Papa Francesco in Iraq, quelle chiese colpite dall’ISIS

Oggi il Papa nella Piana di Ninive, in una chiesa simbolo, che era stata convertita in un poligono di tiro dall’ISIS, guarderà alla storia recente dell’Iraq, che è anche storia di persecuzione

Un interno della chiesa di al Tahira di Qaraqosh
Foto: ACN
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Ci sono tre luoghi simbolo, tre chiese che raccontano la caduta e la rinascita dell’Iraq, la persecuzione dei cristiani, la voglia dei cristiani di ricostruire una nazione in cui ad essere a rischio è prima di tutto la fiducia. Per tornare nel Paese servono le chiese, e le chiese portano con loro una memoria anche dura, difficile da digerire.

A Mosul, c’è una chiesa, chiamata al-Saa’a, Santa Maria dell’Ora. La chiesa è stata sede della predicazione dei domenicani, in varie lingue. Per esempio, a Mosul i cristiani parlano arabo, non aramaico, ma a Qaraqosh e Alqosh parlano il surat, che è un aramaico vernacolare. E fu proprio a Mosul, all’incrocio di due strade, che i domenicani hanno costituito la prima tipografia dell’area, e questa tipografia ha stampato anche la prima grammatica curda.

Il restauro della chiesa di al-Saa’a è parte di un ampio programma, Revive the Spirit of Mosul (Ravvivare lo Spirito di Mosul) lanciato attraverso l’UNESCO e supportato da molti governi. Tra i finanziatori, gli Emirati Arabi Uniti, anche sulla scorta della Dichiarazione sulla Fraternità Umana firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di al Azhar Ahmed bin-Tayyeb il 4 febbraio 2019.

Il programma dell’UNESCO prevede anche il restauro della cattedrale siro cattolica di al Tahera (La purissima), nelle cui rovine si celebrò una Messa per la pace già il 28 febbraio 2018.

È quasi omonima la cattedrale di al-Tahira, la più grande chiesa di Bakhdida, che è il nome aramaico di Qaraqosh. È una chiesa costruita tra il 1932 e il 1948, grazie alle donazioni dei contadini della piana di Ninive. È una chiesa grande, con un edificio che può ospitare 2500 persone, distribuite nelle sue tre navate. Alla fine della navata centrale, c’è un cortile intorno al quale si trovano gli edifici parrocchiali, una cappella della Madonna e l’antica chiesa di Al-Tahira.

Papa Francesco vi fa visita domenica 7 marzo. È una visita dall’alta portata simbolica. Perché quella cattedrale fu vandalizzata, profanata e bruciata dalle milizie dell’ISIS, con parte del campanile abbattuto, le statue decapitate, la chiesa incendiata, e i mobili, i registri e i libri sacri buttati al rogo nel cortile, e il coro usato come poligono di tiro.

La chiesa è tornata ad essere un luogo sacro dopo la liberazione dall’ISIS nell’ottobre 2016, ma tutto è stato un po’ improvvisato fino all’inizio della vera ricostruzione a gennaio 2020. Il campanile ripristinato è stato decorato con una nuova statua di Maria, le mura e le colonne di marmo sono state ripulite, un’altra statua della Vergine, stavolta l’Immacolata concezione, è stata posta sull’altare.

Il Papa è stato il 5 marzo alla cattedrale di Sayidat al-Nejat (Nostra Signora della Salvezza), sede dell'Arcieparchia siro-cattolica di Baghdad. Questa è stata bersaglio di due attacchi terroristici, di cui uno, il 31 ottobre 2010, ad opera del sedicente Stato Islamico, estremamente sanguinoso, in cui sono morte 48 persone - tra loro anche due sacerdoti -, e ne sono state ferite circa 70.

La cattedrale è stata costruita al posto di una piccola chiesa che era in zona dal 1952 ed inaugurata dal 1968. È stata progetta dall’architetto polacco Kafka, e vuole rappresentare una nave che sostiene i credenti, con sul lato Est una grande croce all’interno di un arco e sul lato ovest una cupola sopra l’altare.

Dopo l'attacco del 2010, la chiesa è stata ristrutturata e per le vittime è stato eretto un memoriale. I due sacerdoti uccisi sono stati sepolti nella cripta della chiesa. Per loro e per le vittime, è stata aperta la causa di beatificazione per martirio.

Prima della Seconda Guerra del Golfo, circa 5.000 famiglie visitavano regolarmente la Cattedrale di Sayidat-al-Nejat. Dal 2018, le tre chiese siro-cattoliche di Baghdad sono state visitate regolarmente da non più di 1.000 famiglie.
Sono, questi tre edifici, dei simboli. Raccontano di come la Chiesa in Iraq ha dovuto sopportare la persecuzione. Hanno dentro il dolore delle vittime. E mettono in luce anche una voglia di ricostruzione che non ha pari.

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