Papa Francesco, come San Giorgio contro il "drago" della corruzione

Papa Francesco in Piazza San Pietro
Foto: Bohumil Petrik/CNA
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La Chiesa cattolica oggi ricorda San Giorgio, e inVaticano è giorno festivo perché Giorgio è il nome di battesimo di Papa Francesco. Una ottima occasione per andare alle radici della spiritualità del Papa che al suo santo patrono sembra assomigliare per la forza con cui lotta in particolare contro  un male antico con forme sempre nuove: la corruzione. Ma non solo e non tanto quella esteriore, quella che, come ha detto il Papa a Scampia con una invenzione linguistica “spuzza”. Quanto piuttosto contro quella corruzione del cuore, quel “drago” che trasforma i peccatori in corrotti appunto.

Cos’è un cuore corrotto? Come può l’animo umano guarire da quel male oscuro che rende accettabile il peccato? Sono queste le domande che nascono dalla lettura di alcuni scritti del cardinale Bergoglio che sono stati raccolti, all’indomani della elezione di Papa Francesco, in due libretti della EMI, Editrice Missionaria Italiana: “Guarire dalla corruzione” e “Umiltà la strada verso Dio”. I titoli non devono trarre in inganno. Quando l’ arcivescovo di Buenos Aires parla di “corruzione” non pensa al fatto socio politico, che semmai ne è conseguenza. Pensa piuttosto a quella attitudine dell’animo umano che nega la verità, che permette alla “frivolezza” di prendere il sopravvento sulla severità spirituale.

Ignazio e Francesco che si intrecciano nel sacerdote. E si può dire che mentre la irruente umanità intrisa di francescanesimo rende il Papa facilmente amato da tutti, lo studio dei testi, severi e profondi basati sull’esame di coscienza, e l’accusa di se che cerca la verità, che chiama i peccati con il loro nome, è forse più difficile da accettare. L’idea di Chiesa di Bergoglio, oggi Papa Francesco, è una idea inclusiva ed apostolica. Non una Chiesa che si arrocca in auto difesa e autoreferenzialità. E del resto la corruzione per Bergoglio è la “stanchezza della trascendenza”.

E in questo c’è la perfetta continuità con quello che Papa Benedetto XVI ha sempre con lucida chiarezza denunciato: quando l’uomo si dimentica di Dio il peccato diventa un modo normale di vivere. E’ questo il male della corruzione, di quell’allontanamento da Dio che Ratzinger vedeva nella cultura e Bergoglio denuncia nell’animo di ogni uomo. Così anche umiltà e povertà, che non sono solo fatti di segni e di simboli, ma di una libertà interiore che può anche far si che, come fece Matteo Ricci alla corte cinese, ci si possa vestire d’oro se serve a comunicare meglio. Essere umili secondo il Vangelo è essere liberi, ma per esserlo fino in fondo si deve avere ben chiara la verità. Sono concetti che la società contemporanea non “digerirà” facilmente. Più facile invece soffermarsi sulle scelte esteriori senza comprenderne il significato più profondo e religioso.

Ecco l’umiltà come “accusa di sè stessi” alla scuola di un padre della Chiesa come Doroteo di Gaza. Quello che noi oggi chiameremmo appunto esame di coscienza. Insomma questi scritti di Jorge Mario Bergoglio non sono solo libri di denuncia e non sono solo libri di devozione, sono spiritualità e dialettica giocata su tre livelli come è tipico del metodo ignaziano, una vera scienza dello spirito alimentata da quella sete di verità cui ci ha abituati Benedetto XVI.

La festa di San Giorgio, di cui il Papa porta il nome può essere una ottima occasione per scoprire una spiritualità combattiva e severa che ci fa ricordare il santo martire cristiano che, secondo la Leggenda Aurea, schiacciava col piede un enorme drago, simbolo del nemico del genere umano, il diavolo, il grande corruttore.

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