Papa Francesco in Lituania, “una nazione che ha bisogno di speranza”

L'arcivescovo Gintaras Grusas, di Vilnius
Foto: Alexy Gotovskyi / ACI Group
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Venticinque anni dopo il viaggio di San Giovanni Paolo II, la Lituania è profondamente cambiata. In tutto: dall’economia alla fede, dalla società alla vita quotidiana. Ma solo una cosa non è cambiata: il bisogno di speranza, la necessità che questa speranza venga da Dio. Lo racconta ad ACI Stampa l’arcivescovo Gintaras Grusas, di Vilnius. Americano della diaspora, fu tra gli organizzatori del primo viaggio di un Papa nel Baltico. Oggi, si trova ad affrontare la stessa sfida da arcivescovo, in un mondo completamente diverso.

 Venticinque anni dopo la visita di San Giovanni Paolo II, quanto è cambiata la Lituania?

I cambiamenti sono stati drammatici in 25 anni. Prima di tutto da un punto di vista politico: Giovanni Paolo II era arrivato all’inizio di un tempo di liberà e di indipendenza dopo anni di occupazione, mentre dopo tutti questi anni si è stabilito un governo, un regime democratico, e la nazione è diventata membro dell’Unione Europea, è nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è entrata nella NATO. Siamo diventati attori nello scenario internazionale.

Questo ha cambiato anche la vostra economia?

Certamente. C’è stata una grande crescita in Lituania, anche la tecnologia si è sviluppata molto.

E per quanto riguarda le relazioni Stato e Chiesa?

Abbiamo siglato un accordo con la Santa Sede nel 2000, e questo a livello di relazioni bilaterali dà più forza alla Chiesa. Ma questi 25 anni sono stati soprattutto un tempo di crescita e di riparazione. È stato necessario anche ristabilire con forza le infrastrutture: se la Chiesa, 25 anni fa, era appena uscita fuori dalle ‘catacombe’, ora abbiamo un network, con centri di catechismo, scuole, insegnamento della religione a scuola, corsi prematrimoniali, centri per la famiglia, centri per i giovani e l’attività pastorale a livello universitario.

La Chiesa è dunque più forte?

Dal punto di vista delle infrastrutture, è bene notare che la Caritas è cresciuta al punto che prima riceveva assistenza dall’esterno ed aveva il ruolo di distributore di cibo e medicine, lavorando con lo Stato per dare un tetto ai poveri e fornire assistenza e programmi per bambini ed anziani. Ora è fornitori di servizi. Nel frattempo, abbiamo dovuto costruire nuove Chiese, raggiungere zone dove prima non c’erano cattolici.

Ha parlato di crescita economica e crescita sociale. Sono due fattori che in genere portano con sé una forte secolarizzazione. Come reagiscono ai lituani alle nuove ondate di secolarizzazione?

Credo ci siano nuove sfide per la Chiesa di Lituania, sfide che l’Europa occidentale ha già affrontato. La secolarizzazione – che si è potuta alimentare anche durante i tempi sovietici – porta all’individualismo. La Chiesa si è dovuta spostare da una posizione difensiva alla volontà di creare più spinta missionaria ed apostolica. Abbiamo già perso una generazione, perché durante il tempo sovietico la fede era tenuta in vita dalle nonne e dai membri della famiglia, ma un sacco di bambini non potevano avere una normale preparazione catechetica, e sono ora gli adulti che stanno crescendo le famiglie senza i fondamentali della fede.

Quanto questo rende più difficile il vostro lavoro?

Abbiamo un sacco di lavoro da fare, soprattutto con le famiglie perché possano migliorare la loro fede e la loro capacità di trasmetterla ai bambini. E in questo abbiamo anche da affrontare le sfide del relativismo e materialismo.

Cosa s aspetta dalla visita di Papa Francesco?

Sono certo che il Papa porterà avanti i temi di cui ha parlato più volte. Probabilmente toccherà il tema dell’emigrazione, che da noi negli ultimi cinque anni è stata altissima, tanto che la popolazione è scesa del 25 per cento, e la maggior parte sono giovani. Spero dunque il Papa darà a queste persone la speranza perché trovino nel loro Paese la loro chiamata. E poi, spero affronterà altre nostre sfide, che vengono dai molti anni di occupazione. Nel Paese c’è una grande percentuale di suicidi, alcolismo, problemi con la società. C’è bisogno di misericordia e perdono.

Quale sarà il messaggio alla Chiesa?

Sono certo che noterà che la sofferenza che la Chiesa ha sperimentato per molti anni, e che ne parlerà in qualche modo.

La Lituania è stata una delle nazioni più cattoliche sotto l’Unione sovietica, c’era persino un seminario consentito. Come è stato possibile?

C’era un seminari, vero, ma l’ingresso in seminario era l’imitato dal governo e dalle mani del KGB. Era, in qualche modo, l’idea di mantenere un volto di libertà religiosa da una parte e dall’altra di fare quanto più possibile pressione sulla Chiesa per assicurarsi che la Chiesa non diventasse una autorità. Si aveva, in fondo, una repressione mascherata da indipendenza. Come detto, la fede si diffondeva soprattutto nelle famiglie. Ma la Chiesa si è davvero costruita nella sofferenza.

E in che modo?

Perché la testimonianza era anche quella del sangue dei martiri del tempo, fossero martiri che avevano pagato con la morte o dato la vita perché deportati. Le persone che credevano durante il periodo dell’Unione Sovietica, credevano a rischio della persecuzione e della sofferenza. Molti di questi aspetti di 50 anni di persecuzione si sono legati con la cultura della nazione.

Perché Papa Francesco ha scelto Kaunas come seconda città per visitare la Lituania?

Ci sono molti posti che si possono visitare in Lituania. Kaunas è il posto dove era il seminario durante il periodo sovietico, ed è stata la capitale temporanea della Lituania dopo l’indipendenza. Ma è anche l’altra diocesi metropolitana, in cui è inclusa la famosa collina delle Croci, ma anche il santuario mariano di Trakai.

I Paesi Baltici sono molto differenti tra loro: la Lituania è più cattolica, la maggioranza dei lettoni è protestante, in Estonia in generale le persone dicono di non credere. Come queste Chiese possono lavorare insieme?

L’unità del Baltico, storicamente, è stata data dall’occupazione e dalla necessità geopolitica. Questi tre Stati non hanno solo differenze religiose, ma anche culturali. Lituani e lettoni hanno storicamente le stesse radici linguistiche, l’Estonia è più simile alla Finlandia. La presenza russa è più alta in Lituania che negli altri due Stati. Si può dire che le nazioni sono state insieme per ragioni geopolitiche.

Come descriverebbe la Chiesa di Lituania?

È una Chiesa di transizione, che sta andando ancora da un periodo di occupazione e difesa a una Chiesa che è presente nella società, partecipa, affronta le sfide della società occidentale. Un messaggio importante va dato ai giovani, perché i giovani sono importanti per il futuro della Chiesa. Credo che è importante comprendere la fede, condividerla in persona.

E quali sono le sue speranze per quello che accadrà dopo la visita del Papa?

Spero ci sarà una Chiesa rienergizzata e rievangelizzata. È il messaggio che Papa Francesco porta ovunque vada. È il suo desiderio, ma è in realtà il desiderio del Signore da quando la Chiesa è stata fondata. Un desiderio di andare verso la fine del mondo, per raccontare la buona novella. Sarà un messaggio importante. Un messaggio di speranza, un messaggio che dirà dove e in chi trovare speranza nel mondo di oggi.

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