Papa Francesco in Canada, “la Chiesa è riconciliazione”

Dolore e vergogna per il coinvolgimento dei cattolici nelle politiche di assimilazione del governo. Ma per Papa Francesco la riconciliazione non può che passare per il Crocifisso

Papa Francesco durante l'incontro con gli indigeni nella chiesa del Sacro Cuore a Edmonton
Foto: Vatican Media / ACI Group
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La Chiesa è riconciliazione, nella Chiesa si trova riconciliazione. Eppure, nota Papa Francesco, è successo nella storia che tanti hanno pensato piuttosto di imporre la Chiesa, di inculcare il Vangelo invece che proporlo, e così si sono lasciati mondanizzare, partecipando alle politiche di assimilazione delle scuole residenziali per cui “prova vergogna”.

La prima giornata di Papa Francesco in Canada è stata dedicata alla richiesta di scuse per quello che la Chiesa ha fatto nelle scuole residenziali, il sistema scolastico canadese cui hanno partecipato anche varie confessioni cristiane, inclusa la Chiesa Cattolica. Un trauma, per gli indigeni del Canada, che hanno visto i figli strappati dalle loro case e costretti a perdere la loro lingua, storia, tradizioni in nome di una assimilazione culturale dalla quale si vogliono emancipare. Si spiega così la grande commozione dei popoli di First Nations, Metis e Inuit di fronte alle richieste di perdono del Papa, culmine di molte richieste di perdono, che furono avanzate anche da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Si tratta di un percorso, spiega il vescovo Vela di Whitecross. Ma in Canada ci sono state le condizioni per farlo, tanto che sono stati firmati ben undici trattati con le popolazioni indigene, e tanto che si è potuto iniziare un percorso di guarigione.

Un percorso di guarigione cui ha contribuito anche la Chiesa cattolica, che lavora sul tema dagli anni Trenta del secolo scorso, che ha prodotto le prime scuse per la politica di assimilazione culturale all’inizio degli anni Novanta, che, in fondo, non ha promosso un sistema, vi ha partecipato con l’idea di poter dare un contributo. E sì, ci sono stati abusi, e sì, ci sono state situazioni difficili. Ma alla fine resta anche il grande messaggio di Giovanni Paolo II che già nel primo viaggio in Canada del 1984 volle incontrare le popolazioni indigene, e quando non poté andare inviò un commovente radiomessaggio in cui chiese scusa per alcune situazioni che erano successe, ma ricordò che la Chiesa era sempre stata a fianco dei popoli indigeni, sin dalla bolla Pastorale Officium di Paolo III, che, già nel 1537, condannava ogni riduzione in schiavitù degli amerindi con la scomunica.

Probabilmente è questa la storia cui Papa Francesco guarda quando sottolinea che il problema è la mondanizzazione della Chiesa. Il rischio resta quello di non rendere giustizia al lavoro missionario straordinario fatto dai cattolici, anche nel Canada che era preoccupato a costruire una nazione sotto la continua minaccia di una invasione da parte degli Stati Uniti.

Sono, insomma, tante storie che si incrociano. C’è un trauma, quello dei nativi americani, che vogliono mantenere lingua, storia, cultura e tradizioni delle loro terre. Ci sono i cristiani, che hanno partecipato al sistema delle scuole residenziali, ma non possono essere assimilati al sistema. Ci sono delle responsabilità personali, da definire. E c’è, anche, una forte campagna mediatica, che non mette in luce come ancora gli indigeni vengano strappati alle loro famiglie con il sistema dell’affido, il cosiddetto foster parenting, che è costato al governo canadese una condanna nel 2019 cui si è appellato.

Papa Francesco compie l’incontro nella Chiesa del Sacro Cuore, dedicata proprio alla pastorale per le popolazioni delle Prime Nazioni, Metis e Inuit, un’altra testimonianza concreta dell’impegno pastorale della Chiesa.

È “una casa per tutti”, dice Papa Francesco, “aperta e inclusiva come deve essere la Chiesa”. Eppure la Chiesa è fatta di grano e di zizzania, ed è “a causa di questa zizzania che ho voluto intraprendere questo pellegrinaggio penitenziale”.

