perso la strada”. Siamo, insomma “custodi dei fratelli lontani, siamo intercessori per loro, siamo responsabili per loro”.

Infine, il ringraziamento, l’eucarestia (rendere grazie). Perché solo al lebbroso che ringrazia Gesù dice che la sua fede lo ha salvato. "La salvezza - afferma Papa Francesco - non è bere un bicchiere d'acqua per stare in forma, è andar alla sorgente, che è Gesù solo".

Continua Papa Francesco: “Il culmine del cammino di fede è vivere rendendo grazie”, perché ringraziare "non è questione di cortesia, di galateo, è questione di fede". Il Papa nota che un cuore che ringrazia “rimane giovane”, perché dire grazie è "l'antidoto ad un cuore che invecchia", perché “grazie è la parola più semplice e benefica” da dire non solo al Signore, ma anche “in famiglia, tra sposi”.

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