Papa Francesco si dice ferito dal pensiero che “dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunità e persone delle loro identità culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori, e che ciò sia stato fatto anche in nome di un’educazione che si supponeva cristiana”.

Per Papa Francesco, l’educazione “non può essere qualcosa di preconfezionato da imporre”.

Ora c’è bisogno, per il Papa, di un percorso di riconciliazione, che già si compie in parrocchie come quella del Sacro Cuore. La riconciliazione, dice il Papa, avviene per mezzo della Croce, “albero di vita, come amavano chiamarlo gli antichi cristiani”, e da quell’albero Gesù “rimette insieme ciò che sembrava impensabile e imperdonabile, abbraccia tutti e tutto”.

Il Papa nota che la chiesa del Sacro cuore non solo fa sua la simbologia dell’albero, con un tronco che congiunge l’altare, ma rende anche cristologico il senso dei punti cardinali secondo le popolazioni indigene, che le intendono “non solo come punti di riferimento geografico ma anche come dimensioni che abbracciano la realtà intera e indicano la via per risanarla, rappresentata dalla cosiddetta ‘ruota della medicina’.”

Nella chiesa del Sacro Cuore, i punti cardinali sono quelli della croce, in cui Gesù “riunisce i popoli più distanti” e “risana e pacifica tutto”.

Ma riconciliare tutte le cose è difficile per chi ha subito un trauma, perché, dice Papa Francesco, “nulla può cancellare la dignità violata, il male subìto, la fiducia tradita. E nemmeno la vergogna di noi credenti deve mai cancellarsi”. Per il Papa, però, si deve ripartire da Gesù crocifisso, perché “nessuna consolazione umana può risanare”, ma la pace va attinta proprio all’altare di Cristo, perché “sull’albero della croce il dolore si trasforma in amore, la morte in vita, la delusione in speranza, l’abbandono in comunione, la distanza in unità”.

Per Papa Francesco, la riconciliazione è “un dono, una grazia che va chiesta”, e la Chiesa è “corpo vivente di riconciliazione”. Ma – aggiunge – “se pensiamo al dolore incancellabile provato in questi luoghi da tanti all’interno di istituzioni ecclesiali, viene solo da provare rabbia e vergogna. Ciò è avvenuto quando i credenti si sono lasciati mondanizzare e, anziché promuovere la riconciliazione, hanno imposto il loro modello culturale”.

È un atteggiamento “duro a morire”, spiega Papa Francesco, che vuole inculcare Dio, perché “è più facile”, ma non funziona, perché “il Signore non soffoca e non opprime”, ma sempre “ama, libera e lascia liberi”.

E allora “non si può annunciare Dio in un modo contrario a Dio”, è questa “la tentazione mondana di farlo scendere dalla croce per manifestarlo con la potenza e l’apparenza. Ma Gesù riconcilia sulla croce, non scendendo dalla croce”.

Ammonisce Papa Francesco: “In nome di Gesù, non capiti più nella Chiesa di fare così. La Chiesa, corpo di Cristo, sia corpo vivente di riconciliazione!”

In fondo, “Chiesa è praticamente sinonimo riconciliazione”, è “il luogo dove si smette di pensarsi come individui per riconoscersi fratelli guardandosi negli occhi, accogliendo le storie e la cultura dell’altro, lasciando che la mistica dell’insieme”. E deve essere, per il Papa, “il luogo dove la realtà è sempre superiore all’idea” e “non un insieme di idee e precetti da inculcare alla gente, ma una casa accogliente per tutti!”

Papa Francesco sottolinea, infine, che gesti e visite sono importanti, ma serve lavorare a livello di comunità locale, serve “pregare insieme, aiutare insieme, condividere storie di vita, gioie e lotte comuni”, perché questo “apre la porta all’opera riconciliatrice di Dio”.

E Papa Francesco termine con l’immagine della tenda, dove Dio abitava quando Israele era nomade. “Dio dunque – conclude Papa Francesco - pianta la sua tenda tra di noi, ci accompagna nei nostri deserti: non abita in palazzi celesti, ma nella nostra Chiesa, che desidera sia casa di riconciliazione”.

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